Fi­li Ros­si

Dall’ungrounding di Eyal Weizman alla genealogia dei campi profughi e alle pratiche decoloniali di DAAR: quattro libri interrogano l'emergenza e il conflitto israelo-palestinese attraverso l’architettura, mostrando come lo spazio sia oggi uno dei principali terreni di violenza, resistenza e possibilità di rinascita.

Data di pubblicazione
04-08-2026

Una parola di difficile traduzione, capace, nella sua accezione anglosassone, di riassumere con efficacia il processo di trasformazione della Striscia di Gaza in tabula rasa, da parte dell’esercito israeliano: Ungrounding, è il titolo dell’ultima pubblicazione di Eyal Weizman, apparsa nel maggio 2026 nel Regno Unito.

Partendo dal punto di vista architettonico, visione che risuona nell’autore per la sua stessa formazione universitaria, il testo si articola su tre macro capitoli che scandiscono una lettura architettonica del contesto, suolo, sottosuolo, e ungrounding.

«L’ungrounding mira a rimuovere la società dal luogo che occupava e a cancellare ogni traccia della sua esistenza, dagli edifici, fino a tutto ciò che si trova sotto la superficie terrestre. È un tipo di violenza che modella e trasforma il terreno. L’ungrounding non è una conseguenza del confronto militare, ma il suo obiettivo, perché distrugge ogni condizione necessaria all’esistenza fino ad ottenere una distesa vuota, una tabula rasa».

Attraverso quella che definisce una forma di «obiettività impegnata», già alla base del lavoro di Forensic Architecture, da lui fondato, Weizman analizza i processi spaziali di quella che definisce «architettura del genocidio» che «ha progressivamente trasformato il pianeggiante paesaggio della Striscia di Gaza, utilizzando le macerie come materiale da costruzione per una nuova configurazione del territorio. I bulldozer dell'esercito hanno accumulato detriti provenienti dagli edifici distrutti, contenenti materiale di ogni genere, generando una miscela indistinta impiegata per modellare artificialmente il paesaggio».

Se Ungrounding descrive la decostruzione delle condizioni materiali dell'esistenza, Camp(s): Genealogies of Refugee Spaces in the Levant, volume di prossima uscita curato da Kamel Doraï e Ayham Dalal, ricostruisce la storia del campo profughi nel Levante attraverso una genealogia che, dai primi insediamenti armeni ai campi palestinesi fino alle infrastrutture per rifugiati siriani di Zaatari e Azraq, legge architetture e abitanti come dispositivi dei processi economici e politici. La visione delineata si discosta dall'approccio promosso nel manuale dell’UNHCR, Handbook for Emergencies, che, pur tentando di abbracciare gli scenari generati dall’emergenza, mette indirettamente in luce le problematiche conseguenze di un’impostazione funzionalista, in cui lo spazio è inteso come entità astratta, o un problema logistico, mentre l'abitare viene relegato in se­condo piano.

Uno degli aspetti più significativi del volume di Dalal e Doraï risiede nel suo carattere interdisciplinare: i  27 contribu­ti, provenienti da architetti, urbanisti, geografi, storici, sociologi, antropologi e artisti, costruiscono una postura corale e necessaria per l’approccio genealogico adottato, di matrice foucaultiana.

L'ultimo capitolo di Camp(s) è dedicato al lavoro di DAAR (Decolonizing Art Architecture Research), collettivo di pratica artistica e architettonica fondato da Alessandro Petti e Sandi Hilal, al centro anche del volume Palestina. Architettura e genocidio.

Nel dialogo condotto da Tomà Berlanda e Camillo Boano, DAAR mostrano come, nella loro esperienza personale e professionale, il cantiere non venga inteso come semplice luogo operativo dell'architettura, ma come figura critica: uno spazio-tempo di instabilità e sperimentazione nel quale costruzione e distruzione finiscono per coincidere. Nel volume, il concetto di cantiere assume tre declinazioni: come dispositivo coloniale nel caso del territorio palestinese; come generatore di idee nella pratica di DAAR; e, infine, come cantiere decoloniale attraverso il concetto di encampement. Quest'ultimo non è inteso soltanto come luogo dell'emergenza e della sospensione, ma come spazio in cui possono emergere nuove forme di autodeterminazione, immaginari e pratiche collettive dell'abitare: uno spazio 
in cui la resistenza si radica e il futuro viene continuamente negoziato e costruito nella sua dimensione politica.

Accanto alla riflessione sul progetto e sul campo, il dialogo insiste sulla necessità mantenere aperti spazi di ricerca, insegnamento e divulgazione, opponendosi ai processi di cancellazione in atto, rifiutando di distogliere lo sguardo di fronte alla distruzione: «Per chi, come noi, vive in un posto relativamente sicuro e ha possibilità di agire, il compito è chiaro: coltivare la vita e l'ottimismo. Non per 
ingenuità, ma come parte stessa della 
lotta, che oggi è una lotta mondiale».

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