La Svizzera punta in alto
La diffusione delle torri residenziali sta ridisegnando lo skyline svizzero. Attraverso progetti recenti a Zurigo e in altre città, il saggio analizza nuove forme di densificazione, sperimentazione tipologica e relazione tra edificio alto e contesto urbano.
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Dopo un numero dedicato alla densificazione di dodici anni fa,1 e qualche approfondimento successivo sull’abitare nella Svizzera d’Oltralpe, in cui la crescita in
altezza è stata identificata come una delle nuove traiettorie di ricerca della residenza collettiva,2 espazium quaderni torna a riflettere sulle premesse e sugli esiti delle torri che ne stanno ridisegnando lo skyline.
Alcuni testi recenti ci permettono di fotografare piuttosto bene la rapida progressione di questo fenomeno, pressoché assente nel dibattito culturale degli ultimi vent’anni, poi improvvisamente affacciatosi tra le possibili risposte a uno scenario demografico in sensibile cambiamento, infine materializzatosi in una costellazione di nuove emergenze visive.
In un’analisi di qualche anno fa, Eveline Althaus ha osservato come i primi edifici alti in Svizzera siano apparsi relativamente tardi, con la torre in rue Frédéric-Chaillet a Friburgo (1929-1932) o la Tour de rive a Ginevra (1934-1938), abbiano avuto un boom negli anni Sessanta grazie all’incremento della popolazione, con grandi complessi come il Tscharnergut a Berna (1958–1965), il Lochergut a Zurigo (1963-1966), la Cité du Lignon a Vernier presso Ginevra (1963-1971) e il Mittlere Telli ad Aarau (1971–1991), e abbiano subito una battuta d’arresto negli anni Settanta a causa del crollo economico innescato dalla crisi petrolifera, della messa in discussione di un modello urbano a crescita illimitata a cui si ispiravano e dei processi di segregazione conseguenti alla monofunzionalità di molti insediamenti.3
Il caso di Zurigo è da questo punto di vista emblematico. L’edificio alto più rappresentativo (di 12 piani) è degli anni Cinquanta, la Siedlung Heiligfeld (1954-1955) di Heinrich Steiner.4 Nelle analisi di Sebastiano Brandolini del 2008 sulle nuove residenze zurighesi – in una rassegna che comprende opere di Gigon Guyer, Camenzind Evolution, Burkhalter & Sumi e EM2N5 – e di Stefano Guidarini del 2018 sul progetto di abitare condiviso in Svizzera – focalizzato invece su interventi come Kraftwerk 1 Hardturm e Heizenholz, Mehr als Wohnen/Hunziker Areal e Kalkbreite Zollhaus6 – non vi è traccia di sperimentazioni sul tipo a torre. Significativo il fatto che, per lo studio7 che precede la realizzazione dei loro primi edifici alti a Zurigo – tra questi la verticale a sbalzo della Löwenbräu-Areal (2005-2014) –, Gigon Guyer selezionino in questo ambito opere che provengono da altre regioni del mondo (Stati Uniti e Brasile, Inghilterra e Germania) – quasi a voler colmare la mancanza di un tema tipologico fino a quel momento poco esplorato.
