Sturm&Drang: a new in­fi­ni­te­ness

«Sturm&Drang» – la mostra in corso all’Osservatorio Fondazione Prada di Milano e che successivamente verrà ospitata presso il gta exhibitions dell’ETH di Zurigo – rappresenta il terzo capitolo del progetto di collaborazione tra Fondazione Prada e gta exhibitions volto a indagare, esplorare e mostrare i linguaggi, i meccanismi e le applicazioni della Computer-Generated Imagery (CGI).

Data di pubblicazione
06-12-2021
Francesca Belloni
Architetto e professore, ricercatrice in Composizione architettonica e urbana presso il Dipartimento ABC del Politecnico di Milano

Per il visitatore che sale al quinto piano della Galleria Vittorio Emanuele Sturm&Drang è un’incognita e una sfida. Un’incognita per il carattere estraneo e dissociato del mondo della Computer-Generated Imagery dalla vita bruli­cante della città; una sfida per il senso di straniamento che produce il contrasto tra gli oggetti in mostra e la città all’esterno, al di là della struttura metallica della galleria, fino al Monte Rosa in lontananza.

La mostra, a cura di Luigi Alberto Cippini di Armature Globale insieme a Fredi Fischli e Niels Olsen di gta exhibitions, rappresenta solo una parte di quello a cui i curatori stanno lavorando: il progetto espositivo si affianca a una serie di conversazioni online ed è stato preceduto da Sturm&Drang Studio, corso tenuto da Cippini, Fischli e Olsen nell’ambito del nuovo programma dell’ETH History of Art and Architecture: Exhibiting Architecture, coordinato da Philip Ursprung. Solo all’interno di tale geografia di collaborazioni si comprende significato di quanto esposto che, sebbene possa risultare a prima vista incomprensibile per un occhio inesperto, rappresenta il tentativo di analizzare il processo e i problemi legati alla CGI, ai suoi limiti tecnici, culturali e sociali. A partire dalla volontà di indagare le possibili strategie espositive dell’architettura, Sturm& Drang Studio e la mostra milanese affrontano i temi che la sempre più pervasiva presenza virtuale e reale della CGI fa affiorare e lo fanno mostrando i mezzi di produzione piuttosto che i risultati, ignorando volutamente le elaborazioni finali per concentrarsi sul processo.

È Olsen, nel Quaderno #31 edito da Fondazione Prada, a svelare le intenzioni dei curatori: «È come presentare un film mettendo in mostra la videocamera, il proiettore e lo schermo. Il risultato può essere sorprendente, perché le immagini possono essere fraintese in quanto immateriali, mentre l’esposizione dimostra che non lo sono». È come raccontare una storia mostrandone la componente strutturale, descrivere un’emozione o un’opera d’arte svelandone i fili, anche quelli meno affascinanti o attraenti, sbirciare sul retro di un mondo, accettando l’intangibile senso di precarietà che questo comporta.

I curatori conducono il visitatore all’interno di una «ready-made CGI» per ingaggiare così un sottile gioco di rimandi tangibili tra il qui e ora e un vasto altrove, con la leggerezza di una narrazione che apre ai molteplici scenari di tale new infiniteness, all’interno della quale il termine imagery, oltre che nell’accezione corrente, potrebbe intendersi come «integrazione dei dati reali verso il possibile», nel tentativo – come afferma Cippini – «di trasformare le immagini in un processo di verità».

In tutto questo che ruolo gioca l’architettura? L’interesse nasce dalla riflessione intorno alle strategie espositive dell’architettura in sé e in relazione di reciproca influenza con l’arte, là dove cioè – come afferma Fischli – la cultura della CGI «determina un’evoluzione estetica», modifica cioè la forma stessa della percezione.

E infatti, in mostra, le modalità con cui la produzione delle immagini viene esibita generano una sorta di installazione performativa, che si traduce in puro elogio dell’estetica (della rappresentazione) del processo. La disposizione dei monitor rispetto alle strutture dell’allestimento e allo spazio in cui si collocano, le voci di fondo dei tutorial, la dilatazione temporale dei video riprodotti in loop superano il piano volutamente rough dell’allestimento per tradurlo in una forma compiuta di rappresentazione artistica. Sul modello della Performance Art del Bauhaus e della sua estetica sperimentale, Sturm& Drang propone al visitatore contenuti non pensati per essere esposti, ma non per questo privi di intenzione artistica; pur impiegando infatti mezzi digitali, per loro natura misteriosi, li rende affascinanti e seducenti in virtù dell’estetica tangibile delle immagini evocate, al contempo evento visivo e percettivo.

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