Ol­tre l'al­tez­za

Una conversazione con Vittorio Magnago Lampugnani

La torre residenziale concentra le tensioni della vita urbana tra densità, prossimità e distanza. Nel dialogo con Vittorio Magnago Lampugnani, il saggio ne analizza ruolo, limiti e potenzialità, interrogando il rapporto tra altezza, spazio pubblico, regole e qualità urbana.

Data di pubblicazione
18-08-2026

English version at this link 

Nel 1927 Kurt Tucholsky pubblica una poesia intitolata Das Ideal. Elenca ciò che il suo immaginario lettore vorrebbe: una villa nel verde con una grande terrazza, davanti il Mar Baltico e dietro la Friedrichstrasse, dal bagno la vista sulla Zugspitze ma la sera il cinema a due passi. Nove stanze, anzi meglio dieci. Una biblioteca, e tutt'intorno solitudine e ronzio di calabroni. È la fantasia di chi vuole la città e la campagna insieme, la vita collettiva e il silenzio, la vicinanza a tutto e la distanza da tutti. La poesia arriva alla constatazione che Etwas ist immer, qualcosa manca sempre e non si può avere tutto.

È una contraddizione che riguarda ogni forma dell'abitare urbano, ma che l'edificio alto porta al suo grado estremo. La torre raccoglie molte persone in un punto solo, e chi vi abita è chiamato più che altrove ad accordarsi con la vicinanza degli altri, a barattare la vista libera con la finestra del vicino e la quiete dell'appartamento con la vita che sale dal basso. Attorno a questo nodo, densità e distanza, prossimità desiderata e prossimità subita, ruota gran parte del dibattito sulla torre residenziale, e attorno a esso si è mossa questa conversazione.

L'abbiamo avuta con Vittorio Magnago Lampugnani, insieme a Francesca Belloni e Matteo Moscatelli, curatori di questo numero. Lampugnani, nato a Roma e a lungo attivo tra Milano e Zurigo, ha diretto la rivista Domus, il Deutsches Architekturmuseum di Francoforte e, dal 1994 al 2016, è stato titolare della cattedra di Storia dell'urbanistica al Politecnico federale di Zurigo. Attualmente lavora soprattutto nel suo studio Baukontor e insegna sporadicamente alla Graduate School of Design a Harvard. Architetto e storico insieme, ha fatto della durata della città e della critica allo spreco edilizio un tema ricorrente dei suoi scritti, tra cui i più recenti, Frammenti urbani. I piccoli oggetti che raccontano le città (2021) e il manifesto Contro la città usa e getta. Per una cultura del costruire sostenibile (2024). 

È lui stesso, a un certo punto del nostro incontro, a richiamare quella poesia di Tucholsky: «Vivere in città vuol dire avere una serie di vantaggi, dall'infrastruttura alla vita sociale, avere mille possibilità culturali, formative, gastronomiche, ricreative; vuol dire però anche dover accettare dei compromessi. Non si può pretendere di vivere in città e di godere del silenzio della campagna». La domanda che percorre tutta la conversazione, e questo articolo, riguarda dunque il ruolo di questa tipologia nelle città di oggi.

 

Una tipologia che va e che viene

In Svizzera l'edificio alto residenziale ha una storia discontinua. Salvo pochi episodi anteriori, la tipologia si afferma solo a partire dagli anni Cinquanta, e compare in più città come Basilea, Zurigo e Ginevra. Nel boom del dopoguerra serviva soprattutto a produrre in fretta alloggi moderni, e sorgeva di preferenza ai margini urbani, dove restava terreno libero e dove la si promuoveva con la formula della vita nel verde.[1] Come in gran parte d'Europa, però, anche in Svizzera l'abitazione in altezza venne presto associata a un abitare modesto, per chi guadagnava poco.[2] Max Frisch, architetto di formazione e rientrato da un anno trascorso in gran parte a New York, annotava che le prime torri zurighesi erano poco più che Hochhäuslein, piccoli grattacieli.3

