Pro­spet­ti­ve sul­la tran­si­zio­ne in­fra­strut­tu­ra­le

Una conversazione con Alberto Cerri, Leonardo Garaguso, Valentina Kumpusch, Diego Rodoni

Un confronto tra istituzioni, imprese e reti indipendenti per capire come la sostenibilità strutturale stia diventando una questione operativa in Svizzera. Dalla pianificazione pubblica ai cantieri, dal LCA al riuso dei materiali, la tavola rotonda indaga strumenti, limiti e responsabilità della transizione ecologica nelle infrastrutture.

Data di pubblicazione
22-01-2026
Claudio Martani
Chair of Circular Engineering for Architecture (CEA), Institute of Construction & Infrastructure Management (IBI), ETHZ

English text at this link

Nel contesto del numero di espazium quaderni dedicato alla sostenibilità strutturale, la redazione ha promosso una tavola rotonda per indagare in quale modo istituzioni, imprese e realtà indipendenti stiano interpretando e gestendo la transizione ecologica del settore delle opere strutturali e infrastrutturali in Svizzera. La sostenibilità, applicata al costruito, non è più un concetto astratto o un obiettivo solo etico, ma una questione operativa che attraversa l’intera filiera: dalle strategie federali e cantonali alla gestione dei cantieri, dai capitolati pubblici ai processi di riuso dei materiali strutturali.

L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che la transizione ecologica richieda un dialogo continuo tra saperi e responsabilità diverse. Le istituzioni pubbliche, come l’Ufficio federale delle strade (USTRA) o i Dipartimenti cantonali del territorio, sono chiamate a tradurre gli obiettivi federali di neutralità climatica e riduzione delle emissioni in strumenti normativi e gestionali concreti, linee guida, procedure di valutazione Life Cycle Assessment (LCA), sistemi di monitoraggio e criteri di gara basati sul ciclo di vita. Le imprese di costruzione e gestione infrastrutturale, dal canto loro, devono reinterpretare tali direttive trasformandole in processi produttivi e organizzativi, integrando innovazione, qualità e sostenibilità all’interno di modelli economici ancora fortemente legati alla logica del costo iniziale. Accanto a questi attori, un ruolo determinante è svolto da associazioni professionali e reti 
indipendenti, come la Schweizerische Vereinigung für ökologisch bewusste Unternehmensführung (öbu) , che operano come catalizzatori culturali: realtà capaci di mettere in relazione amministrazioni, progettisti e aziende, favorendo la circolazione delle conoscenze, la definizione di metriche condivise e la promozione di pratiche misurabili di sostenibilità. Questa pluralità di prospettive riflette una realtà complessa ma dinamica. In Svizzera, dove la qualità costruttiva è da sempre elevata, la sfida non è soltanto costruire meno, ma costruire in modo diverso: estendere la vita utile delle opere esistenti, ridurre l’impronta materiale e coordinare politiche, tecniche e culture professionali verso obiettivi comuni.

La tavola rotonda nasce dunque come spazio di confronto intersettoriale: un’occasione per comprendere come ogni attore stia affrontando, con strumenti propri, la tra­sformazione più ampia del costruire, nella direzione di una sostenibilità che sia non solo ambientale, ma anche tecnica, economica e istituzionale. Alla discussione hanno partecipato Alberto Cerri (AC), Valentina Kumpusch (VK), Diego Rodoni (DR) e Leonardo Garaguso (LG). Moderatori: Valeria Gozzi (VG) e Claudio Martani (CM).
 

VG: Oggi il termine «sostenibilità» è ovunque, ma il suo significato operativo varia molto a seconda dei contesti. Nella vostra esperienza, cosa significa concretamente «sostenibilità delle strutture e delle infrastrutture»?

