Case alte, medie o basse?
In Svizzera gli edifici residenziali alti stanno costruendo una nuova tradizione insediativa.Tra densificazione, qualità urbana e nuove forme insediative, il saggio esplora la tradizione che le torri residenziali stanno costruendo nel territorio.
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«A New York non bisogna guardare in alto, verso il cielo, ma in basso, verso gli uomini e le merci: per un mirabile paradosso statico, il grattacielo definisce l’isolato, l’isolato crea la strada, la strada si offre all’uomo»
Roland Barthes1
Flach-, Mittel- oder Hochbau? Pare che a distanza di quasi cent’anni la domanda posta da Gropius al CIAM di Bruxelles del 1930 non si possa considerare superata, almeno in Europa, certamente in Svizzera, dove la tradizione degli edifici alti non ebbe, come altrove nel vecchio continente, una storia continuativa e le poche sperimentazioni dal secondo dopoguerra fino al boom edilizio degli anni Sessanta e Settanta non si guadagnarono sufficiente consenso per trasformare interventi sporadici in una consolidata modalità insediativa. Scetticismo culturale e democrazia diretta, unite a rigide leggi di pianificazione oltre che a ragioni puramente economiche hanno favorito l’espansione urbana secondo modalità differenti finché la crescita demografica degli ultimi anni e la scarsità di spazio hanno riaperto il dibattito su una questione tuttora spinosa: come aumentare la densità edilizia costruendo edifici di qualità e preservando il patrimonio esistente – sia esso paesaggio costruito o naturale.2 Nel contesto di tale dibattito, il tema delle torri residenziali e della loro collocazione ha assunto un rilievo crescente, sebbene costruire in altezza non significhi necessariamente ottenere la più alta densità possibile. La scelta di costruire edifici alti, infatti, non sempre è dettata dalla sola volontà di massimizzare l’indice di sfruttamento del suolo, ma risponde a motivazioni di diversa natura, spesso riconducibili a interessi economici.
Comunque, al di là delle dinamiche di mercato che alimentano tale fenomeno, in breve tempo le città svizzere si sono trovate a inventare una tradizione che non avevano, dando avvio ad una crescita in altezza a cui non erano abituati né la cultura architettonica, né tantomeno i cittadini, nella maggior parte dei casi contrari a questo genere di edifici per un ampio ventaglio di ragioni, non sempre legate
alla qualità delle scelte spaziali o progettuali. Nel 2011,
«ValeurS», la rivista di informazioni dell’Ufficio federale di statistica,3 riporta un’intervista al capo della Sezione Edifici e abitazioni, UST, Fritz Gebhard, che afferma: «I grattacieli in Svizzera sono sempre una rarità. Di tutti gli edifici abitativi (case unifamiliari escluse), i due terzi sono composti da meno di cinque piani. Solo un’esigua percentuale dei restanti edifici abitativi è composta da più di cinque piani e più di sei abitazioni. Abitazioni di questo tipo si trovano più frequentemente nelle zone urbane (96 %), mentre nelle regioni rurali i grattacieli praticamente non esistono». A distanza di quindici anni la situazione è decisamente differente: la torre d’abitazione è infatti una figura ricorrente che sta ampiamente diffondendosi sull’intero territorio svizzero.
Non è un caso che Annette Gigon e Mike Guyer dopo essersi occupati del progetto per la Prime Tower e ancor prima di torri residenziali in Olanda e a Zurigo, abbiano condotto una ricerca su questo tema, per certi versi propedeutica agli interventi successivi e certamente motivata dalla volontà di costruire una tradizione a cui guardare e con la quale confrontarsi, consci del fatto che quella degli edifici alti, in particolare a destinazione residenziale, è una «tipologia architettonica […] ripetutamente oggetto sia di enorme ammirazione sia di aspre critiche [ma che indubbiamente] possiede un enorme potenziale e merita nonché necessita di un’attenta e dettagliata considerazione».4
Raramente la costruzione di una torre alta lascia indifferente l’opinione pubblica. Frequentemente le critiche riguardano la loro presunta antiurbanità oppure si concentrano sulle dinamiche speculative e sugli elevati canoni di locazione attraverso cui gli investitori puntano a massimizzare i profitti. I consensi, di contro, esaltano l’indubitabile fascino esercitato da edifici di questo genere, il loro essere al tempo stesso parte della città e protagonisti della sua costruzione o, sempre di più, generatori di nuovi assetti. Tutto ciò spesso a prescindere dalla qualità urbana, architettonica e costruttiva dei singoli interventi. Se invece a questo si vuol guardare, senza prendere aprioristicamente posizione, è necessario considerare – innanzitutto attraverso i luoghi, i progetti e le loro caratteristiche – cosa implica la presenza di una torre in un contesto urbano denso o da densificarsi
e quali siano le variazioni possibili. La questione centrale rimane infatti, almeno dal punto di vista architettonico, legata alla forma urbana.