Gli ultimi anni vedono invece un progressivo cambio di mentalità. Daniel Kurz è tra i primi a rilevare il deciso orientamento verso l’incremento della densità, spesso perseguito tramite la sostituzione di quartieri esistenti o
la rigenerazione di aree dismesse, indicando il Quartiere Werdwies (2007) di Adrian Streich come precursore di questa tendenza.8 La stessa dinamica è rilevata da Dominique Boudet che, ripercorrendo l’evoluzione dei tipi residenziali a Zurigo nel Novecento, sottolinea come lo slancio verticale sia sempre più presente nelle politiche di sviluppo della città.9 Tale immagine si consolida e approfondisce nella recente mostra e pubblicazione (2026) curata da Tom Avermaete, Jonathan Sergison e Giulia Scotto che, passando in rassegna alcuni casi emblematici, registrano con mappe e dati la svolta urbanistica verso l’alta densità.10
Col completamento delle prime opere, alcune riviste iniziano a elaborare distinzioni sempre più specifiche. Sui vantaggi e svantaggi di diverse modalità insediative e forme di densificazione è intervenuto Vittorio Magnago Lampugnani, sia nell’intervista di questo numero che nel suo Contro la città usa e getta (2024).11 Ai vantaggi e svantaggi costruttivi del legno rispetto al cemento di alcune nuove realizzazioni – l’Edificio alto di Papieri-Areal a Cham (2025) di HBF Architekten, la Torre H1 a Zurigo-Regensdorf (2025) di Boltshauser Architekten e la Torre Pi a Zugo di Duplex Architekten – è
invece dedicato un recente dossier di Hochparterre.12
Allargando il nostro sguardo alla situazione della città contemporanea europea, il progetto dell’edificio alto sembra essere sempre più afflitto da due derive complementari.13
La prima consiste nel totale disinteresse rispetto ai vincoli, il concepire il progetto come prova di forza, ricerca dell’eccesso, occasione di autocelebrazione. La seconda, all’opposto, riguarda la rassegnazione alla loro complessità, il pensare cioè che norme generali e restrizioni specifiche possano ridurre radicalmente il perimetro del nostro operare. In una presentazione di qualche anno fa della Torre Burgo a Oporto (2007) Eduardo Souto de Moura sottolineava proprio questo aspetto, ritenendo che ormai – con l’altezza definita dai pompieri, lo spessore delle solette dagli ingegneri, il nucleo centrale dai regolamenti di sicurezza – a chi progetta rimanga solo «l’architettura della pelle».14
Alcune opere realizzate in Svizzera in questi anni ci sembrano indicare una ricerca di equidistanza tra questi due estremi, in quella condizione di equilibrio dinamico tra senso della realtà e senso della possibilità che riteniamo ancora oggi un requisito ineludibile della cultura progettuale.
Da una parte emerge infatti un’attitudine alla sperimentazione in ambiti che vanno dalla configurazione volumetrica dell’edificio alla modalità insediativa del complesso, dalla diversificazione dei tagli alla natura degli spazi privati aperti e infine dalle dotazioni collettive delle unità residenziali alle modalità di espressione del mix funzionale,15 che certo scavano un divario in termini di approcci ed esiti rispetto alle verticali monolitiche e monofunzionali dell’high-rise svizzero negli anni Cinquanta. Dall’altra, pur con esiti differenti, ricorre il tentativo di infondere una coerenza più o meno diretta tra l’organismo edilizio e il suo contesto, sia esso l’immediato intorno o la lunga distanza, sia esso esistente o di nuova costruzione.
Quattro torri a Zurigo
Zurigo mostra su questo aspetto alcune varianti significative. Il Depot Hard a Zurigo (2015-2026) di Morger Partner, 68 metri per 197 appartamenti, è ad esempio composto da due corpi alti su un corpo basso perimetrale. La differenziazione avviene in questo caso in orizzontale e in verticale,
con i quattro appartamenti per piano delle due torri e le townhouse a due livelli nel basamento, e riguarda non solo gli spazi residenziali ma anche quelli del lavoro con l’alternanza, nel piano terra verso il fiume, di unità live-work, atelier e uffici. Perno sociale dell’intervento è la grande corte centrale, costituita da un vuoto longitudinale con accesso diretto ai duplex e alle due sale comuni.
La relazione con il contesto si attua a molteplici livelli. Dal punto di vista morfologico il complesso ricalca il perimetro del cuneo urbano tra la Limmat e Hardturmstrasse. Dal punto di vista dello skyline dialoga con le altre emergenze visive del quartiere: nell’immediato intorno con la verticale semi-rastremata della Escher Terrace e il blocco vetrato della Swisscom Tower, a maggiore distanza con il monolite della Kornhaus-Swissmill Tower (2013-2016) di Harder Haas Partner Architekten, con la Torre della Löwenbräu-Areal (2010-2014) e con la Prime Tower (2008-2011) di Gigon Guyer. Tale dialogo è esito di una coraggiosa scelta degli autori, che hanno scelto di condensare in due edifici alti una volumetria che, secondo le indicazioni del bando, doveva essere invece distribuita in un solo grande blocco perimetrale alto 30 metri.16
Con i suoi 75 metri per 156 appartamenti, la Torre H1 nella Zwhatt-Areal a Zurigo-Regensdorf (2019-2025) di Boltshauser Architekten è un volume monolitico bipartito con la variazione del loggiato nell’attacco a terra ma, rispetto alla Tour des Vernets, non di un elemento di coronamento.
