Rin­no­vare le città tras­for­mando i ma­nu­fatti esis­tenti

«Bisogna conoscere la storia per dimenticarla ed essere se stessi. Il dimenticare non è un oblio, uno svanire, ma l’atto di una cosciente attività critica».

Ernesto N. Rogers, 1981

Date de publication
02-08-2017
Revision
09-08-2017

Torniamo a parlare di trasformazione degli edifici esistenti. Insieme alla densificazione, questo della trasformazione è uno dei temi centrali della cultura contemporanea della costruzione.

Per introdurlo, cominciamo a porci un quesito: chi, quali soggetti considerano questi temi effettivamente centrali nel pensiero architettonico e ingegneristico e nella pratica quotidiana del mestiere? Non certamente tutti coloro che si occupano, con ruoli diversi, della pratica e della cultura della costruzione, altrimenti la condizione urbana e territoriale non sarebbe così critica. Ci rivolgiamo, quindi, a coloro che pensano che sia necessario contrastare la continua erosione del territorio agricolo e dell’integrità del paesaggio, e a coloro che combattono gli argomenti di chi, invece, continua a proporre l’edificazione di nuove imponenti quantità edilizie, ancorchè frantumate in mille piccoli interventi. Ci rivolgiamo a coloro che pensano che il patrimonio edilizio delle città e dei villaggi debba essere rinnovato e valorizzato con interventi di adeguamento, trasformazione e sostituzione. E a coloro che pensano che, in generale, i nuovi abitati costruiti negli ultimi decenni devono essere ridisegnati attraverso processi di densificazione diretti a realizzare nuovi luoghi pubblici e nuove occasioni di incontro sociale. Ci rivolgiamo a costoro, per dialogare e scambiare riflessioni, per conoscere esperienze e illustrare progetti utili a rafforzare il pensiero condiviso.

In realtà, si tratta di un unico tema e di un’unica cultura progettuale: la scala urbanistica della densificazione si coniuga, a scala edilizia, nella trasformazione dei manufatti esistenti. Si tratta di un tema di grande complessità, sia dal punto di vista delle conoscenze che di quello operativo. In urbanistica, intervenire con proposte di edificazione negli interstizi, con completamenti, con nuovi fabbricati che si devono relazionare con contesti urbani consolidati, confrontandosi con le condizioni conseguenti, è certamente più complesso e richiede più conoscenze che proporre nuovi insediamenti su aree inedificate. Alla scala edilizia, trasformare un manufatto esistente adeguandolo energeticamente, consolidarne la struttura portante perché sopporti nuove sollecitazioni, e modificarne la distribuzione spaziale per renderlo compatibile con aggiornati concetti abitativi, è certamente più complesso che progettare un edificio nuovo.

Il tema è assolutamente contemporaneo, per la scala globale che hanno assunto le grandi quantità edilizie interessate e per la dimensione finanziaria che ha assunto l’attività edilizia. La questione specifica, invece, della trasformazione/sostituzione degli edifici preesistenti, è una questione antica: nella storia della cultura della costruzione è sempre stata una questione cruciale, oggetto di conflitti e posizioni diverse. La storia ha sempre selezionato il patrimonio edilizio esistente, lasciando decadere e sostituendo le parti meno resistenti materialmente e meno significative culturalmente, e tramandando e trasformando le parti più disponibili, per resistenza materiale e per valore culturale, ad essere adeguate alla domanda contemporanea di abitazioni o di altre attività.

La città che oggi viviamo è l’esito di questa selezione, e i manufatti più antichi e più trasformati – alcuni dei quali li abbiamo chiamati «beni culturali» e abbiamo deciso di sottrarli al corso logorante della storia – sono quelli che ci interessano maggiormente. Le vicende vissute da questi manufatti sono la rappresentazione fisica della nostra cultura materiale, sono essi stessi giacimenti della nostra cultura materiale, sono veri e propri laboratori didattici di cultura della costruzione.

Trasformare o sostituire? Ogni caso è singolare e deve essere oggetto specifico di analisi e di stima, come spiega chiaramente Martin Boesch nell’intervista che ci ha concesso. Ciò che ci interessa è che l’approccio progettuale sia autenticamente contemporaneo, come lo è stato quello degli autori dei progetti illustrati in questo numero di Archi. Le numerose scelte da adottare nel complesso progetto di trasformazione devono essere alimentate dalla tensione di soddisfare i bisogni degli uomini del nostro tempo, con un atteggiamento critico e colto. Cioè un atteggiamento aperto e disponibile a cogliere negli spazi e nei materiali dei manufatti esistenti le condizioni e gli stimoli per impegnare la cultura costruttiva più aggiornata ed evitare finzioni nostalgiche. Dobbiamo essere pienamente consapevoli che ogni trasformazione muta il significato del manufatto e dobbiamo controllarne e registrarne gli effetti. Il progetto di trasformazione impone – più del progetto del nuovo – l’integrazione delle competenze architettoniche e ingegneristiche, offrendo straordinarie occasioni di ricerca.

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