AC:Per me sostenibilità significa, prima di tutto, rico­noscere i limiti globali che la natura ci impone. Non basta parlare di riciclo o di efficienza: nella gerarchia delle «R», la prima dovrebbe essere refuse, cioè saper dire di no a opere non necessarie. Penso, per esempio, al ponte di Spada: centinaia di tonnellate di acciaio impiegate per un uso minimo. Serve il coraggio di ammettere che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche sostenibile. È un cambiamento culturale profondo, che tocca la responsabilità di ingegneri e architetti nel valutare la reale necessità di ciò che si costruisce. Accanto a questo aspetto culturale, manca ancora una vera cultura della misura. Tutti parlano di sostenibilità, ma pochi la quantificano in modo oggettivo. L’indicatore ambientale – espresso in termini di emissioni di CO₂ o energia grigia per tonnellata di materiale o per metro quadrato di opera – dovrebbe diventare uno standard tecnico, al pari del costo unitario o del tempo di costruzione. Solo ciò che si misura può essere gestito e migliorato: la sostenibilità non può restare un valore dichiarato, deve diventare un parametro operativo di progetto.

DR:Condivido il principio, ma nel settore pubblico il concetto di «necessità» va negoziato con la collettività. Le infrastrutture rispondono a bisogni territoriali e sociali complessi, e la sostenibilità deve riuscire a coniugare utilità pubblica, impatto ambientale e costi di manutenzione. Nel Cantone Ticino stiamo lavorando, ad esempio, per integrare la mobilità lenta e per ridurre la frammentazione del territorio generata dalle grandi infrastrutture. Il vero salto, secondo me, sarà passare da una logica di progetto a una logica di sistema, dove ogni opera viene valutata non come oggetto isolato ma come parte di una rete più ampia di relazioni ecologiche e territoriali.

VK: In USTRA interpretiamo la sostenibilità attraverso la lente del ciclo di vita. Ogni infrastruttura deve dimostrare di mantenere, nel tempo, un equilibrio tra costi, sicurezza e impatto ambientale. Non basta costruire bene: bisogna gestire in modo sostenibile. Per questo stiamo introducendo metodologie di LCA anche per le opere lineari – strade, gallerie, viadotti – che presentano una complessità valutativa superiore rispetto agli edifici. L’obiettivo è integrare i criteri ambientali nei processi decisionali già dalle prime fasi di progettazione.

LG: Dal punto di vista delle imprese, noto che la sostenibilità inizia a entrare stabilmente nei capitolati tecnici, ma spesso in modo ancora prescrittivo. Servirebbe un approccio più prestazionale, basato su risultati misurabili e non solo su prescrizioni. Occorre passare da criteri puramente quantitativi a criteri qualitativi che premino l’innovazione. Alcune aziende stanno già sperimentando in termini di materiali, macchinari e processi di cantiere a basse emissioni, ma manca ancora un riconoscimento formale di queste pratiche nei punteggi di gara.

CM: Uno dei nodi critici è la tensione tra obiettivi ambientali e vincoli economici. Come riuscite a bilanciare sostenibilità e fattibilità?

VK: Con sistemi di valutazione multicriteria che includono indicatori ambientali, sociali e finanziari. I tre pilastri della sostenibilità appunto. L’USTRA di fatto sta aggiornando le proprie linee guida per pesare diversamente questi fattori: non possiamo più considerare solo i costi immediati, ma anche l’impatto sulla biodiversità, sulla salute e sul paesaggio. In alcuni casi scegliamo soluzioni più costose perché stimiamo che generino un valore ambientale superiore.

LG: Nelle imprese l’ostacolo principale resta il margine economico. Molte soluzioni sostenibili non risultano ancora competitive se si considerano solo i costi iniziali di costruzione. È un limite strutturale del sistema degli appalti, che spesso continua a privilegiare il prezzo d’offerta rispetto alla qualità complessiva del ciclo di vita. Per questo servono meccanismi di compensazione e criteri di valutazione che integrino la ­logica del Life Cycle Costing (LCC), premiando le soluzioni più durevoli e meno impattanti nel tempo. In alcuni cantoni svizzeri si stanno sperimentando modelli di punteggio che attribuiscono un peso crescente ai parametri ambientali, in linea con le nuove prescrizioni energetiche 2025 e con l’orientamento federale a favore della transizione energetica.

