Re­cen­sio­ne a «Nel 2050. Pas­sag­gio al nuo­vo mon­do»

Publikationsdatum
18-07-2022
Matteo Vegetti
Filosofo, docente all'Accademia di architettura di Mendrisio

La straordinaria attualità dell'ultimo libro di Paolo Perulli traspare fin dalle prime righe del Prologo: «La guerra di tutti contro tutti raffigura il tempo che stiamo vivendo, in cui l'ordine del mondo si è interrotto. Prevale il Disordine: l'ostilità cresce tra gli Stati e negli Stati, tra le società e al loro interno, tra le grandi civiltà sempre meno "civili" e, soprattutto, tra l'uomo e il suo ambiente, l'ecosistema terrestre». Il libro è uscito nel 2021, eppure il Disordine di cui si parla sembra prefigurare anche la crisi geopolitica legata alla guerra in Ucraina e con essa il definitivo naufragio della promessa che ha accompagnato la nascita del mondo globale: quella di un mondo più giusto, pacificato e unito dalle leggi del mercato.

Va detto che il libro, con una sofisticata astuzia letteraria, inizia nel 1989 (quando appunto è sorta la grande promessa appena citata) e si conclude nel 2050, data simbolo per gli obiettivi degli accordi internazionali sul clima. Nel mezzo tra queste due date, secondo Perulli, la storia della globalizzazione giunta fino a noi va riletta e ripensata alla luce delle drammatiche crisi economiche e sociali che ne hanno accompagnato lo sviluppo: dall'attacco alle torri gemelli (con il conseguente terrorismo internazionale) fino alla crisi finanziaria del 2008 e alla pandemia del 2020. Tali eventi, riconducibili ai rischi sistemici cui è diversamente esposto il mondo globale, non sono però che il sintomo di una questione molto più profonda, radicata nel capitalismo e più ancora nelle recenti politiche del neoliberalismo.

Per effetto della spregiudicata precarizzazione del lavoro e dello smantellamento dello stato sociale è innanzitutto sorta una nuova figura sociale, non più riconducibile ai costrutti politici moderni di popolo e classe: la neo-plebe. La società globale è così sottoposta a una forte polarizzazione: da un lato vi sono le élite cosmopolite, dall'altro il magma delle neo-plebi, con in mezzo un terzo soggetto, le classi creative, una forza intellettuale potenzialmente rivoluzionaria, ma ancora priva di coesione e di potere. Tutto questo non è però che un aspetto della crescita globale delle disparità economiche, che Perulli riconosce come il più tipico prodotto della globalizzazione, insieme ai danni dell'antropocene.

Entrambe le cose sono infatti legate allo sviluppo irresponsabile e anarchico delle logiche del profitto capitalistico, giunte al punto minacciare l'esistenza stessa del pianeta. Che speranze ci restano dunque per sfuggire alla spirale distruttiva e autodistruttiva che prende il nome di globalizzazione?

Perulli ci indica una via d'uscita tutt'affatto diversa da quella promulgata dal campo delle retoriche sovraniste che hanno disgraziatamente assunto il monopolio della critica alla globalizzazione: una via che ambisce a istituire un'organizzazione glocale dello spazio, cioè capace di produrre nuove sintesi tra il globale e il locale. Deglobalizzare significa in quest'ottica accorciare le catene del valore, rompere il monopolio delle multinazionali (specie di quelle legate alle nuove-tecnologie e alla comunicazione), rivalutare la specificità dei luoghi come terreni di innovazione e prossimità sociale, promuovere ovunque le logiche compatibili con le grandi sfide poste dalla transizione ecologica. «L'azione di "salvare il pianeta" è la più grande azione collettiva del XXI secolo», e, qualora avesse successo, comporterà necessariamente effetti positivi anche sul piano politico e sociale. Ma avrà successo?

L'ultimo capitolo del libro, nello stile letterario degli utopisti dell'Ottocento (si pensi a Bellamy, Looking Backward: 2000-1887), ci trasporta nel fatidico 2050. Qui la globalizzazione ci appare finalmente per ciò che è realmente stata: un esperimento sbagliato condotto da un apprendista stregone, e per fortuna ormai concluso.

Il mondo è diventato glocale. La sfida della sostenibilità è vinta. Inoltre, nel quadro di un mondo multipolare «L'Unione Europea "dall'Atlantico agli Urali" (…) ha attratto a sé Russia e Turchia in nome dell'Antica radice europea e della moderna geopolitica che ne fa le due cerniere tra Occidente e Oriente». Il libro ci trasporta così anche oltre l'orizzonte della guerra odierna, in un mondo nuovo, nel quale abbiamo il bisogno di credere.

Paolo Perulli
Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo
Il Mulino, Bologna 2021

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