Assumendo l’edificio residenziale sviluppato in altezza come un’invariante tipologica, il contributo prende in esame alcune realizzazioni recenti, progetti in costruzione e interventi ancora sulla carta nella Svizzera interna e romanda, al fine di esplorare, senza alcuna pretesa di completezza, le diverse declinazioni che questo tipo può assumere in una prospettiva morfologica.
Sarebbe stato forse utile isolare alcuni casi emblematici, come Zurigo o Basilea, e concentrare attorno ad essi la narrazione; si è tuttavia preferito adottare uno sguardo ampio e trasversale che, al variare di assetti urbani, programmi d’uso e geografie, metta in luce direzioni progettuali ricorrenti, ma anche casi eccezionali. Senza assumere la notorietà o l’esemplarità come criterio di selezione, si propone una sorta di classificazione che, lungi da qualsiasi ambizione tassonomica, consenta di stabilire un certo grado di comparazione tra diverse esperienze. Tra le principali configurazioni si possono individuare le torri isolate, gli edifici sviluppati in altezza associati a un basamento oppure l’aggregazione degli elementi verticali ad altri corpi di fabbrica per contribuire alla definizione di un isolato. Si tratta di variazioni radicalmente differenti non solo sul piano architettonico, ma soprattutto sotto il profilo urbano, per il diverso sistema di relazioni che ciascuna instaura con il contesto circostante.
La variante della torre isolata è la più frequente e comprende, non di rado, gli edifici a maggiore sviluppo verticale. Un esempio significativo è l’High Rise H1 progettato da Boltshauser Architekten all’interno della Zwhatt-Areal di Zurigo-Regensdorf. Si tratta di un monolitico parallelepipedo alto 75 metri, volumetricamente isolato e collocato in posizione baricentrica rispetto al comparto in cui si inserisce, anche in ragione delle prescrizioni normative che ne regolano l’impianto. Il progetto sperimenta le possibilità di un modello insediativo che ha conosciuto i suoi originari splendori nella tradizione nordamericana e che oggi, dopo il fasto del Movimento Moderno, è tornato a imporsi in molte città europee, da Milano a Parigi, fino a Regensdorf, piccolo insediamento di circa 19 000 abitanti situato a quindici minuti di treno dalla stazione centrale di Zurigo.
Il caso della Zwhatt-Areal è emblematico sotto diversi aspetti, a partire dalla pianificazione del quartiere elaborata da Peter Märkli. Oltre all’High Rise H1, esso prevede infatti una seconda torre progettata dallo stesso Märkli che, insieme ad altri edifici del comparto, contribuisce alla trasformazione dell’ex area industriale in un nuovo quartiere residenziale destinato a circa 1600 abitanti.
All’edificio di Boltshauser e alla seconda torre, anch’essa di 75 metri di altezza, è affidato il compito di costituire la struttura portante dell’intervento che nelle intenzioni di Märkli, dovrebbe configurarsi come una vera e propria porzione di città – seppur in mezzo alla campagna –, organizzata attorno a piazze, strade e promenade alberate disposte lungo la valle del Furttal e idealmente collegate con i boschi di Schlatt e Hardhölzli. Una composizione articolata che nella relazione tra case alte, medie e basse tenta di restituire un apprezzabile grado di urbanità, ma che, al di là del valore architettonico dei singoli edifici, pare risentire della distanza dalla città consolidata, confermando come la presenza di un contesto urbano strutturato continui a rappresentare una risorsa fondamentale per la costruzione della qualità urbana, soprattutto quando si opera attraverso edifici alti.