Le unità sono diversificate sia all’interno del piano che tra piani. Lo schema simmetrico di partenza prevede 6 o 8 unità per piano, di cui quattro angolari con doppio affaccio. La maglia strutturale modulare e la pianta regolare lasciano ampio spazio alla modificabilità, consentendo di creare unità che vanno da 1 a 5 vani, con un solo bagno o due bagni e con angolo cottura parallelo o ortogonale al lato lungo della torre. Ulteriore elemento di variazione deriva dalle logge, che possono essere posizionate nei moduli angolari, in quelli al centro delle facciate sud-est e nord-ovest o nelle aree intermedie. Più contenuti sono gli spazi comuni e di uso pubblico, con le attività commerciali al piano terra e, tra il dodicesimo e tredicesimo piano, una lavanderia a doppia altezza con locali asciugatura. L’intensificazione delle relazioni sociali è quindi affidata alla piazza pubblica e al padiglione polifunzionale antistante la torre in cui si trovano alcuni uffici, l’officina per le biciclette, le stanze per gli ospiti e l’area estiva per il cinema all’aperto.
In termini di relazioni, alla scala ravvicinata il masterplan è caratterizzato da principi geometrici comuni e dall’istituzione di chiare gerarchie tra le sue componenti grazie alla collocazione e alle variazioni di altezza tra gli edifici. Più problematica sembra invece essere l’istituzione di una relazione tra questo insieme e la città, per il contrasto tra le verticalità del comparto e il costruito a grana fine che lo circonda.
La Alto Tower a Zurigo-Altstetten (2023-2026) di Pool Architektur, 80 metri per 149 appartamenti, è un volume monolitico tripartito, con colonnato al piano terra, sviluppo centrale di 23 piani e coronamento sommitale.
La differenziazione si attua sia nel piano, grazie a una distribuzione interna non simmetrica attorno al nocciolo distributivo centrale, che tra piani, alcuni con 6 unità e altri con 4, in entrambe le configurazioni con 2 appartamenti monoaffaccio orientati a sud. La mancanza di spazi privati aperti è parzialmente risarcita dall’introduzione di una sequenza di stanze «quattro stagioni» dotate di grandi aperture che permettono di affacciarsi sulla città in uno spazio protetto. A integrare il complesso sono al primo piano gli uffici e le sale comuni, partizionabili secondo vari layout,
e un giardino pensile rivolto a sud-ovest concepito come luogo di incontro.
L’edificio si pone in relazione al costruito ricalcando l’impronta al suolo delle costruzioni basse che sostituisce e creando una corrispondenza tra l’altezza del basamento e quella dei volumi restanti. Il posizionamento della torre non all’estremità dell’isolato, e il fatto che questa distanza sia occupata da un ulteriore corpo di fabbrica ha però impedito di ricavare quella pausa di transizione che avrebbe potuto ulteriormente valorizzarne l’attacco a terra nell’eterogeneità dell’edificato tra Baslerstrasse e Freihofstrasse.
Collocata a poche centinaia di metri dalla Alto Tower, la Torre Letzibach Teilareal C a Zurigo-Altstetten (2008-2015) di Adrian Streich Architekten, 16 piani per 185 appartamenti, è costituita da due volumi isolati in un sistema composito di corpi alti e bassi.
