Au­to­fo­cus – Pa­ri­de De­di­ni

Nel 1960 Fernand Pouillon scriveva: «L'illustrazione del libro d'architettura appartiene oggi ai fotografi. Le riviste contemporanee, che pure hanno a disposizione i disegni originali […], preferiscono la fotografia». Sessant'anni dopo è ancor più evidente come quest'arte abbia plasmato lo sguardo sull'architettura: se la realizzazione di un progetto è suggellata proprio dal momento in cui se ne scattano le fotografie, i rendering non sono altro che “previsioni” di fotografie, fotografie dal futuro. In un territorio ristretto come la Svizzera italiana è allora interessante capire chi sono i fotografi che guidano il nostro sguardo sul panorama costruito. Abbiamo posto loro cinque domande, sempre le stesse, per dare conto delle prospettive di ciascuno sul proprio mestiere.

Data di pubblicazione
05-08-2020

Come ha iniziato a occuparsi di fotografia d'architettura?
Nel 2015 ho terminato gli studi in comunicazione visiva e mentre riflettevo su che cosa volevo fare dopo sono stato approcciato da mio zio, l’architetto Danilo Soldati, che è giunto da me con la proposta di fotografare alcuni edifici da lui appena riattati. Allora non avevo alcuna esperienza o conoscenza in ambito architettonico, ma il mio modo di fotografare i paesaggi naturali aveva catturato la sua attenzione, così, un po’ per svago, un po’ per curiosità, ho accettato l’incarico finendo presto per appassionarmi a quel che stavo facendo.

Con quali architetti collabora più spesso? Ci racconterebbe un aneddoto legato a uno di loro?
Ho collaborato con diversi architetti, da giovani emergenti ad altri più affermati. Non ho un aneddoto particolare da raccontare, ma posso senz’altro dire che ognuno di loro mi ha regalato degli spunti interessanti.

Secondo lei la fotografia d'architettura ha un modo diverso di approcciarsi ai suoi soggetti rispetto alla fotografia tout court? Se sì, quali sono le differenze?
Più che altro la fotografia d’architettura ha influito sul mio modo di fotografare gli altri soggetti. Con il tempo ho assimilato un po’ di referenze visive dal lavoro di altri fotografi ed è allora che mi sono reso conto che negli scatti d’architettura avrei potuto raggiungere la forma espressiva che cercavo. Ho quindi iniziato ad approcciare gli altri soggetti alla stessa maniera. Vale a dire con molto rigore, calma, rispetto e devozione.

«La fotografia d’architettura è un ottimo espediente per capire come l’essere umano si inserisce nel suo ambiente»

La chiamano per fotografare un edificio. In che modo si approccia al soggetto? Cosa cerca, cosa le interessa mostrare?
Innanzitutto, se non conosco ancora il progettista esamino le opere che ha realizzato (foto, piani, render), per farmi un’idea preliminare del suo lavoro. Successivamente chiedo di poter visitare lo spazio insieme, di spiegarmi il progetto; da questa discussione provo a individuare delle parole chiave che siano rappresentative dell’opera stessa. Infine cerco di restituire questi concetti in immagine, osservando l’edificio in diversi momenti della giornata, finché trovo l’atmosfera che più si addice al progetto.
Prima di fotografare l’architettura fotografavo il paesaggio, e credo che sia proprio l’interazione tra natura e artificio ad avermi catturato. La fotografia d’architettura è un ottimo espediente per capire come l’essere umano si inserisce nel suo ambiente e quello che più mi interessa è mostrare l’anima della costruzione, attraverso le sue linee, la simmetria e i materiali che la compongono.

Tra le fotografie che ci propone, le chiederei di sceglierne una che le sembra particolarmente riuscita e commentarla. Cosa mostra e perché le sembra che questa fotografia funzioni?
Non me la sento di sceglierne una in particolare. Sono fotografie funzionali ad illustrare dei progetti. Rivedendole a posteriori, con sguardo critico, mi immagino come avrei potuto realizzarle oggi. Riflessioni che mi auguro possano perfezionarmi nel prossimo lavoro che mi sarà commissionato.

Paride Dedini è nato a Locarno nel 1991 e si è diplomato in comunicazione visiva nel 2015. Da allora esplora la fotografia e il video, sia quali mezzi espressivi, sia quali strumenti per documentare il presente. Dal 2017 lavora come videomaker per la Radiotelevisione svizzera.

 

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