Negli ultimi anni, anche a livello tecnico e normativo, la Confederazione ha iniziato a definire valori di riferimento e obiettivi per il settore infrastrutturale, come proposto dallo studio dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM) – UmTech sul bilancio ambientale delle grandi opere pubbliche. Questi strumenti forniscono indicatori prestazionali che consentono di confrontare progetti e materiali in termini di emissioni, consumo di risorse e durata utile, introducendo un principio di comparabilità finora assente. A livello giuridico, l’articolo 35j della Legge sulla protezione dell’ambiente (LPAmb) stabilisce inoltre l’obbligo, per la Confederazione e per i Cantoni, di orientare i propri investimenti pubblici verso prodotti e servizi sostenibili, creando così un quadro legale che rafforza la coerenza tra politiche ambientali e pratiche di costruzione. Questa evoluzione dimostra che la sostenibilità eco­nomica e quella ambientale non sono più campi separati: il valore di un’infrastruttura si misura sempre di più nella sua capacità di durare, adattarsi e ridurre i costi di manutenzione nel tempo. È su questa base che le imprese possono finalmente competere non solo sul prezzo, ma sulla qualità complessiva del costruire.

DR: La questione degli appalti pubblici rappresenta uno dei nodi centrali della transizione. Finché le procedure continueranno a privilegiare l’offerta economicamente più bassa, la sostenibilità resterà un obiettivo teorico. Come amministrazione stiamo lavorando per introdurre criteri di valutazione che premino non solo il prezzo, ma anche la qualità ambientale e la durabilità delle opere, basandoci su certificazioni riconosciute e su indicatori di performance verificabili. Tuttavia, manca ancora un sistema di riferimento uniforme a livello federale, capace di garantire coerenza tra i diversi cantoni e settori. Solo attraverso una base metodologica comune sarà possibile confrontare in modo trasparente i risultati e orientare le scelte pubbliche verso modelli realmente sostenibili.

AC: A questa esigenza di uniformità si aggiunge quella di trasparenza economica. Troppo spesso i costi della sostenibilità vengono percepiti come un aggravio, senza considerare i risparmi derivanti da una manutenzione più efficiente o dal riuso di materiali secondari. Un’analisi completa del ciclo di vita mostra invece che il progetto sostenibile è, nella ­maggior parte dei casi, anche quello più razionale dal punto di vista economico. A ciò si somma un aspetto raramente contabilizzato: i costi della crisi climatica già in corso. Eventi estremi come quelli verificatisi in Valle Maggia o nelle Alpi centrali mostrano che l’assenza di strategie preventive ha un prezzo elevato, sia per le finanze pubbliche che per la sicurezza delle infrastrutture. Inserire questa prospettiva nei modelli di valutazione significa riconoscere che il costo reale non è quello della costruzione, ma quello dell’inazione.

VG: Parliamo di esempi concreti. Quali pratiche o progetti rappresentano per voi un vero cambio di paradigma?

AC: Un esempio significativo è il progetto Développe­ment d’un prototype novateur pour le réemploi structurel du béton armé,1 sviluppato a Losanna dallo studio Itten Brech­bühl in collaborazione con l’EPFL e con diversi partner industriali. Il progetto sperimenta il riuso strutturale di elementi in calcestruzzo provenienti da demolizioni, testando la possibilità di precomprimere e reimpiegare blocchi e componenti prefabbricati in nuove costruzioni. Questo lavoro dimostra in modo tangibile che la massa strutturale esistente può essere reinterpretata come risorsa, non come rifiuto. È un approccio pionieristico che traduce i principi dell’urban mining in pratica progettuale, e che apre nuove prospettive sia tecniche che regolatorie per l’intero settore. Il riuso strutturale, tuttavia, richiede un insieme di ­competenze ancora poco diffuse: logistica di recupero, caratterizzazione meccanica dei materiali, certificazione di idoneità e tracciabilità dei componenti. In questa prospettiva, l’ingegneria non è più solo uno strumento di costruzione, ma una tecnologia di rigenerazione, capace di restituire valore a ciò che il sistema edilizio tende ancora a considerare scarto.