Zurigo è la città dove si è costruito in altezza più che altrove nel Paese. L'entusiasmo iniziale vi si esaurisce presto e in parte si rovescia, perché complessi come l'Hardau conoscono un degrado marcato e la tipologia perde consenso: nel 1984 un'iniziativa popolare ottiene il divieto di costruire edifici alti nel centro città, e all'inizio degli anni Novanta il divieto viene iscritto nella legge cantonale su pianificazione e costruzioni. La riapertura arriva a fine decennio, quando la revisione della Bau- und Zonenordnung (il piano regolatore comunale) del 1999 abolisce le zone di esclusione e la città individua le aree in cui gli edifici alti sono ammessi, dotandosi nel 2001 delle prime direttive in materia, aggiornate poi nel 2024. Da allora sono sorti centoventi nuovi edifici alti, il sessanta per cento dei quali resta sotto i quaranta metri, e oggi in città se ne contano circa trecento.[4]

Fra il primo ciclo e il secondo si è però capovolta la destinazione sociale della tipologia. La torre nata per dare case a chi non poteva permettersi altro si rivolge oggi in gran parte al mercato opposto, quello degli appartamenti ambiti e di fascia alta, e vivere in altezza è diventato un segno di agio più che di ristrettezza. Questo rovesciamento è il punto da cui parte la nostra domanda a Lampugnani, su quali aspetti abbiano favorito il ritorno della tipologia.

 

La densità e il suo alibi

«Non vorrei sembrare cinico, però a mio avviso il motore di questa riscoperta dell'edificio alto è stata la ricerca della densità urbana da un lato e dall’altro la speculazione edilizia, lo sfruttamento economico del terreno, a cui la densità è ovviamente strettamente legata».

Delle due ragioni che Lampugnani mette sullo stesso piano, una sola viene abitualmente dichiarata: si costruisce in altezza per ricavare più alloggi occupando meno terreno. La speculazione resta invece quasi sempre implicita, e con essa un terzo motivo che di rado viene ammesso, quello dell'immagine e del prestigio che un edificio alto conferisce a chi lo commissiona.

A Zurigo le disposizioni speciali che valgono nelle aree destinate agli edifici alti non concedono uno sfruttamento superiore a quello ordinario. Costruire in altezza non aggiunge volume, lo concentra su un'impronta più piccola.5 Il vantaggio non sta dunque nel numero di alloggi, che resta quello consentito dal piano, ma nel terreno che si libera al piede dell'edificio, purché quel terreno sia poi davvero utilizzabile.

È quanto Lampugnani descrive a proposito del proprio lavoro di architetto. Nel quartiere Richti a Wallisellen, impostato su isolati a corte alti tra i ventitré e i venticinque metri e un sistema di strade relativamente strette, non si riusciva a realizzare tutta la volumetria richiesta senza introdurre un edificio alto, previsto del resto anche dall’amministrazione comunale. Alla torre è stato affidato il ruolo di portale verso il tessuto circostante, un escamotage che però, ammette, risponde più a una necessità di volumetria che a una logica urbana. È una situazione, osserva, che si ritrova spesso.

«Inizialmente nascono complessi urbani più o meno tradizionali, poi a un certo punto spunta un edificio alto, apparentemente senza motivo. Di fatto l'architettura diventa il diagramma dello sfruttamento del suolo, e questo non ha mai fatto bene alla città».

Ciò non significa che la torre vada rifiutata. Quando funziona, secondo Lampugnani, è perché è parte di un disegno di città che la precede. «Credo sia molto difficile inserire produttivamente una torre nella città, dal punto di vista dello spazio urbano funziona soltanto col metodo Pouillon»: il riferimento è all'architetto francese Fernand Pouillon, che disponeva i propri edifici alti non come oggetti isolati ma come parti di una composizione, in modo da rispondere a un grande vuoto con un pieno che si sviluppa in altezza. Non torri sparse, dunque, ma torri collocate in maniera mirata per accentuare e rendere visibile uno spazio pubblico. Un principio che vale anche per un complesso come il Barbican a Londra, richiamato nel corso della conversazione, dove le torri, come osserva Lampugnani, «sono composte in relazione al grande spazio aperto» e possiedono «una dimensione tale da creare una nuova logica urbana».