La ricca articolazione dimensionale e tipologica dei tagli, che arriva a 40 variazioni complessive, avviene qui tra gli edifici e tra i blocchi che li costituiscono. La torre ovest presenta un piano tipo con 4 o 6 appartamenti e una divisione a doppia L simmetrica. La torre est ha una divisione simmetrica trasversale alla pianta, con 4 o 5 appartamenti per piano. Il progetto prevede la presenza di un’area interamente commerciale a doppia altezza al piano terra, e di una serie di uffici e spazi tecnici al piano primo.
La continuità con il contesto è rafforzata dalla presenza di un basamento basso, dall’allineamento con l’adiacente sedime ferroviario e da variazioni di altezza degli edifici del complesso che richiamano l’eterogeneità del paesaggio urbano.
Quattro torri nella Svizzera d’Oltralpe
Come possiamo rilevare esaminando le strategie urbane di questi anni, sembra che lo sviluppo in altezza sia questione non solo zurighese ma anche di altre città della Svizzera d’Oltralpe come Ginevra, Basilea e Zugo, Losanna e Lucerna, e soprattutto non solo delle realtà più grandi ma anche di centri urbani sotto i 50 000 abitanti. Alcune opere di recente realizzazione ci consentono di verificare questa tendenza e, ancora una volta, l’articolazione dei temi che la caratterizza.
La Meret Oppenheim Tower a Basilea (2016-2019) di Herzog & de Meuron, 85 metri per 153 appartamenti, è un corpo composito costituito da più volumi di diversa dimensione.
Rispetto agli altri esempi citati, questo è l’intervento che maggiormente sfrutta le potenzialità della dissociazione tra maglia strutturale, partizionamenti interni e involucro, favorendo le molteplici variazioni geometriche e dimensionali delle unità abitative, che, oltre che all’interno dello stesso piano, differiscono sia tra i vari blocchi che tra i piani che li compongono. Gli spazi aperti che si estendono tra le terrazze del sesto, settimo e quindicesimo piano sono di uso collettivo, per gli appartamenti e per gli uffici. Tali superfici, determinate dall’appoggio dei volumi più piccoli su quelli più grandi, offrono visuali a lunga distanza verso la stazione, il Mercato coperto (1929) con la torre pentagonale (2012) di Diener & Diener, quella cilindrica della Bank for International Settlements (1972-1977) di Martin Burckhardt e il Mövenpick Hotel (2018-2021) di Miller & Maranta e, nella direzione opposta, verso il costruito a bassa densità. Il programma funzionale è composito, con i quattro volumi alla base per spazi commerciali, servizi e uffici e i cinque superiori per le residenze. I blocchi sono impilati con leggere traslazioni, sfalsamenti e sbalzi e attraversati verticalmente da quattro colonne distributive che favoriscono l’organizzazione di una pianta diversa a ogni piano.
Pur nella configurazione composita dell’organismo, la relazione con il contesto si sviluppa sul piano morfologico e visivo. Il piano terra commerciale è pubblico e aperto alla città, i cinque volumi alla base assumono l’altezza e la giacitura degli edifici del quartiere e le facciate lunghe dei quattro corpi superiori sono orientate verso lo skyline irregolare oltre la cesura del sedime ferroviario.
Il Complesso Pilatus a Kriens (2018-2026) di Giuliani Hönger, due torri da 110 e 50 metri per 372 appartamenti, la verticale la più alta di questa rassegna, è composto da un sistema polifunzionale che comprende una nuova infrastruttura sportiva.
Le variazioni sono nel piano, tra diversi piani e tra le torri: mentre quella bassa comprende 139 unità di dimensione variabile, tutti in affitto, quella alta ne include 233 per la maggior parte di proprietà classificabili in tre tipi: tra il secondo e il settimo livello si trovano dai 9 ai 12 appartamenti per piano, tra l’ottavo e il trentunesimo 5 o 6 per piano, tra il trentaquattresimo e il trentaseiesimo 4 o 5 per piano, in affitto e di proprietà. Nel basamento sono anche le 28 unità MOVEment per locazioni brevi, con arredi semoventi che consentono di compattare la zona cucina o la zona notte secondo le necessità. Il progetto prevede una serie di semilogge che portano un maggior riparo dagli agenti atmosferici e un’ulteriore variazione su un volume già articolato dalle piegature della pianta esagonale. Molto generosa è l’offerta degli spazi collettivi. Il piano terra ospita un locale per le biciclette, il secondo una sala fitness, un locale asciugatura e una cantina, l’ottavo una zona di coworking, il trentaseiesimo una sauna con terrazza. Il fulcro sociale dell’edificio è rappresentato dalle terrazze sui tetti, dotate di piccoli giardini, spazi per feste private e un’area comune con cucina aperta verso i versanti alberati del Pilatus e le baie di Lucerna e di Horw.