LG: Un’esperienza significativa è quella del progetto Hardwald a Bülach,2 dove è stato introdotto un sistema di valutazione ambientale del cantiere applicato all’intero processo costruttivo. L’impresa aggiudicataria non ha ottenuto il contratto per il prezzo più basso, ma per il miglior punteggio ambientale complessivo, definito secondo indicatori misurabili e verificabili. Monitorano mensilmente il bilancio di punti di impatto ambientale (UBP), il consumo idrico, il tasso di riciclo dei materiali e l’efficienza energetica dei macchinari. Grazie al nostro strumento proprietario ECO₂nstruct, sviluppato per calcolare in modo standardizzato le emissioni legate alle attività di cantiere, è inoltre possibile effettuare l’impatto di CO₂ di un progetto infrastrutturale. Questo approccio cambia il modo di costruire: la sostenibilità non è più solo un principio di progetto, ma diventa un obiettivo produttivo. La gestione del cantiere stesso si trasforma in leva ambientale, in grado di incidere concretamente sulla riduzione delle emissioni e sul miglioramento delle prestazioni globali dell’opera.

DR: In Ticino stiamo promuovendo un approccio pragmatico alla sostenibilità, fondato sul riuso di strutture e componenti esistenti. Abbiamo, per esempio, recuperato e reinstallato passerelle metalliche e elementi in acciaio provenienti da altri cantieri, riducendo in modo significativo tempi di costruzione e consumo di risorse. Parallelamente, stiamo testando l’impiego di asfalti tiepidi, che consentono una riduzione del fabbisogno energetico di circa il 30 % rispetto agli asfalti tradizionali. Si tratta di misure semplici, ma estremamente efficaci, che possono essere estese all’intero parco infrastrutturale cantonale. La sfida è dimostrare che anche azioni tecniche apparentemente minori possono generare un impatto misurabile in termini di emissioni e costi di manutenzione.

VK: Nel contesto dei progetti di USTRA, la sostenibilità è sempre più integrata nei processi di costruzione e manutenzione. Pratichiamo sistematicamente il riutilizzo dei materiali di scavo delle gallerie, che vengono trasformati in inerti per nuovi tratti stradali o opere di sostegno, riducendo così il trasporto e il consumo di risorse primarie. Parallelamente, stiamo portando avanti progetti pilota di calcestruzzi a basse emissioni, sviluppati in collaborazione con il Laboratorio federale di prova dei materiali e di ricerca (EMPA) e EPFL, nei quali vengono aggiunte fibre di legno al mix di base e sostituito il clinker con altri prodotti. Questa tecnologia consente di ridurre la quantità di clinker e di catturare parte della CO₂ emessa durante la produzione. Stiamo inoltre implementando soluzioni per passaggi faunistici in legno e strutture prefabbricate a ridotto impatto ambientale, dimostrando che la sostenibilità infrastrutturale può essere affrontata in modo integrato, includendo biodiversità, logistica e materiali.

AC: Tutto questo dimostra che l’innovazione non è soltanto un fatto tecnologico, ma anche una questione culturale e sistemica. Significa saper accettare soluzioni non perfette, ma sufficientemente buone, cioè capaci di rispondere in modo equilibrato a esigenze tecniche, ambientali ed economiche. In questa prospettiva, anche la standardizzazione e la progettazione modulare può essere interpretata come una forma di sostenibilità: riduce la complessità inutile, limita gli sprechi, abbassa i costi di manutenzione e ne faciliterebbe anche il riuso. La cultura del progetto sostenibile non deve mirare all’eccezionalità, ma alla ripetibilità della qualità.

CM: Veniamo al ruolo dei progettisti. Quanto sono preparati oggi per integrare i principi di sostenibilità strutturale?

VK: I progettisti svizzeri possiedono competenze solide, ma devono aggiornarsi costantemente. Gli strumenti digitali, come il Building Information Modeling (BIM) con moduli di LCA integrati, permettono oggi di quantificare gli impatti ambientali già nelle fasi preliminari del progetto. Tuttavia, non tutte le committenze richiedono ancora questo livello di analisi: la domanda di sostenibilità, in molti casi, resta ancora facoltativa, e non sistemica.