Più volte torna sulla considerazione «che gli edifici alti debbano essere delle eccezioni della città, ma che la città sia un'altra cosa», e sui masterplan zurighesi, che considera troppo astratti e generalizzanti. Anche rispetto alle Hochhausrichtlinien si dichiara «molto molto scettico», perché l'idea del grattacielo che conferisce identità a una parte di città «forse funziona osservando la città dall'elicottero, ma francamente non credo proprio che funzioni nella percezione della città che abbiamo noi tutti dalle sue strade e le sue piazze».

 

Quanto in alto

Sul modo in cui l'altezza incide sulla vita interna di un edificio, Lampugnani porta un'esperienza che deriva dal suo lavoro per il campus della Novartis a Basilea. Discutendone le premesse con un gruppo di consulenti che comprendeva anche uno psicologo e un sociologo, erano arrivati alla conclusione che edifici di quattro o cinque piani favoriscono la comunicazione più degli edifici alti: su un solo livello, se non è eccessivamente esteso, le persone si conoscono e si parlano, mentre salire di un piano equivale già a entrare in un altro mondo. Nel grattacielo il fenomeno si moltiplica e si accentua. Non lo considera un ostacolo insormontabile, poiché gli spazi collettivi che permettono l'incontro si possono sempre realizzare quando esistono le idee, la volontà e le risorse economiche, ma resta convinto che l'edificio basso sia per natura più comunicativo.

Un'indagine condotta dalla Hochschule Luzern presso gli abitanti di tre complessi svizzeri conferma quanto conti, in altezza, la collocazione dei luoghi di passaggio. I contatti di vicinato nascono soprattutto in ascensore e nel vano scala, all'ingresso, davanti alla porta di casa e in lavanderia, mentre le scale antincendio chiuse e prive di luce naturale restano quasi inutilizzate.6

Su questa differenza si fonda l'argomento a favore delle torri medie. Una ricerca recente di Tom Avermaete e Jonathan Sergison, condotta sullo scenario di centomila abitanti in più a Zurigo entro il 2040, individua due tipologie capaci di assorbire quella crescita: l'isolato a corte e gli edifici di media altezza fra i sei e i nove piani, fino a trenta metri, che i due ricercatori chiamano anche «torri corte». Una torre media, osservano, non viene letta come un grattacielo nel profilo della città, benché a Zurigo tutto ciò che supera i venticinque metri sia formalmente un edificio alto. In linea di principio ottocentosette torri medie basterebbero da sole; poiché nei terreni pianeggianti l'isolato risulta preferibile, il potenziale realistico attribuito alla tipologia si attesta attorno ai quarantamila abitanti. È un esito che gli stessi autori dichiarano di non aver previsto, avendo dato inizialmente per scontato che alla città servissero molti nuovi edifici alti.7

Su questo tema Lampugnani ha scritto nel suo ultimo libro, Contro la città usa e getta, sostenendo che gli edifici a uso residenziale e commerciale dai quattro agli otto piani rappresentano una soluzione ottimale, perché raggiungono livelli di densità sostanziali senza richiedere sforzi strutturali particolari, senza costi eccessivi e senza compromettere il clima urbano. Quando costituiscono un isolato, le corti schermate dai corpi di fabbrica offrono aree protette e una qualità abitativa notevole, grazie a giardini condivisi e a strutture comuni come sale per riunioni e feste, parchi gioco e scuole d'infanzia. E se il corpo di fabbrica non diventa troppo profondo, gli appartamenti possono affacciarsi su due lati, verso la strada e verso la corte, ottenendo una ventilazione trasversale naturale che rende superflua quella meccanica. La torre isolata, con il vuoto che spesso la circonda, è quasi il rovescio di questa figura.[8] In Contro la città usa e getta, Lampugnani contesta gli standard attuali di spazio pretesi nelle città europee, raddoppiati dal dopoguerra ad oggi. Secondo la ricerca di Avermaete e Sergison, in un isolato a corte o in una torre media la superficie abitabile pro capite, oggi attorno ai quarantuno metri quadrati, potrebbe scendere a circa trenta senza perdita di qualità, dove siano però garantiti spazi comuni più ampi.[9]

 

