L’Ac­ca­de­mia di ar­chi­tet­tu­ra di Men­dri­sio

Publication
08-04-2019

La formazione dell’Università della Svizzera italiana, con la creazione dell’Accademia di architettura di Mendrisio a metà degli anni ’90 del secolo scorso, è stata la prima di una serie di circostanze favorevoli, non scontate e probabilmente anche non ripetibili, che hanno dato il via a un processo di grandi speranze progettuali per il Canton Ticino.

Trattandosi di una scuola universitaria di nuova fondazione possedeva un forte spirito innovativo; la mancanza di vincoli alle abitudini che il tempo accumula anche sulle istituzioni culturali aveva permesso di stabilire un confronto più diretto con le esigenze e le sfide del momento storico. Tanti furono i presupposti e gli interrogativi ai quali cercare di rispondere per fare dell’Accademia di architettura un autentico laboratorio della cultura architettonica del nostro tempo. Innanzitutto non poteva essere soltanto una scuola da aggiungere a quelle già esistenti in Svizzera, ma doveva proporsi come una scuola nuova caratterizzata da un indirizzo intellettuale e pedagogico di chiara impronta umanistica. Un indirizzo del tutto peculiare che le permettesse di distinguersi come osservatorio privilegiato rispetto ai problemi e alle contraddizioni propri del vivere quotidiano. Un obiettivo fu quello di costituire una scuola sulla base di una sintesi tra saperi tecnici e scienze umane e sociali, tra competenze operative e pensiero storico e critico. La collocazione geo-culturale dell’Accademia è anche decisiva per comprenderne la genesi e lo spirito. Il Canton Ticino, cantone della minoranza linguistica italiana, possiede infatti una straordinaria storia architettonica fatta anche della migrazione di architetti e costruttori che hanno trovato lavoro e spesso notorietà in diversi parti del mondo. I rimandi al contesto storico-politico svizzero e alla funzione di cerniera culturale del Ticino riassumono i fattori che hanno favorito la nascita dell’Accademia di architettura e sono indispensabili per capire l’importanza che la scuola riserva agli aspetti contestuali e storici, paesaggistici e sociali. La stessa denominazione «Accademia» la differenzia dalle altre scuole tecniche e politecniche, che pure operano con grande qualità e successo all’interno della disciplina nel nostro Paese. Siamo convinti che nell’ambito di un nuovo profilo di formazione sia molto più importante individuare i problemi piuttosto che trovare soluzioni, così come crediamo che, per rispondere alle esigenze di organizzazione dello spazio di vita dell’uomo di fronte alla complessità e alla rapidità delle trasformazioni in atto, sia necessario ricorrere alle discipline umanistiche piuttosto che a quelle tecniche, che promettono un progresso apparentemente senza fine.

Questo indirizzo pionieristico ha portato inevitabilmente a interrogarsi sulla figura dell’architetto che riteniamo debba essere generalista; una figura che si ricolleghi e aggiorni la visione umanistica che per lungo tempo ha prevalso, soprattutto nell’area culturale mediterranea.

Rivendicare il primato di una formazione umanistica può sembrare un azzardo ma, in realtà, trova nella storia, nella cultura e nelle città mediterranee un territorio di prossimità geografica e identitaria. Le città dell’area mediterranea – culla della classicità e della cultura umanistica – costituiscono infatti modelli di riferimento e di resistenza rispetto alle tendenze dell’attuale sviluppo economico-urbanistico chiamato a far fronte a tutte quelle emergenze (i cambiamenti climatici, i flussi migratori, i nuovi equilibri geopolitici e le nuove rotte commerciali) che minano alla base le forme consolidate dell’identità urbana.

In una società globalizzata come quella in cui viviamo, la ricerca di una propria identità passa necessariamente attraverso il senso di appartenenza a un territorio, alla riconoscibilità di un paesaggio, alla memoria di segni e di riti nei quali ancora possiamo trovare affinità elettive. Questa identità rischia di essere compromessa dall’appiattimento e dalla banalizzazione indotti dalla società dei consumi. L’architettura, pur nella sua condizione di servizio tecnico-funzionale rispetto alla collettività, resta comunque l’espressione formale della Storia e in quanto tale concede spazio creativo. È in questa accezione che accanto al territorio geografico (che si presenta sempre come un unicum irripetibile) l’architetto è chiamato a farsi carico di un territorio della memoria nel quale agire.

Solo per mezzo di una costante coscienza critica di fronte al moltiplicarsi delle sfaccettature sempre più superficiali di una «società liquida» (come la definisce Bauman) è forse ancora possibile recuperare quei rapporti umani e quei rapporti con il contesto capaci di riportare l’uomo a una esperienza etica ed estetica che gli permetta di scoprire nuove forme di bellezza e felicità.

L’impegno per raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissati è stato grande ma, pur tra mille difficoltà, siamo riusciti in buona parte a realizzarli. Il campus universitario possiede infatti una vivace vita culturale grazie a una nutrita biblioteca con fondi librari pregiati, una casa editrice molto attiva, i numerosi cicli di conferenze pubbliche, una galleria espositiva, gli istituti e i laboratori di ricerca e recentemente il Teatro dell’architettura, un nuovo spazio per eventi e mostre dedicati alle arti progettuali e visive. Oltre a questo, l’ateneo può contare sulla rinomanza e l’internazionalità del corpo insegnante e dei ricercatori, nonché sulla presenza di più di 800 studenti provenienti da 40 Paesi diversi.

La diversa provenienza degli architetti professori sollecita riflessioni che connettono ogni volta la pratica architettonica a peculiari culture e condizioni operative, sottolineando quanto il progetto di architettura sia imprescindibile dalle distinzioni geografiche, regionali, storiche, contestuali.

Pur nella libertà linguistica che è propria dei singoli architetti e che viene riconosciuta anche agli studenti, le opere di architettura e gli interventi territoriali che la scuola propone sono sempre legati a riflessioni sui luoghi e le loro condizioni orografiche, relazioni morfologiche, dialoghi con la storia, connessioni urbane, memorie culturali, prospettive paesaggistiche.

L’impostazione fortemente internazionale del corpo docente rappresenta uno dei tratti positivi della Svizzera, Paese spesso tentato di innalzare barriere verso l’esterno per proteggere i propri privilegi, ma per fortuna anche capace di aprirsi alla dimensione europea e internazionale. La nascita dell’Accademia rappresenta in tal senso uno dei momenti in cui la Svizzera mostra al meglio la sua originale doppia anima, provinciale e insieme cosmopolita, una doppia anima che ricorda il profilo di alcuni suoi figli architetti che, come già detto, sono partiti da queste terre per costruire nel mondo intero, e tra i quali il genio di Francesco Borromini, nato nel villaggio di Bissone sul lago di Lugano e diventato un importante architetto a Roma, rappresenta un esempio significativo.

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