Il re­stau­ro di ca­sa Cro­ci

Il nuovo appuntamento di Fondamenta si avvicina ad un'architettura cardine per il palinsesto locale, approfondendo attraverso le parole di Fabio Reinhart l'intervento di restauro di Casa Croci, un progetto completato 1858 dall'architetto Antonio Croci.

Data di pubblicazione
31-10-2025

Premesse remote e coincidenze fortuite sono tante e tali da ragionevolmente legittimare il dubbio che il mio incontro con Casa Croci, in qualche modo, da qualche parte, per qualche ragione, stava scritto.

Se nel 46 o '47 non m'avessero lodato per aver diligentemente colmato con pietre poste a coltello una pozzanghera nel cortile di casa, se non avessi assistito al funerale della zia Consola e alla disperazione della sorella, se la nonna Cornelia non mi avesse detto che Raffaello era eterno modello, se mio padre non fosse stato inventore e mia madre montessoriana, se Carlo Cotti non fosse stato pittore rarefatto e problematico... allora io non sarei stato la sera dell'otto febbraio 1970 a Lugano, in piazza Manzoni, un giovane architetto con le mani in tasca e interesse per la storia. Occorreva pure incontrare Giuseppe Martinola, allora presidente della Commissione cantonale per la protezione dei monumenti storici e artistici, ma se quel filobus della linea numero 4 non avesse tardato non mi avrebbe chiesto, per ingannare l'attesa, un parere circa una casa di Mendrisio che si intendeva abbattere per far posto a un ampliamento scolastico... allora io non sarei stato, un'ora più tardi davanti a Casa Croci. Ma se avessi creduto più di tanto a quanto mi avevano raccontato dell'architettura al Politecnico avrei detto-bizzarra! e vissuto una vita diversa. 
Pensarlo sarebbe anche bastato, ma bisognava farlo allora, ero ignaro che in quella immagine che mi stava innanzi era prefigurato un destino in cui ormai mi riconosco. Galeotto fu forse anche il profumo del rosmarino e la rosata luce del tramonto, non lo escludo, ma è certo ciò che provai: uno stupore aurorale confuso al turbamento di dover giudicare. Formulavo ipotesi e mi tormentavano dubbi: mi rimase, irriducibile, il sospetto di essere in presenza di "un mondo". Quel sospetto coglieva già il primo, raro e decisivo tratto che contraddistingue Casa Croci solo alle opere mature è dato di fondere tante cose diverse in una unità che è complessità e semplicità a un tempo, un mondo appunto. Allora mi chiedevo se quello fosse un mondo irrimediabilmente perduto, o un mondo futuro, o semplicemente un mondo possibile. Oggi rispondo che è l'unica cosa e l'altra e tante ancors so che è anche il mio mondo.

Innanzitutto mi colpirono le doti metamorfiche di Casa Croci. Vista d'angolo appariva torreggiante e s'allargava progressivamente verso l'alto facendosi sempre più leggera fino a concludersi -meravigliosamente nel volo dell'altana. Vista da lato appariva piatta e si restringeva damascato di un padiglione investito da un progressivamente verso l'alto facendosi sempre più leggera fino a concludersi meravigliosamente - nel volo dell'altana. Già mi stupiva la compresenza di due immagini diametralmente opposte, ma ancor più mi stupiva constatare come entrambe le immagini fossero in grado di esprimere la stessa cosa con la stessa intensitä progressivo sottrarsi della fabbrica alla forza di gravità fino a sfuggirne completamente nel volo dell'altana. Una sola volta provai analoga meraviglia. Fu quando, muovendomi alla periferia del gran salone di Sant'Andrea al Quirinale mirando la volta cassettonata, questa prese a pulsare lentamente come il pesante drappo possente, caldo, vento dorato. Erano cose che, con i mezzi dell'architettura, pensavo proprio inesprimibili!

