Una cor­ni­ce per la vi­ta quo­ti­dia­na

Tour Vernets, Genève Fruehauf Henry & Viladoms Thomas Jundt

La Tour des Vernets trasforma un’ex area militare in una nuova parte della città di Ginevra. Il saggio analizza il rapporto tra densità, spazio pubblico e architettura, soffermandosi su tipologia, costruzione e qualità dell’edilizia residenziale sociale.

Data di pubblicazione
13-10-2026
Francesca Belloni
arch. PhD professore, ricercatore ABC POLIMI, redattrice espazium quaderni

English version at this link 

Per anni occupata dalla caserma dei militari, di recente l’area di Quai Vernets1 è stata interessata da un profondo processo di trasformazione. Situata a sud dell’ansa dell’Arve in corrispondenza del parco Baud-Bovy, a poco meno di due chilometri dal centro di Ginevra, essa costituisce la testa verso il fiume del più ampio progetto Praille Acacias Vernets (PAV),2 uno dei principali interventi di riconversione funzionale di tutta la Svizzera. Il riassetto del comparto Quai Vernets prende avvio nel 2012 con la costituzione del Team ENSEMBLE,3 incaricato di definirne gli indirizzi strategici, e trova una prima concreta traduzione nel con­corso «Opération les Vernets», bandito nel 2014 e vinto dal gruppo formato dagli studi Fruehauf, Henry & Viladoms e Atelier Descombes Rampini. Attraverso questo processo, Quai Vernets ha progressivamente ridefinito la propria identità, trasformandosi da enclave militare a parte integrante del tessuto urbano ginevrino con la realizzazione della torre Vernets e di due corti residenziali di dieci piani ciascuna, completate da una scuola elementare collocata al centro dell’area pedonale e da un edificio pubblico lungo rue Lina-
Stern. Alla fine del 2028 il quartiere ospiterà 1355 alloggi in locazione a prezzi accessibili, destinati ad accogliere circa 4000 residenti all’interno di soli tre edifici, con una densità di circa 67 500 abitanti al chilometro quadrato.

In attesa del completamento degli interventi previsti dal PAV, il vasto piano di trasformazione che interessa i comuni di Ginevra, Carouge e Lancy e che comprende la realizzazione di nuove torri alte fino a 170 metri, oltre alla recente Torre Pictet di 90 metri, la Torre Vernets – escludendo i 91 metri della Grande Tour du Lignon – rappresenta oggi il più alto edificio residenziale di Ginevra. Eppure, a meno che non la si osservi dalla sponda opposta dell’Arve o a distanza, il suo impatto volumetrico non appare dominante: essa si inserisce con apparente naturalezza nel tessuto edilizio circostante, senza entrare in contrasto né con gli isolati limitrofi né con l’îlot A di Quai Vernets, recentemente completato su progetto di Bunq e GD Architectes.

La strategia progettuale elaborata da Fruehauf, Henry &Viladoms e ADR è chiaramente concepita alla scala dei grands ensembles e si confronta direttamente con la tradizione di questo genere di insediamenti della Svizzera romanda. L’obiettivo non è soltanto quello di aggiornarne il lascito attraverso la definizione di un nuovo vocabolario architettonico e la sperimentazione di nuove tipologie abitative, ma soprattutto di lavorare sulla definizione dello spazio pubblico e sul suo rapporto con la città circostante.

In quest’ottica va letta la disposizione dei tre volumi che compongono Quai Vernets. La torre e l’îlot B sono collocati parallelamente alla riva dell’Arve, mentre l’îlot A si allinea a est lungo route des Acacias dando luogo a una configurazione che genera un ampio spazio pedonale di forma trapezoidale tra gli edifici, vero elemento ordinatore dell’intero intervento.