Ancora una volta il rapporto con il contesto si attua a più scale. Quello con l’immediato intorno è affidato al basamento, che riprende le altezze e le partiture compositive dell’edificato circostante. Un’analogia a distanza, per dimensione e natura dell’operazione, è invece con l’Allmend Sports Arena (2008-2012) di Marques Architekten e Iwan Bühler Architekten, altro organismo costituito da un’infrastruttura sportiva e da due torri residenziali.17
Alta 86 metri e con 256 appartamenti, la Tour des Vernets a Ginevra (2018-2026) di Fruehauf, Henry & Viladoms è costituita da un volume monolitico tripartito.
La diversificazione è nel piano e tra piani. I primi ventiquattro livelli, con 10 alloggi per piano, presentano unità abitative da 3 a 5 stanze, gli ultimi due ne contengono 8 da 6 stanze con un’altezza e una superficie interna maggiore. La sequenza degli spazi privati aperti, assenti nella parte sommitale, si svolge nella parte centrale, con logge incolonnate al centro della facciata a rafforzarne la verticalità.
Il corpo di fabbrica contribuisce alla definizione gli spazi aperti e instaura un dialogo con le altre costruzioni del quartiere, un edificio alto di 50 metri in realizzazione, la torre RTS sull’altra sponda dell’Arve e l’edificio Rolex. Il suo posizionamento lungo il fiume e davanti al grande vuoto
del parco Baud-Bovy lo rende un punto di riferimento percettivo da diverse distanze. Un riferimento indiretto ma esplicito è invece ai ritratti di architettura modulare del fotografo Andreas Gursky18 e alla sperimentazione sulla casa dei fratelli Honegger, pionieri della costruzione industriale tra gli anni Trenta e la fine degli anni Sessanta. Come in queste storiche opere di edilizia popolare, anche la Tour des Vernets è caratterizzata dalla rigorosa grammatica delle piante e dei prospetti e dal ruolo non solo strutturale ma anche espressivo delle componenti costruttive, con assi verticali e orizzontali non complanari e differenziati nello spessore che permettono di istituire chiare gerarchie tra gli elementi della composizione ma anche conferire tridimensionalità alle facciate.
Collocata in prossimità della ferrovia, la BäreTower a Ostermundigen (2018-2022) di Burkard Meyer Architekten, 100 metri per 152 appartamenti, è un volume costituito da più blocchi differentemente dimensionati e orientati.
Il programma prevede un mix tra usi residenziali e commerciali, con spazi di servizio al piano terra, un hotel (al piano primo e secondo della torre e nell’adiacente blocco a 4 piani) e un ristorante al nono piano. A questo si aggiunge un edificio basso che contribuisce a definire lo spazio della piazza al cui interno si trovano un centro medico, una farmacia e una banca. I servizi agli abitanti – un parcheggio, i locali per le biciclette e le cantine – sono invece collocati al primo e secondo piano interrato. Le variazioni sono per blocchi multipiano. Dal terzo all’ottavo piano, dove le partizioni interne seguono due diversi orientamenti, trovano posto 7 appartamenti per piano con logge sui lati sud, est e ovest. I piani tra il decimo e il ventottesimo, con divisori interni orientati interamente sull’asse nord-est e sud-ovest, ospitano 5 appartamenti (con logge sui lati sud, est e ovest), quelli tra il ventinovesimo e il trentunesimo 4 e quelli tra il trentaduesimo e trentatreesimo 3 (con terrazza al livello superiore).
