Bellinzona, sette tappe per ripensare il territorio
Handle with Care è il titolo della sesta Biennale svizzera del territorio. Una passeggiata da Giubiasco al Bagno pubblico di Bellinzona indaga progetti, attese e contraddizioni del fondovalle, interrogando il significato del prendersi cura del territorio attraverso architettura, spazio pubblico e relazioni.
Handle with Care è il titolo della sesta Biennale svizzera del territorio. In italiano l'espressione più vicina è forse «prendersi cura»; manca tuttavia il riferimento diretto alla mano presente nell'inglese, e con esso la dimensione fisica, tattile, che quell'azione implica. L'italiano ne conserva la traccia in parole come manutenere, manipolare, manomettere, ma anche in manufatto, termine ricorrente in architettura. La mano può riparare, ma anche guastare. Una distinzione forse soltanto semantica, ma certamente utile per comprendere lo spirito che anima la Biennale di quest'anno.
La passeggiata organizzata da i2a con la Sezione dello sviluppo territoriale del Cantone, la Città di Bellinzona e l'architetto Federico de Molfetta muove da qui. Sette tappe, da Giubiasco al Bagno pubblico, tracciano una sezione del fondovalle bellinzonese, facendone affiorare progetti, attese e contraddizioni. Oggetti in potenza e opere faro convivono a poca distanza; più difficile è riconoscere il disegno che potrebbe tenerli insieme.
Alla stazione di Giubiasco, Mattia Lepori richiama la crescita demografica di una delle realtà più dinamiche del Cantone. Una crescita alla quale ha certamente contribuito l'apertura della galleria di base del Ceneri, che ha accorciato i tempi di viaggio tra Bellinzona, Lugano e Locarno, dando consistenza all'idea sottesa all'espressione «Città Ticino». Ma la vicinanza misurata in minuti non si traduce ancora in continuità territoriale. Tra stazioni e quartieri, infrastrutture e campi agricoli, zone produttive e insediamenti residenziali, permangono fratture da ricomporre. Forse dovremmo parlare piuttosto di «Territorio Ticino» e tornare a osservare non soltanto i centri, ma i paesaggi e le relazioni che li tengono insieme.
Nelle aree attorno alla stazione, Angelo Schillizzi, Alex Sollero e Federico de Molfetta affrontano il tema degli usi temporanei. In questi luoghi, l'attesa di un progetto definitivo rischia di sospendere ogni possibilità di vita pubblica. L'uso provvisorio può invece far emergere bisogni, mettere alla prova attività, restituire presenza a spazi sottratti alla città. Alle Ferriere cambia la scala. Con Nina Bassoli e Fabiola Nonella Donadini si guarda al destino di un intero comparto industriale. Come aprirlo alla città senza cancellarne la storia produttiva? Saranno decisivi lo spazio pubblico, le connessioni e il difficile equilibrio tra interesse collettivo e valorizzazione immobiliare.
Alla Saleggina, Laurent Filippini e Angelo Schillizzi introducono il rapporto tra grandi progetti pubblici e rinaturazione. Qui il futuro ospedale regionale e gli interventi lungo il Ticino aprono una trasformazione decisiva. L'architettura dovrà misurarsi con la geografia: il fiume, gli spazi aperti, i percorsi tra i quartieri. Si presenta l'occasione di fare del nuovo polo ospedaliero parte di un paesaggio accessibile, evitando che istituzione e parco fluviale procedano come due progetti estranei l'uno all'altro.
La passeggiata cambia passo in via Ghiringhelli 57 (https://www.espazium.ch/it/attualita/case-di-ringhiera-bellinzona). Nelle case di ringhiera di Oxid Architektur, ballatoi e spazi comuni ridisegnano il confine tra alloggio e vita collettiva. Anna Maspoli e Martino Avilés, della cooperativa Radice, e Sophie Agata Ambroise ragionano sulle possibilità concrete dell'abitare condiviso. Poco dopo, in via Trezzini, Maarit Ströbele e Cristina Bocchi spostano la riflessione sui servizi di vicinato. Un quartiere inclusivo si misura anche sulla possibilità di vivere autonomamente, incontrarsi, trovare ciò che serve senza attraversare ogni volta la città.
Al ponte della Torretta, Sandro Peduzzi, Tiziano Bonoli e Federica Giudici riportano al centro il fiume. A lungo il Ticino è stato soprattutto argine, limite, infrastruttura idraulica. Gli interventi di rinaturazione e i nuovi accessi alle sponde suggeriscono un rapporto diverso, nel quale sicurezza, biodiversità e uso pubblico possono convivere. Sono rammendi già visibili; il loro valore risiede anche nella capacità di formare una rete di luoghi e percorsi.
Al Bagno pubblico, ultima tappa, le parole di Stefano Moor e Carola Barchi riportano la discussione a un'opera che continua a interrogare il presente. Progettato da Aurelio Galfetti, Flora Ruchat-Roncati e Ivo Trümpy, inaugurato nel 1970, il Bagno ha lasciato un segno profondo nell'architettura ticinese. La passerella sopraelevata, le piscine e il disegno del suolo non compongono soltanto un impianto balneare: costruiscono un legame tra la città e il fiume. Con spregiudicata delicatezza, un progetto essenziale e profondamente ambizioso riesce a dare ordine al territorio senza ridursi a un oggetto architettonico isolato. Una lucidità di sguardo indispensabile ancora oggi per intervenire sul territorio cantonale.
Il «prendersi cura» auspicato dalla passeggiata non si esaurisce in una serie di episodi virtuosi isolati: richiede di riconoscere le relazioni tra i luoghi, attraverso le diverse scale del progetto, oltre i confini delle singole proprietà e dei comuni. Galfetti lo esprimeva con chiarezza: «il progetto dello spazio è lo strumento che gli architetti hanno a disposizione per costruire il territorio». Manutenere e progettare, dunque, come aspetti inscindibili della buona pratica architettonica.