AC: Perché ciò cambi, è necessario un vero cambiamento sistemico. Finché i mandati di progettazione saranno remunerati esclusivamente in funzione del costo di costruzione, sarà difficile destinare tempo e risorse alla ricerca di soluzioni sostenibili. Bisogna tornare a riconoscere il valore del processo progettuale, non solo dell’opera finita: l’innovazione nasce nelle fasi iniziali, quando si definiscono materiali, geometrie e strategie di manutenzione, non in cantiere.

DR: Dal punto di vista pubblico, una delle principali criticità è la carenza di competenze interdisciplinari. La sostenibilità delle infrastrutture non è un tema esclusivamente ingegneristico: implica conoscenze territoriali, economiche e ambientali. Stiamo quindi formando profili professionali capaci di integrare questi ambiti, affinché ogni progetto possa essere valutato su basi tecniche e ambientali coerenti. È un’evoluzione culturale, oltre che organizzativa.

LG: Le imprese possono dare un contributo determinante, ma serve una progettazione più aperta e collaborativa. Spesso veniamo coinvolti troppo tardi, quando le scelte principali sono già state prese. Nei progetti complessi, il coinvolgimento anticipato della filiera consente invece di ottimizzare materiali, tempi e manutenzioni, con benefici concreti in termini di efficienza e durabilità. In questo senso, la Guida applicativa SIA 2065 – Planen und Bauen in Projektallianzen3 rappresenta un riferimento fondamentale: propone modelli di collaborazione che superano la separazione tradizionale tra progettisti, imprese e committenti, favorendo una condivisione reale delle competenze e delle responsabilità. L’adozione su larga scala di strumenti come la SIA 2065 e il BIM integrato permetterebbe di allineare gli obiettivi tecnici, economici e ambientali, riducendo i conflitti di fase e garantendo una maggiore trasparenza lungo tutto il ciclo di vita dell’opera.

AC: Un ulteriore ostacolo è rappresentato dalla frammentazione normativa. Ogni cantone, ogni ente o committente dispone di strumenti propri e criteri differenti, generando una disomogeneità che rallenta l’adozione di strategie comuni.

VK: È vero. Tuttavia, la Confederazione sta lavorando alla definizione di standard unificati per la sostenibilità infrastrutturale, analoghi a quanto già avviene per gli edifici con i sistemi SNBS4 e Minergie.5 L’obiettivo è creare una piattaforma comune che consenta di valutare le opere pubbliche secondo criteri ambientali coerenti, comparabili e scientificamente fondati.

DR: Una base comune è certamente necessaria, ma deve lasciare ai cantoni un margine di adattamento locale. La diversità territoriale e climatica svizzera richiede una certa flessibilità nell’applicazione delle norme: le stesse linee guida non possono valere indistintamente per una galleria alpina, un ponte di pianura o una rete urbana di drenaggio. L’armonia tra standard federali e specificità regionali è la condizione per un sistema realmente efficace.

VG: Come funziona oggi il dialogo tra ricerca, istituzioni e imprese? Ci sono piattaforme efficaci di collaborazione?

VK: Esistono esperienze positive, anche se ancora frammentarie. Con Infra-Suisse e i politecnici federali abbiamo avviato diversi progetti di ricerca dedicati ai materiali riciclati e alle tecniche di manutenzione predittiva per le infrastrutture. I risultati sono promettenti, ma il trasferimento tecnologico verso la pratica rimane lento. Servirebbero strutture permanenti di confronto, capaci di tradurre i dati scientifici in protocolli applicativi e in linee guida operative.

LG: Concordo. L’industria delle costruzioni può essere un vero laboratorio di sperimentazione, ma serve un quadro regolatorio più flessibile che consenta di testare, validare e certificare nuovi materiali in tempi più rapidi. Oggi la burocrazia rappresenta spesso un collo di bottiglia: le procedure di approvazione, differenziate da cantone a cantone, rallentano l’innovazione. Occorrerebbe un sistema sovracantonale di regolamentazione che armonizzi gli standard tecnici, garantendo al contempo sicurezza e competitività. Una maggiore informazione pubblica e coordinamento interistituzionale sarebbero essenziali per rendere il processo più trasparente e accessibile.