Le regole della torre

Le norme danno forma agli edifici, e all'edificio alto più che ad altri. Lo aveva osservato Matteo Moscatelli, richiamando quanto Souto de Moura ha scritto a proposito della propria Torre Burgo a Porto: quando fu pronto a mettersi al lavoro, i vigili del fuoco avevano già deciso le altezze, i consulenti il modulo dei pilastri e gli ingegneri lo spessore delle solette, al punto che la larghezza dell'edificio risultò semplicemente dallo sbalzo consentito ai solai. Con il nucleo già fissato dalle norme di sicurezza, all'architetto restava da disegnare la facciata, e a Souto de Moura veniva da domandarsi se l'architettura delle torri fosse sempre stata così, una sorta di approccio da Big Mac.10

Alla torre, però, le regole non impongono soltanto dei limiti. A Zurigo la legge cantonale chiede a ogni edificio alto di produrre un guadagno per il luogo in cui sorge, e le direttive cittadine, aggiornate nel 2024, graduano la richiesta con l'altezza: più una torre incide sulla città, più deve restituirle, dal piano terra aperto al quartiere agli spazi comuni ai piani superiori.11

Le stesse regole pesano sulle torri che ci sono già, quelle del primo boom, che oggi hanno cinquant'anni e più e chiedono di essere rinnovate a fronte dei nuovi standard di sicurezza rispetto agli incendi e ai terremoti. Pensate per le nuove costruzioni e applicate alla lettera, possono rendere impraticabile una ristrutturazione proprio mentre la cultura del progetto torna a preferire il riuso alla demolizione. Senza un margine di flessibilità, osserva Lampugnani, si finisce per non riuscire a salvare quasi nulla del patrimonio costruito, ed è la stessa cosa che chiede Avermaete quando parla di regole abbastanza duttili da rispondere alle condizioni di ogni singolo luogo.12

La richiesta che la norma rivolge alla torre, del resto, Lampugnani la formula per conto proprio. L'edificio alto è costoso sul piano statico, costruttivo e della sicurezza, anche sul piano climatico e ecologico, e da questo fa discendere una condizione: costruire in altezza si può, «però bisogna rendersi conto che si stanno usando molte risorse e ne deve valere la pena: per l’architettura e per la città».13

 

Tra Milano e Zurigo

L'ultima parte della conversazione riguarda le due città in cui Lampugnani lavora, con uno studio a Milano e uno a Zurigo, e la domanda su che cosa possano imparare l'una dall'altra. Nessuna delle due, a suo avviso, ha finora trovato una strategia convincente.

A Zurigo mette in discussione lo strumento su cui la città ha investito di più, quello dei grandi masterplan continuamente rielaborati, che gli appaiono come ammirevoli esercizi accademici di analisi urbana ma che non hanno prodotto un sistema di spazi pubblici all'altezza. Porta Nuova e le Varesine sorgono invece su un'area milanese rimasta inutilizzata per decenni, oggetto di una lunga serie di concorsi senza esito, e il risultato, tristemente speculativo, potrebbe trovarsi in qualunque altra città. A colpirlo è stata anche l'assenza di proteste da parte della cittadinanza. Parlando con amici non architetti ha poi capito che quei grattacieli venivano ingenuamente accolti come il segno che anche Milano era finalmente diventata moderna, senza metterne in questione la qualità.

Quanto le due città possano insegnarsi a vicenda riguarda piuttosto le procedure. A suo avviso il vantaggio del sistema svizzero sta nel fatto che ogni piano particolareggiato, in quanto eccezione al piano regolatore, viene sottoposto a referendum. È uno strumento che talvolta frena anche le soluzioni buone, perché i cittadini tendono alla prudenza, ma che ha impedito i danni maggiori. Porta come esempio Basilea, dove il quartiere popolare Klybeck si è opposto con forza al progetto di torri sul Reno soprannominato Rheinhattan, poi abbandonato a favore di isolati a corte e di una densità più ragionevole, mentre a Milano una trasformazione di scala altrettanto ampia è passata in sordina.