Non mi arrestò né lo stupore né l'ora di cena, bussai, mi fu aperto. Percorsi tutta la casa dall'atrio d'ingresso che preannunziava e illustrava, con la forma esagonale il principio ordinatore e, con il disegno della pavimentazione, il rigore formale e, con le precise sedi in cui si ripiegavano le ante della porta d'ingresso, l'integrazione delle esigenze funzionali e costruttive e, con le vedute aperte dalle sei porte vetrate, l'inesauribile ricchezza spaziale di quell'ordine rigoroso; poi giù per le ripide scal cantina, dopo aver gettato uno sguardo nel pozzo della neviera e in quelli alti e luminos ventilazione, fino alla bassa cripta dei vini, s e formaggi, poi su per la rapida rampa semicircolare fino al primo piano a contare piastrelle per ricostruire il salone smembrato da odiosi tramezzi e ad affacciarmi a tutti i balconi e ad ammirare le camere di luce tutte identiche e diversissime; poi ancora più su per l'altra rampa semicircolare al secondo piano nel minuscolo disimpegno - quasi un armadio - e nella loggia che abbraccia con ampio sguardo l'orizzonte aperto della campagna; poi ancora più su nel sottotetto, ingombro all'inverosimile di cianfrusaglie, dove si poteva ancora cogliere, nella disposizione radiale della travatura, il rigoroso ordine formale, statico e costruttivo; poi, passando per una ripidissima scala racchiusa in una gabbietta cilindrica - formata da tondini e piattine di ferro - posta al centro, finalmente sull'altana a guardarmi tutt'attorno e ancora più in alto, inseguendo il parafulmine, felice e contento come un rondone sazio.
In occasione della mia prima visita tutte queste cose le ho guardate, ma che le abbia proprio viste in quella circostanza non posso giurare; "quella prima volta" ha assunto il carattere di felice sogno ricorrente rinnovato nell'incanto da ogni scoperta fatta in seguito.
Quando uscii era notte. L'oscurità aveva sommerso il giardino e ne celava distruzione e abbandono, Ombre e relitti erano i tralci della vite inselvatichita, gli spogli rami del fico traditore, la fronda scarmigliata di una palma tenace.

M'accompagnava il fruscio dei passi sulla ghiaia e il ricordo degli interni appena visti. Tentavo di riordinarli analiticamente per "luoghi" in una mnemonica tavola sinottica e azzardavo giudizi riassuntivi: -scandaglio delle possibilità espressive degli spazi domestici, "La poetica dello spazio" di Bachelard per immagini costruite-... ma il fatto che mi aveva maggiormente colpito era l'aver sperimentato, percorrendoli, lo stesso progressivo sottrarsi della fabbrica alla forza di gravità. Essa sembrava scemare mano a mano che si saliva: dall'opprimente peso delle schiacciate, basse, volte di mattoni in vista posti di taglio delle cantine, alla volta intonacata più alta e tesa, risolta a spicchi, del piano terreno, alla copertura ancora più ampia e piana dai bordi sfaccettati come una pietra preziosa del primo piano, alle esilissime travi del tetto larghe 4 centimetri! - fino a esserne io stesso sottratto nel volo dell'altana oscillante come la cesta di una mongolfiera - meravigliosamente inesistente. Nel fioco monocromo pallore lunare l'esterno della casa appariva di lapidaria semplicità e di fiabesca ricchezza: unico il materiale - grigio, unico il volume - prismatico, unico il modo di articolarlo simmetrica addizione o sottrazione -ma innumerevoli i sentieri tracciati dalla complessità di rimandi e richiami a guidare l'esplorazione dell'occhio, innumerevoli le sequenze degli incontri, innumerevoli le letture possibili. Tanta varietà manteneva un unico semplice ordine che la portava a convergere o a essere riassunta in un solo punto - il volo dell'altana - proprio come accadeva per gli spazi interni! Evidentemente, per raggiungere simile risultato, tra esterno e interno doveva esistere una stretta relazione di necessità e dipendenza reciproca che non poteva essere circoscritta alla palese comune matrice geometrica ed era contraddetta dall'ampia autonomia di cui godevano le loro diverse conformazioni. Se il volume esterno si poteva ricondurre a un volume di materiale omogeneo, raggelato in una forma cristallina, gli spazi interni vi sembravano scavati liberamente con calorosa simpatia per le piccole gioie e i comodi di una domestica quotidianità in pantofole. Si trattava dunque di una architettura abile, colta, capace di immagini suggestive ma intrinsecamente formalistica e decorativa? 11 segreto stava racchiuso tra due superfici: tra quella illuminata dalla luna e quella avvolgente le cavità interne fu svelato da rilievi e assaggi.

Era il sole del mezzogiorno e le ombre disegnavano con secca precisione ogni spigolo, ogni aggetto, ogni modanatura quando Bruno la vide per la prima volta; condivise entusiasmo e destino.