Rispetto alle soluzioni adottate a Regensdorf, la torre Pi a Zugo di Duplex Architekten, spesso associata a quella di Boltshauser per l’impiego del legno, e la Alto Tower di Pool Architektur a Zurigo-Altstetten, entrambe alte 80 metri, introducono variazioni sul tema dell’edificio isolato apparentemente minime, ma nondimeno significative. Nel primo caso, l’intenzione dei progettisti è quella di realizzare un parallelepipedo puro, privo di basamento, allineato lungo la Baarerstrasse, così da scandire la sequenza di isolati parallela alla ferrovia con un nuovo elemento verticale, secondo una tradizione inaugurata da Walter Flueler nel 1957 con l’edificio di undici piani situato poco più a nord e proseguita, verso sud, con il Glashof di Fritz Stucky e Rudolf Meuli che, completato nel 1966, con i suoi quattordici piani era considerato un vero e proprio grattacielo urbano. Una scelta perfettamente in linea con il fervore costruttivo che, caso pressoché unico in Svizzera, tra il 1950 e il 1970 portò alla realizzazione, nella sola Zugo, di oltre venti torri,5 disposte secondo i principi dell’edilizia aperta ereditati dal Movimento Moderno. Il progetto di Duplex Architekten estremizza, in qualche modo, l’idea del monolite isolato, rastremandosi verso il basso per liberare quanto più spazio possibile al livello della strada. A ciò si aggiunge la volontà di trasferire la vita sociale all’interno dell’edificio, organizzandolo come una successione di quartieri verticali – veri e propri cluster di alloggi – a ciascuno dei quali è associato uno spazio collettivo a tripla altezza.
Ad Altstetten, invece, la torre Alto si innesta sul volume orizzontale di un ex garage, che diventa il basamento attraverso cui l’edificio entra in relazione con la città. A differenza del vicino complesso di Hardau, in cui l’esile silhouette delle quattro torri è compensata dalla relazione che esse instaurano tra loro e con gli altri edifici previsti negli anni Settanta da Max P. Kollbrunner, la Alto gioca – almeno per ora – in solitaria. Sebbene Altstetten stia infatti vivendo una stagione di sviluppo verticale,6 la Alto soffre di un isolamento non solo fisico, ma soprattutto urbano, tanto che l’alto portico d’ingresso, dalle proporzioni degne di un importante viale cittadino, sembra instaurare una relazione più con il corpo superiore dell’edificio che con la città circostante. Anche la presenza a poche centinaia di metri di distanza del recente complesso Basilisk di Galli Rudolf anch’esso con una torre di 80 metri, non pare sufficiente a chiarire i principi insediativi secondo i quali questa parte di città si sta progressivamente ricostruendo su se stessa.
Non si può infatti ragionare per analogia con quanto realizzato nella porzione compresa tra la Hohlstrasse e la ferrovia. In quel caso, a partire dal progetto elaborato ormai quasi quindici anni fa da Adrian Streich per la Letzibach Teilareal C, la particolare condizione dell’area e il rapporto diretto con i binari conferiscono alle torri un ruolo del tutto differente. Il progetto di Streich, forte di questo vantaggio di posizione, così come l’adiacente Letzibach D di Gut & Schoep e la Letziturm di Armon Semadeni, si appoggia alla spina dorsale della ferrovia per scandire la Hohlstrasse con una sequenza di edifici alti e medi che si guadagnano, anche grazie alla compresenza di corpi di fabbrica di minor altezza, un misurato carattere urbano. La volontà di instaurare una stretta relazione con la strada è dichiarata dalla presenza di un basamento continuo di due piani che perimetra l’area, riprendendo la misura degli isolati circostanti.
Principi analoghi caratterizzano il progetto di Enzmann Fischer in corso di realizzazione nel vicino Koch-Quartier. Anche in questo caso l’interesse risiede nella struttura spaziale dell’insieme: l’intervento si costruisce in aderenza alla maglia stradale, disponendo la torre residenziale di 85 metri con il lato maggiore parallelo alla via di scorrimento principale e affidando all’edificio di otto piani la definizione dell’isolato. I due volumi condividono un piano terra continuo che si estende sull’intera superficie del lotto, occupandone anche la parte centrale, sopra alla quale è previsto un giardino pensile. L’edificio alto viene inserito all’interno della maglia urbana grazie al corpo più basso, che riprende l’altezza media degli isolati circostanti, instaurando una continuità volumetrica e visiva tra la città e il progetto. A questa logica risponde anche l’articolazione della torre che, a partire dall’ottavo piano, si assottiglia in senso longitudinale. Ne deriva un intervento che, pur nella necessità di massimizzare la densità insediativa, conferma come la relazione dell’edificio alto con la città e con gli elementi che la compongono costituisca uno dei temi progettuali di maggior rilievo.