Se le fondamenta che sorreggono fisicamente una torre devono essere tanto più solide quanto più l'edificio si sviluppa in altezza, altrettanto solide, e più difficili da costruire, sono quelle che la radicano in un luogo determinato: la logica dell'impianto, il rapporto con lo spazio pubblico, la ragione per cui proprio in quel punto, e non altrove, un pieno si eleva sopra la città. L’interlocutore di Tucholsky pretendeva il Mar Baltico e la Friedrichstrasse insieme, e la poesia gli ricordava che un equilibrio va trovato. Progettare una torre significa cercarlo a partire da ciò che le sta sotto.

 

Note

 

  1. Sulla prima stagione degli edifici alti residenziali in Svizzera cfr. Hochhauswohnen im Wandel der Zeit, in «Espazium», 2020, e Die Geschichte der Schweizer Hochhäuser, SRF, 2013.

  2. Sul mutamento di percezione della torre in Svizzera cfr. Warum in der Schweiz kaum in die Höhe gebaut wird, in «swissinfo.ch», 2019, che riporta la ricerca di Sandro Lang sul tema.

  3. Wie die «Hochhausfrage» in Zürich eine rasche Antwort fand, in «Neue Zürcher Zeitung», 2008.

  4. Stadt Zürich, Amt für Städtebau, Teilrevision Bau- und Zonenordnung «Hochhäuser». Erläuterungsbericht; per la cronologia del divieto e per i dati sul numero di edifici alti cfr. Hochhäuser in Zürich: Stadt verschärft die Regeln und schränkt Gebiete ein, in «Neue Zürcher Zeitung», 4 luglio 2024.

  5. Stadt Zürich, Stadtratsbeschluss zur BZO-Teilrevision «Aktualisierung der Zürcher Hochhausrichtlinien», 26 giugno 2024: le disposizioni speciali per le aree destinate agli edifici alti, art. 81cbis ss. BZO, non consentono uno sfruttamento superiore a quello dell'ordinamento di base.

  6. A. Bodammer, M. Müller, Leben im Hochhaus. Soziale Nachhaltigkeit als Argument etablieren, in «COLLAGE. Zeitschrift für Raumentwicklung», 6/2022, pp. 21-23. L'indagine ha coinvolto gli abitanti di Hardau II e Letzibach C a Zurigo e di Lacuna a Coira.

  7. La ricerca nasce dalla collaborazione fra il Politecnico federale di Zurigo, dove Tom Avermaete è professore di storia e teoria dell'urbanistica, e l'Accademia di architettura di Mendrisio, dove insegna Jonathan Sergison. Cfr. «Learn from history and demolish as few buildings as possible», intervista a T. Avermaete a cura di F. Meyer, ETH Zürich, 3 giugno 2026; T. Avermaete, G. Scotto (a cura di), Zurich Atlas: An Archaeology of Urban Codes and Forms, Quart Verlag, Lucerna 2026; J. Sergison, G. Scotto (a cura di), Zurich Primer: A Propositional Planning Vision for the City.

  8. V. Magnago Lampugnani, Contro la città usa e getta. Per una cultura del costruire sostenibile, Bollati Boringhieri, Torino 2024, pp. 73-75.
     
  9. Intervista a T. Avermaete, cit. alla nota 7.
     
  10. Il testo di Eduardo Souto de Moura sulla Torre Burgo è pubblicato in «Casabella», n. 756, 2007, p. 99.
  11. Sull'obbligo di un guadagno per il luogo (ortsbaulicher Gewinn) e sulla progressione delle richieste con l'altezza cfr. K. Gügler, C. Durban, Das Hochhaus im Stadtgefüge. Überarbeitung der Hochhausrichtlinien der Stadt Zürich, intervista a cura di S. Schellenberger e S. Aemisegger, in «COLLAGE. Zeitschrift für Raumentwicklung», 6/2022, pp. 14-18, e Stadt Zürich, Stadtratsbeschluss, cit. alla nota 5.

  12. Sul rinnovamento oggi necessario per gli edifici alti degli anni Sessanta e Settanta cfr. A. Bodammer, M. Müller, Leben im Hochhaus, cit., p. 21. Sull'adattamento del patrimonio esistente e sulla flessibilità delle regole cfr. l'intervista a T. Avermaete, cit. alla nota 7.

  13. V. Magnago Lampugnani, Contro la città usa e getta, cit., p. 50 e sgg.

 

Articoli correlati