Insieme abbiamo cercato di ricostruire personalità e opera di Antonio Croci, insieme abbiamo rilevato la casa e più volte descritta. L'ultima descrizione allegata alla documentazione richiesta per la votazione dei crediti necessari al restauro, inizia con un timido giudizio: "Nel costruire la propria abitazione il Croci ha forse espresso nel modo più limpido e privo di compromessi la sua problematica architettonica" ma conclude con la sicurezza di un giudizio certo: "La qualità maggiore di questo edificio consiste nelle precise corrispondenze che legano morfologia esterna, spazialità interna e struttura statica cercate sfidando la complessa geometria scelta a matrice compositiva della pianta e dell'alzato. Le tematiche svolte da ognuna di quelle dimensioni del discorso architettonico sono montate in parallelo alle altre. Questa complessità fa di Casa Croci un'opera di gran pregio, difficile e delicata: va fruita e compresa globalmente e non tollera modificazioni di sorta in alcuna delle sue parti."

Di Antonio Croci (1823-1884) sappiamo incredibilmente poco e dirò, in questa sede, ancora meno: studi a Milano; soggiorni in Turchia, Russia (?), Francia, Argentina; morte da scapolo, nella sua casa il due dicembre di tisi bronchiale; opere, comprese le postume e le attribuite, poche e per lo più scempiate, sventrate, distrutte, l'archivio finito nell'agosto 1969 all'immondezzaio. Dell'artista Antonio Croci sappiamo parecchie cose ma, in questa sede, darò soltanto alcuni ragguagli utili a chi volesse avvicinarlo direttamente. Non essere sordi all'architettura è forse l'unica condizione inderogabile poiché il Croci si esprime unicamente con la muta fisicità dello spazio e della materia. La sede più adatta a un primo incontro è casa sua. Vi sarà aperto, previo accordo, da un suo fedele e competente amico, il collega Giulio Fontana (presso Stabili erariali, Mendrisio; telefono 091/646 58 55). Un'ora e mezza o due - nel ricordo un quarto d'ora - è la durata media di un primo contatto; basterà per lo meno a convincervi della sua competenza e del suo fascino. Egli è infatti narratore capace d'incantare con la ricca trama, con la sapiente concatenazione degli episodi, con la precisa definizione delle singole figure in dettaglio. Eleganza ed essenzialità, senza compiacimenti e frivolezze, lo caratterizzano.

Virtù certo non percepibili dai saccenti avvezzi solo a udirsi e a compiacersi del proprio sentenziare su tutto e tutti. Analoga sorte è riservata alla sua autentica originalità, sorretta da studio appassionato e creativo approfondimento: suona loro come stravagante deviazione dalla norma, turbamento della pubblica quiete, roba da rompiscatole.

Egli è solito accomiatarsi dai suoi ospiti con un gesto teatrale. Dopo aver concretamente esposto le proprie idee, le propone come termine di paragone limitandosi a dire - guardate! - e con il gesto dell'altana indica una veduta a 360 gradi del mondo dei sordi. L'invito si carica di biblica terribilità ma da quel mondo neppure la eco risponde.

Se a quella visita ne seguiranno altre, accompagnate dallo studio della sua opera, allora sarà lui a rendervi visita e vi potrà capitare di scoprirvelo presente anche nei momenti e nei luoghi più disparati: al tavolo di lavoro quando non sapete più districarvi, in viaggio quando guardate un'opera architettonica, persino nei sogni... saranno sempre osservazioni, consigli, ammaestramenti preziosi o semplici parole di incoraggiamento A noi la prima volta apparve, provvidenziale, di notte a Zurigo. Nel cono di luce di una unica lampada Bruno ed io armeggiavamo attorno a una pianta triangolare. A un dipresso, tradotto in parole, disse: -Capisco che mi volete rendere omaggio ma in realtà mi fate torto, non siate superficiali!- e con precisi esempi iniziò a trattare del rapporto tra forma e sito - divinità del luogo e In fantasmi della storia compresi - per concludere con le camere di luce dopo essersi dilungato su problemi di carattere generale - modello e tipo, genere e modo, parti e totalità... Quando ci lasciò era chiaro cosa volevamo: la sua spazialità. Cosa ne abbiamo fatto è visibile in pianta e alzato; sono i pilastri e gli architravi, i pavimenti e i soffitti, le pareti e i serramenti della nostra prima opera realizzata: Casa Tonini. Memorabile per assiduită e intensità della sua presenza, è stata una partita giocata a quattro: Casa Rivola. Da una parte Bruno ed io, dall'altra il Croci, antagonista e suggeritore, e il suo committente, suo fervente ammiratore e nostro complice. Il gioco si è interrotto per un malvagio cambiamento di carte in tavola. Il giudizio sull'esito finale è sospeso, il progetto confinato nel limbo dell'architettura sognata e disegnata.