Prima di lasciare Zurigo, è opportuno citare l’intervento di EMI Architekten per la torre – in questo caso di media altezza – realizzata a Triemli-Platz, in prossimità dei volumi massivi dell’ospedale e delle tre ex case del personale, di fronte alla Hochhaus di Esther e Rudolf Guyer del 1966. L’edificio si costruisce in relazione alla piazza, attribuendo particolare rilievo alla topografia e rinunciando all’enfasi sulla verticalità a favore di una composizione mista che colloca la torre sopra uno zoccolo di cinque piani. A differenza degli edifici esistenti, il basamento svolge un ruolo di mediazione tra la verticalità e il piano della città, consentendo alla Sfinge – così è denominato l’edificio – di stabilire un rapporto tanto con l’edilizia libera degli anni Sessanta quanto con lo spazio della strada.
Il rapporto tra torre e basamento ricorre in molte realizzazioni e consente, come nel progetto di EMI, di articolare l’intervento su livelli differenti, contribuendo alla definizione di spazi aperti collettivi difficilmente ottenibili attraverso le sequenze moderniste di torri isolate nel verde. In questa direzione opera l’Aquila Tower di Christ & Gantenbein che, con una composizione dai chiari echi espressionisti e futuristi, impiega il basamento per definire una piazza rivolta verso la stazione. La presenza di un podio e la vicinanza ai binari attutiscono gli effetti antiurbani che edifici di questo genere tendono a generare, soprattutto all’interno di piccoli insediamenti come Pratteln. In questo senso, a poco vale che negli anni successivi alla sua costruzione siano state realizzate numerose altre torri – dall’Helvetia Tower di Nissen & Wentzlaff Architekten alla Ceres Tower di aww Architekten, fino al cosiddetto «villaggio verticale» in fase di pianificazione dallo studio viennese Franz&Sue sull’area Bredella – dal momento che, al di là del loro valore architettonico, esse definiscono rapporti esclusivamente visivi senza concorrere alla definizione di un coerente sistema urbano.
Conclusa nel 2016, con i suoi soli 66 metri l’Aquila Tower sembra inoltre appartenere a una generazione precedente rispetto a quella della Svizzera di oggi, soprattutto se paragonata con la Bäre Tower di Burkard Meyer, completata nel 2022 a Ostermundigen. Anche in questo caso, la vicinanza dell’infrastruttura ferroviaria rappresenta l’unico elemento del palinsesto territoriale in grado di giustificare la collocazione dell’edificio; il piccolo sobborgo di Berna, sul quale la torre si impone con i suoi 100 metri, non era infatti minimamente predisposto ad accogliere un manufatto di tali dimensioni, parte di un piano regionale che, a partire dal 2009, prevede la realizzazione di una ventina di torri nella capitale e lungo la cintura ferroviaria che la serve. Sebbene il parallelepipedo della torre si innesti su un ampio basamento variamente articolato per assecondare le geometrie irregolari del lotto e consentirne un più efficace inserimento, il rapporto tra l’abitato di Ostermundigen e la torre risulta comunque profondamente spaesante.
Diverso è il ruolo della Meret Oppenheim Tower di Herzog & de Meuron a Basilea che, pur collocata in condizioni spaziali analoghe, grazie all’articolazione volumetrica e al rapporto con la nuova piazza si inserisce nella complessa stagione di trasformazioni che ha recentemente interessato la parte di città a sud di St. Alban, dalla Markthalle di Diener & Diener fino ai futuri interventi guidati da Bruther per il progetto Nauentor. L’edificio dimostra come le torri necessitino di uno spazio pianificato capace di accoglierle e come la loro efficacia dipenda dalla capacità di operare come parti di un sistema, secondo una logica insediativa condivisa. Purtroppo è sempre più rara la condizione in cui gli edifici alti – soprattutto oltre una certa altezza – sono progettati in stretta relazione con gli spazi pubblici e con l’intera struttura urbana, mentre sempre più spesso si assiste al proliferare di grattacieli isolati che, al di là delle loro qualità architettoniche, faticano a contribuire al farsi della città.
La vicinanza ai nodi di interscambio ferroviario non rappresenta tuttavia un elemento necessariamente favorevole, sebbene l’attrattività che essi esercitano in termini di accessibilità e di disponibilità di suolo edificabile orienti la localizzazione dei nuovi interventi. Ne è un esempio l’area della stazione di Malley, nei pressi di Losanna, attorno a cui si stanno concludendo importanti interventi a nord e a sud dei binari. In particolare, il Central Malley di Aeby Perneger e Pont12 è frutto della riconversione di un vasto sito industriale, pensata per accogliere quasi 500 nuovi abitanti e fondata su un sistema di piazze pubbliche tra loro complementari, cui è affidata la costruzione del carattere urbano dell’insieme. Una sequenza di edifici volumetricamente articolata ospita due torri di 63 e 76 metri di altezza che scandiscono il fronte meridionale dei binari. Sebbene sia evidente il tentativo di «fare città», integrando lo slancio verticale delle torri all’interno di una struttura complessa, l’estrema prossimità alla stazione finisce per penalizzare il progetto per via della differenza tra la quota d’imposta dei piani terra e quella del rilevato ferroviario. A nord della ferrovia, la Tilia Tower di 3XN e ltten+Brechbühl e il Malley Phare di CCHE, in corso di completamento, non raggiungono il medesimo equilibrio e la riconoscibilità dei singoli edifici prevale sulla definizione di un sistema coerente.