In particolare, la torre instaura un rapporto di prossimità e quasi di dipendenza rispetto al vuoto del parco Baud-
Bovy. Sebbene, come racconta Claudius Fruehauf 4 – tra gli autori del masterplan e tra i progettisti della torre – questa relazione non sia stata perseguita intenzionalmente, il risultato si è rivelato un valore aggiunto del progetto. L’ampio invaso del parco, infatti, non assume un carattere monumentale e neppure enfatizza la verticalità dell’edificio; al contrario, ne accompagna la presenza con discrezione, contribuendo a definire un misurato equilibrio tra costruito e spazio aperto a cui anche il fiume con le sue rive ghiaiose entra a far parte.

La consistenza dell’intervento emerge con chiarezza dai dati dimensionali dell’edificio: la torre è un volume monolitico e regolare, con una pianta rettangolare di 47 × 27,30 metri, sviluppato su 26 piani fuori terra e un livello interrato, per un’altezza complessiva di 86 metri. Ospita 256 alloggi in locazione da tre a sei vani: 48 da tre vani, 152 da quattro e 48 da cinque occupano i primi ventiquattro piani, mentre gli ultimi due livelli accolgono 8 appartamenti da sei vani. Questi ultimi beneficiano di un’altezza interna più generosa – 3,20 metri contro i 2,50 metri dei primi 24 piani – ma, a differenza di quelli dei livelli sottostanti, sono privi delle logge che caratterizzano invece tutte le unità dei primi ventiquattro livelli. Gli affitti saranno controllati dal Cantone secondo due categorie distinte: quelli dei 50 appartamenti dai piani 1 al 5 (Logements d’utilité publique [LUP] IV) per 50 anni e quelli dei 206 appartamenti dai piani da 6 a 26 (ZD LOC = zone de développement – location) per 10 anni.

Al di là dei numeri, la torre si presenta come un volume volutamente monolitico, estraneo a qualsiasi ricerca di organicità e improntato a un rigoroso razionalismo. Un linguaggio di facciata rigorosamente uniforme ne articola il volume attraverso variazioni minime, quasi impercettibili. La principale è la tradizionale tripartizione tra basamento, fusto e coronamento: il basamento è enfatizzato dalla lobby passante a doppia altezza di sei metri; il fusto, corrispondente ai piani dal primo al ventiquattresimo, è scandito dall’alternanza regolare di logge e finestre a tutta altezza; il coronamento, infine, elimina le logge a favore delle sole aperture finestrate. L’aumento dell’altezza interna netta e l’arretramento del marcapiano orizzontale introducono una variazione sottile, sufficiente però a suggerire la conclusione del volume senza ricorrere a soluzioni enfatiche.

A questo si aggiunge il trattamento della facciata, realizzata con pannelli prefabbricati in cemento contenenti aggregati lapidei bianchi e neri che richiamano il granito. La granulometria, volutamente medio-grossa, conferisce alla superficie un tono vibrante, sia da lontano, per la particolare riflessione della luce e per le sfumature cupe che assume nelle giornate di pioggia, sia da vicino, dove emerge con maggiore evidenza la ricchezza materica del rivestimento. L’astrazione complessiva del volume risulta così mitigata. I giunti aperti di due centimetri tra i pannelli, lasciati a vista e assemblati a pressione, rendono infatti esplicita la scomposizione della facciata in elementi autonomi, rafforzando il carattere tettonico dell’edificio.

Tutto è coerente con i riferimenti progettuali richiamati dagli architetti tra i quali emerge l’allusione alle opere di Andreas Gursky, la cui ricerca di una monotonia controllata offre una chiave di lettura efficace per comprendere il carattere della torre. Come nelle scene iperfocalizzate dell’artista tedesco, anche qui nessun elemento prevale sullo sfondo o in primo piano, ma la ripetizione e l’uniformità della facciata costruiscono l’immagine di un elemento territoriale. L’edificio instaura infatti un dialogo privilegiato con le variazioni della luce, il corso dell’Arve, il lago di Ginevra e il profilo del Mont Salève sullo sfondo, piuttosto che con il tessuto urbano circostante. In questo senso, il lavoro sulla facciata può essere descritto dalle parole dello stesso Gursky: «A livello formale, innumerevoli micro e macrostrutture interconnesse sono intrecciate, determinate da un principio organizzativo generale».