In altre occasioni il Croci fu presente, più o meno a lungo, al nostro tavolo da disegno: quando progettavamo l'ingresso per la casa del Giudice di Pace a Sornico, o quello delle palestre di Montagnola o ancora, recentemente in compagnia del giovane Charles-Edouard Jeanneret, quello di Casa Pellanda a Biasca e neppure è estraneo alla conformazione dei soggiorni sulla Friedrichstrasse di Berlino...

Chi ha conosciuto l'ineluttabile, graduale, lento svanire alla luce di una vecchia fotografia amata e irripetibile, è in grado di figurarsi come il Croci svani sotto i nostri occhi indagatori e quali sentimenti e reazioni suscito. Che la sua sparizione non fu annientamento ma segreta migrazione nei recessi della memoria, lo abbiamo appurato tardi con sforzo di autocoscienza, risalendo all'origine di pensieri, predilezioni, passioni e gesti. Paradossalmente ora egli è meno definito ma più prossimo e attivo; l'influsso sui nostri progetti è certamente meno appariscente ma forse più importante.

Una sola volta, squarciate le tenebre, mi è apparso nella completezza della persona fisica; si apprestava al tracciamento della sua casa.

I palpiti del sogno e della notte governata dagli astri ebbero ragione della oscurità immemore e insondabile del profondo sonno e della notte dei tempi, tenui barlumi - forse soffocati echi-la trascorsero. Con il freddo biancore dell' alba, nel silenzio, affiorò spettrale l'immagine delle terre di Mendrisio; spiccava, per la regolarità della conformazione modellata dall'acqua e dal vento, un semitronco di cono alto circa trenta metri. In un lento crescendo l'aurora si popolò di voci; la sua luce si colorò del loro sangue e crebbe e si riversò su quella immagine, la sommerse è la trasformò: le terre acquistarono lo spessore e la densità di "un immenso deposito di fatiche", di memorie e di aspirazioni sedimentate. Il semitronco di cono, a valle del limite occidentale del borgo, ne ebbe precisata forma e singolarità; il suo pendio divenne geometrico manufatto ridisegnato dalle balze e i gradoni di una vigna ordinata simmetricamente attorno a un ripido passaggio che l'attraversava tutta e organizzava le cortine dei filari in quinte laterali di una favolosa scena chiusa e riassunta alla sommità dall'ombra del toponimo: Carlasc, il castello scomparso. Apparve sulla scena, nel primo raggio di sole primaverile, catafratto in una giacca quadrettata, l'appese a un palo. Rimase catafratto in un gilè quadrettato; lo stese sul tronco. Dentro un'asola l'asticciola metallica e gli anelli della catenina dell'orologio scintillarono come i gemelli e i bottoncini di madreperla; la gioia scintilló negli occhi come la rugiada sul prato, sulla vigna e le alte scarpe. Rimboccò le maniche della camicia, sollevò la tesa del berretto, s'aggiusto la cravatta Nella umida terra conficco un piolo - qui sarà il centro, tracció una circonferenza qui sarà la mia casa e la suddivise mediante un tracciato in sintonia con il corso del sole che ne fissava anche l'altezza e già conosceva il tepore serale della loggia... Da un punto di vista sempre diverso, deformandola secondo la propria conformazione, ogni goccia di rugiada riflesse quelle immagini così come le stesse ripetevano con naturalezza gesti che erano stati di fondatori di templi e di città. L'arte di costruire la dimora di un uomo aveva riconosciuto antica sacralità.

Se parlo di Antonio Croci come di un santo protettore dell'architettura e della sua casa come di una venerabile reliquia, ho il dovere di addurre anche il sigillo del miracolo. Narrerò quindi di come Sant'Antonio Croci predisse il futuro a due architetti e indicò loro la via della salvezza. 

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L'articolo è stato tratto da Archi 7|1997, Modernità e tradizione.

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