AC: Il tema della burocrazia è complesso. Tuttavia, il problema principale non è tanto la regolamentazione, quanto la mancanza di strumenti condivisi. In questo senso, iniziative come quella che stiamo portando avanti con öbu, finalizzata alla creazione di una banca dati dei componenti edilizi smontati e riutilizzabili, rappresentano un passo concreto verso un’economia circolare strutturale. L’obiettivo è costruire piattaforme regionali che facilitino l’incontro tra chi demolisce e chi progetta, rendendo il riuso un processo sistemico, non un gesto isolato o sperimentale.

DR: Anche a livello cantonale si stanno muovendo passi nella stessa direzione. Collaboriamo con la SUPSI su diversi progetti di ricerca per integrare materiali riciclati e soluzioni a basso impatto nelle infrastrutture pubbliche. È un lavoro in progress, che mostra come la sostenibilità stia diventando sempre più una questione di competenze condivise. Siamo però ancora solo all’inizio: serviranno tempo, formazione e una maggiore sinergia tra ricerca, amministrazione e industria per consolidare questa transizione.

CM: Guardando avanti, quali sono, secondo voi, le priorità e chi deve guidare questa transizione?

DR: La prima priorità è culturale. È necessario superare la logica del costo iniziale e adottare una visione basata sul ciclo di vita delle opere. Le amministrazioni pubbliche devono assumere un ruolo di guida, fungendo da esempio nell’introduzione di criteri di valutazione che premino durabilità, manutenibilità e resilienza. L’obbligo di eseguire un’analisi LCA per tutte le opere pubbliche oltre una certa soglia economica rappresenterebbe un passo concreto verso una trasformazione sistemica. Solo riconoscendo il valore della longevità e della manutenzione programmata potremo ridurre gli impatti ambientali e ottimizzare le risorse pubbliche nel lungo periodo.

AC: La seconda priorità riguarda l’economia della sostenibilità. È indispensabile introdurre una politica dei costi ambientali reali, nella quale una tonnellata di CO₂ abbia 
un prezzo corrispondente al danno effettivo che produce. Attribuire un valore economico alle emissioni non è solo una misura fiscale, ma un modo per stimolare il mercato dell’innovazione, orientandolo verso soluzioni a basse emissioni e materiali rigenerativi. Parallelamente, occorre costruire una filiera del riuso strutturale, sostenuta da incentivi fiscali e da infrastrutture logistiche dedicate. Solo così il riutilizzo di componenti e ­materiali potrà diventare una pratica diffusa e non episodica, capace di generare valore economico e ambientale allo stesso tempo.

VK: Sul piano tecnico, è necessario un aggiornamento profondo degli standard di progettazione e calcolo. Progettiamo ancora secondo paradigmi e margini di sicurezza formulati negli anni Ottanta, che spesso portano a sovradimensionamenti inutili. Ottimizzare l’uso dei materiali non significa ridurre la sicurezza, ma adattare i criteri progettuali alle conoscenze attuali e agli strumenti digitali oggi disponibili. Allo stesso tempo, occorre estendere gli standard esistenti come SNBS e Minergie alle infrastrutture, adattandoli alle loro specificità funzionali e strutturali, in modo che il principio di sostenibilità non resti confinato all’edilizia, ma diventi parte integrante delle opere di ingegneria civile.

LG: Infine, la priorità organizzativa. La transizione ecologica deve essere coordinata dall’alto, ma alimentata dal basso. Le imprese stanno già investendo in tecnologie pulite e processi produttivi più efficienti; ciò che chiedono è stabilità regolatoria, criteri di gara coerenti e obiettivi misurabili. La neutralità climatica non si raggiunge con slogan, ma con regole operative condivise. Premiare l’innovazione e la riduzione delle emissioni, anziché il solo prezzo, è la condizione necessaria per una trasformazione reale. La sostenibilità strutturale sarà credibile solo quando la sua misurazione ­entrerà stabilmente nei contratti, nei capitolati e nei modelli di remunerazione.

dr. Alberto Cerri, head of circular economy projects, öbu; engineer Valentina Kumpusch, deputy director, swiss federal roads office ASTRA;

engineer Diego Rodoni, director, construction division Cantone Ticino; Leonardo Garaguso, head of marketing and technical affairs, Infra-Suisse