A questo si affianca il riferimento all’opera dei fratelli Honegger che, tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, realizzarono oltre novemila alloggi nella sola area ginevrina, contribuendo alla diffusione di metodi costruttivi fondati sulla prefabbricazione e sulla standardizzazione modulare. In linea con quanto sosteneva Hans Schmidt,5 il richiamo a questa esperienza conferma che la ripetizione e la monotonia sono assunte come principio compositivo e obiettivo della costruzione e non vengono considerate un limite espressivo o un vizio di forma. Come negli edifici dei fratelli Honegger, non vi è alcuna concessione a sperimentazioni di carattere plastico. Al contrario, tutto è ricondotto all’espressione della natura trilitica della facciata, nella quale la partitura verticale, sebbene collocata in secondo piano, prevale su quella orizzontale, pur senza annullarla. La facciata restituisce così il carattere costruttivo dell’intervento: i massivi elementi verticali corrispondono alla direzione di trasmissione dei carichi al suolo, mentre quelli orizzontali si limitano a registrare, senza alcuna enfasi, la semplice sovrapposizione dei piani.

La composizione gioca inoltre sull’articolazione spaziale della facciata attraverso una sequenza di piani successivi, ottenuta, seppure con effetti differenti, sia mediante le logge profonde 1,75 m sia attraverso l’arretramento delle finestre di circa 60 centimetri rispetto al filo esterno della facciata. Oltre a enfatizzare la profondità della facciata, questa soluzione consente di ricavare, in corrispondenza di ogni stanza, un piccolo spazio esterno praticabile destinato alle operazioni di manutenzione ordinaria. Allo stesso tempo, tale arretramento intensifica la percezione di continuità tra interno ed esterno. Si tratta di uno spazio che nato 
per esigenze tecniche produce anche un effetto spaziale e percettivo.

Il progetto ricerca una forma di semplicità costruttiva nella quale ogni elemento partecipa a definire una gerarchia chiaramente leggibile. Gli elementi orizzontali interrompono la continuità delle linee strutturali verticali; i pluviali articolano la fascia continua dei cassonetti delle persiane; i montanti delle finestre introducono un’ulteriore suddivisione della composizione; la doppia matericità dei parapetti consente infine di marcare i piani orizzontali senza appesantire il disegno della facciata. Il risultato è una successione di partizioni che, a seconda della distanza di osservazione, restituisce una lettura sempre diversa del volume. Profondità, ritmo e grana costruiscono così un sistema capace di mettere in relazione la scala urbana, quella dell’edificio e quella del dettaglio costruttivo.

Dal punto di vista distributivo la torre è organizzata in modo molto semplice: due vani scala servono dieci alloggi per piano e, al centro di ciascun livello, trovano posto locali destinati a depositi individuali che in base alla loro funzione sono esclusi dal calcolo dei diritti edificatori. Ciò consente di ridurre la distribuzione orizzontale al piano e di massimizzare il numero degli alloggi. Per rispondere alle esigenze degli investitori e nel rispetto della normativa edilizia ginevrina, il progetto massimizza il numero di stanze affacciate sulla facciata. Ne deriva una distribuzione nella quale gli spazi di servizio e le camere si concentrano in prossimità dell’ingresso all’alloggio, poi aprirsi su un ampio locale che unisce cucina e soggiorno.

La struttura portante è realizzata in calcestruzzo armato gettato in opera ed è costituita da un sistema misto, composto da telai lungo le facciate e da setti portanti in 
corrispondenza dei nuclei scale e ascensori, nonché dagli elementi di collegamento tra questi ultimi e i pilastri perimetrali. Gli impalcati sono anch’essi realizzati in calce­struzzo armato gettato in opera a piastra piena di spessore pari a 22 cm.

Il sistema resistente alle azioni orizzontali è affidato alla coppia di nuclei di controvento impostati direttamente sulle fondazioni. I carichi verticali, invece, sono sostenuti da sottili pareti diaframma in calcestruzzo armato, dello spessore di 20 cm, disposte con andamento sfalsato in pianta da un livello all’altro e collegate alle fondazioni mediante colonne.