Anche in questo caso la ricerca di relazioni considera il contesto a più distanze, assorbendo l’intreccio di due differenti giaciture: mentre il corpo basso si pone ortogonalmente al vicino sedime ferroviario, il corpo alto segue l’orientamento della Bernstrasse, la storica infrastruttura che attraversa l’intero comune di Ostermundigen e, in prossimità della torre, taglia diagonalmente il percorso dei binari.
Che siano volumi indifferenziati, bipartiti o tripartiti, che includano appartamenti che variano solo nel piano o anche tra diversi piani, che siano provvisti o sprovvisti di spazi aperti privati o collettivi, che offrano spazi invariabili, adattabili o modificabili, le opere illustrate in questa breve ricognizione mostrano come la sperimentazione tipologica sull’organismo e sulle cellule che lo compongono possa non mettere in secondo piano la ricerca di relazioni con il contesto in cui sono inseriti.
La torre, secondo Filarete, è un edificio che non solo guarda lontano ma è anche visibile da lontano. Davanti a un quadro sociale ed economico in costante mutamento questa analisi ci ricorda la necessità di mettere in campo forme di diversificazione funzionale e distributiva sempre più articolate ma al contempo, ripensando a questa sua duplice condizione, di porsi a debita distanza verso quella deleteria clonazione di prototipi preconfezionati che sta diffondendosi non solo in alcune megalopoli nel mondo ma anche in molte città alle nostre latitudini.
Note
- «Archi», n. 3, 2014. La rivista racconta il «densificare con qualità» a Zurigo attraverso cinque edifici alti di Marcel Meili & Markus Peter, Loeliger Strub Architektur, Peter Märkli, Burkhalter Sumi Architekten, Darlington Meier Architekten.
- «Archi», n. 5, 2023, 22-23.
- E. Althaus, Abitare in verticale ieri e oggi, espazium.ch, 24.06.2020.e
- M. Moscatelli, Zurigo. La ricerca dell’essenziale, Marsilio, Venezia 2006, 41-55.
- S. Brandolini, Zurigo. Paradigma residenziale, «Ottagono», 2008, n. 10, n. 208, 140-165.
- S. Guidarini, New Urban Housing. L’abitare condiviso in Europa, Skira, Milano 2018, 59-138.
- A. Gigon, M. Guyer, Residential towers, gta publisher, Zürich 2016.
- D. Kurz, Background to the housing boom in Zurich around 2000, in H. Wirz, C. Wieser (eds.), Zurich Housing Development 1995-2015, Quart, Luzern 2017, 21.
- D. Boudet (ed.), New Housing in Zurich. Typologies for a Changing Society, Park Books, Zurich 2017.
- J. Sergison, G. Scotto, Zurich Primer. A Propositional Planning Vision for the City, Quart, Luzern 2026; T. Avermaete, G. Scotto, Zurich Atlas An Archeology of Urban Codes and Forms, Quart, Luzern 2026.
- V. Magnago Lampugnani, Contro la città usa e getta. Per una cultura del costruire sostenibile, Bollati Boringhieri, Torino 2024.
- Riesen aus Holz, «Hochparterre», 2025.
- M. Moscatelli, L’edificio alto residenziale nell’architettura europea, Araba Fenice, Boves 2017.
- E. Souto de Moura, …la struttura non si discute, «Casabella», n. 756, 2007, 99.
- Correttamente alcune pubblicazioni recenti sull’edificio alto residenziale distinguono mix funzionale e servizi alla residenza, sottolineando come il primo rimandi più alla relazione tra edificio e città e alla dimensione pubblica, il secondo al rapporto tra gli abitanti dell’edificio e alla dimensione collettiva. Cfr. A. Fernandez Per, J. Mozas, J. Arpa, This is hybrid, A+T, Vitoria 2011.
- Da un’intervista della redazione con Julien Rey, Architect and Design Manager (Planungsleiter), Morger Partner, 19.06.2026.
- Dalla visita della redazione di espazium quaderni alla Pilatus Tower con Lorenzo Giuliani del giugno 2026.
- Da un’intervista della redazione con Claudius Fruehauf del 29.05.2026.