Si tratta evidentemente di un tema con cui molti dei progetti oggi in fase di definizione o di completamento in tutta la Svizzera sono chiamati a confrontarsi e che, ben oltre il semplice posizionamento degli edifici alti, incide in maniera decisiva sulla loro capacità di organizzare e qualificare spazi pubblici di rilevanza urbana. Ciò richiederebbe forse una maggiore autonomia dei progettisti rispetto alle logiche del mercato, che con sempre maggiore frequenza perseguono obiettivi in contrasto con quelli della buona pianificazione.
Un tentativo per trovare modalità insediative alternative, pur accentando tali vincoli, è il masterplan di e2a per Werkstatt Wankdorfcity 3 a Berna. L’elevatissima densità richiesta e la pressoché totale assenza di elementi urbani hanno infatti spinto i progettisti a elaborare una proposta che – forse sulla scorta degli studi di Hilberseimer sulla città verticale – trasferisce l’urbanità in quota, immaginando una città organizzata su più livelli. Non è un caso che un tentativo di questo genere, proprio per via della sua radicalità, necessiti della definizione di un articolato sistema di regole volto a garantirne la vivibilità. Ancor prima degli esiti spaziali del progetto, tali regole mettono in evidenza le difficoltà intrinseche – innanzitutto sul piano compositivo7 – di operazioni di questo tipo, derivanti dalla necessità imposta dalle richieste del mercato di individuare modalità insediative e forme di aggregazione non ancora sperimentate nella storia della città europea.
Un progetto per certi versi utopico chiude l’itinerario volutamente disarticolato percorso in queste pagine. L’intenzione non è tanto quella di attribuire un valore ai singoli interventi, quanto di indagare quale sia la nuova tradizione dell’edificio alto che si sta costruendo in Svizzera, edificio dopo edificio, con una rapidità che, nelle città, nei sobborghi e, talvolta, persino in aperta campagna, impedisce ogni sedimentazione critica e consente di misurarne gli esiti spaziali soltanto a opere concluse.
Alla ricerca di quella misura umana evocata da Barthes, che di fronte ai grattacieli di New York non esitava a parlare di strada e di isolato, i casi a cui si è accennato – pochi tra quelli che si sarebbero potuti citare – mostrano quanto la casa alta, più di qualunque altro tipo edilizio, abbia bisogno della città; abbia bisogno di spazio culturale, di spazio materiale, di spazio pianificatorio e anche del tempo necessario per essere pensata come parte di un insieme urbano, esistente o ancora da progettare.
Note
- Roland Barthes, Buffet Finishes Off New York, in The Eiffel Tower and Other Mythologies, Hill and Wang, New York 1979, 151.
- Cfr. «Heimatschutz/Patrimoine», Unter Wachstumsdruck/Sous la pression de la croissance, n. 2, 2023. Sui medesimi temi si interroga la recente mostra a cura di Jonathan Sergison e Tom Avermaete Zürich: Dialoge zur Verdichtung, ZAZ Bellerive Zentrum Architektur Zürich, febbraio-giugno 2026.
- «ValeurS», Abitare e costruire: il panorama insediativo della Svizzera, n. 2, 2011.
- A. Gigon, M. Guyer, Residential Towers, gta publishers, Zurigo, 2016, 11.
- Cfr. Zug, Die Architektur der 1950er und 1960er-Jahre, Baukultur entdecken, Der Schweizer Heimatschutz, Zug 2009.
- Oltre alla torre UBS progettata da Kengo Kuma & Associates e Itten+Brechbühl, è recente l’approvazione del masterplan Zürich-Altstetten, Standortentwicklung Hohlstrasse 600–612 che prevede, poco più a nord dell’Europabrücke, la realizzazione di ben sei grattacieli.
- È significativo che, in mancanza di riferimenti disciplinari, i progettisti facciano riferimento a discorsi sul metodo di Dick Raaijmakers, cfr. https://www.e2a.ch/de/node/637#/page1/