Nonostante la regolarità della facciata e la semplicità distributiva degli spazi interni, il sistema strutturale presenta un’elevata complessità, determinata dall’interazione di componenti differenti. Tale complessità ha richiesto approfondite analisi sia a scala globale, per valutare il comportamento complessivo della struttura e gli effetti reologici del calcestruzzo, sia a livello locale, per la risoluzione dei numerosi vincoli costruttivi.

Un aspetto particolarmente critico è rappresentato dalle difficili condizioni geotecniche tipiche della morena di Ginevra, che hanno imposto l’impiego di diaframmi in calcestruzzo di profondità superiore ai 50 metri. Inoltre, il trasferimento delle azioni dalle pareti portanti ai nuclei di controvento ha richiesto particolare attenzione, considerando l’elevata sensibilità del sistema iperstatico derivante dai differenti rapporti di rigidezza tra elementi eterogenei, quali componenti prefabbricate, elementi gettati in opera e fondazioni. 
Infine, sono stati sviluppati dettagli costruttivi specifici per la facciata portante prefabbricata, ancorata mediante sistemi privi di ponte termico, ottenuti attraverso un completo taglio della continuità termica tra struttura e involucro.


A partire dalla scala urbana fino alla costruzione, la Torre Vernets dimostra come oggi la questione dell’edilizia sociale non riguardi soltanto il costo degli alloggi, ma anche la qualità dello spazio costruito. Più che ricercare l’eccezionalità, il progetto si occupa di costruire con pazienza le condizioni dell’ordinario; il suo valore risiede proprio nel rifiuto di gesti spettacolari, nella precisione costruttiva e nella misura con cui interpreta la densità. Dietro l’apparente neutralità del linguaggio si cela infatti un edificio capace di ridefinire il rapporto tra densità, spazio pubblico e architettura, restituendo, pur all’interno di evidenti limiti di natura economica, dignità formale e spaziale a un programma di edilizia sociale. Resta tuttavia da capire se questa qualità continuerà a essere un patrimonio collettivo anche quando verranno meno i vincoli che oggi ne regolano gli affitti, ­oppure se finirà per trasformarsi nell’ennesimo dispositivo di valorizzazione immobiliare.

Note 

  1. Per la sezione Realisation, espazium revue ha dedicato a Quai Vernets due articoli del numero 5 del 2026, cfr. Stéphanie Savio, La tour des Vernets, campanile de la densification du PAV, 37-40 | Stéphanie Sonnette, Guillaume Pause, Îlot A au Quai Vernets: le collectif au défi de la grande échelle, 41-47.
  2. La torre di Vernets fa parte del piano di quartiere/plan localisé de quartier (PLQ) Quai Vernets del 2017, denominato settore G Acacias – Bords de l’Arve del più vasto Praille-Acacias-Vernets del 2015.
  3. Si tratta di un gruppo di investitori pubblici e privati composto da Swiss Life AG, Fondation de la Ville de Genève pour le Logement Social (FVGLS), Coopérative de l’habitat associatif (CODHA), Société Coopérative d’Habitation Genève (SCHG), Caisse de Prévoyance de l’État de Genève (CPEG), Mobilière Suisse Société d’assurances SA, Caisse Inter-Entreprises de Prévoyance Professionnelle (CIEPP), Coopérative de logement pour personnes en formation (Ciguë). La gestione del progetto è affidata a Pillet SA e Losinger Marazzi SA.
  4. Nel giugno scorso la redazione di espazium quaderni ha avuto l’opportunità di visitare la Torre Vernets insieme a Claudius Fruehauf che, nel corso della visita, ne ha illustrato le principali caratteristiche urbane, architettoniche e costruttive.
  5. Si veda l’introduzione di A. Rossi a  H. Schmidt, Contributi all’architettura 1924-1964, Franco Angeli Editore, Milano 1974, 7-22.

Articoli correlati