Il pa­e­sag­gio fra di­s­cor­so e pro­get­to

Serie: I 20 anni di Archi (1998-2018)

Per i 20 anni di Archi, l'articolo di Claudio Ferrata dal no. 3/2000. «Il progetto di architettura diventa pure uno strumento euristico che permette di interrogare il paesaggio, esplorarne i contorni, metterne in evidenza le potenzialità».

Publikationsdatum
13-08-2018
Revision
07-03-2019

Da qualche tempo assistiamo, sia nel campo della riflessione scientifica, sia in quello delle pratiche, ad un ritorno del tema del paesaggio. Dalla periferia nella quale era stata relegata, questa nozione si è riavvicinata al nucleo centrale di campi quali l’architettura e l’urbanistica, le scienze naturali, la geografia umana.

Le preoccupazioni ambientali, la crisi del dualismo città-campagna che ha trasformato spazi suburbani, periurbani o rurali in una sorta di «terzo stato del territorio» (S. Marot), l’interesse per le nuove pratiche dei paesaggisti, sono all’origine di questo ritorno del paesaggio.

Dal momento in cui l’uomo ha iniziato ad abitare la Terra e a originare l’ecumene, egli ha immaginato, rappresentato e trasformato intenzionalmente la realtà materiale nella quale era immerso. Per dirla in altri termini egli è stato all’origine di un processo di ecogenesi territoriale, processo che naturalmente è ancora in corso.

Nella vita di uomini e collettività il paesaggio è uno dei riferimenti costanti. Attraverso il paesaggio ci mettiamo in relazione con il Mondo, con una realtà costituita da fenomeni materiali (come foreste, fiumi, strade, case, ma anche con la luce, il cielo, le nuvole e gli altri fenomeni atmosferici) ed è il quadro all’interno del quale entriamo in relazione con i nostri simili.

Sperimentato, vissuto e percepito il paesaggio diventa uno degli elementi costitutivi della territorialità umana. Attraverso esso svolgiamo quell’attività propria alla specie umana che è costituita dall’abitare e che ci differenzia dall’animale la cui territorialità, più che alla cultura, è legata all’ istinto.

Le dimensioni del paesaggio

La nozione di paesaggio, che nelle diverse accezioni linguistiche trova la sua origine nel termine paese (landscape in inglese, landshap in olandese, Landschaft in tedesco, paysage in francese) viene resa propria da campi disciplinari che la utilizzano con significati diversi e costituisce certamente un concetto più complesso di quanto non lasci intendere.

Partiamo da una definizione approssimativa, da un minimo comun denominatore che possa fornire qualche iniziale elemento di riflessione. Il paesaggio è costituito dalla realtà visibile che riveste o compone uno spazio più o meno grande intorno a noi, una realtà materiale che si sostanzia, informe, in fattezze visibili, rivestite di colori, e non di rado si esprime anche in suoni e odori, afferma Lucio Gambi. Il paesaggio dunque è costituito da una realtà oggettiva; si riferisce a un insieme di oggetti legati tra di loro che formano un universo locale; viene registrato attraverso i sensi.

Nel XV secolo, quando il concetto apparve nei due poli italiano e nordico, era essenzialmente legato auna visione artistica. Dopo il Rinascimento italiano, il XVI secolo olandese fornirà una specifica capacità di leggere il territorio attraverso la dimensione paesaggistica. Questa capacità descrittiva partirà dalle vedute di città, dalla produzione dei grandi Atlanti e dei «teatri del Mondo». Per lungo tempo lo sguardo sul territorio rimarrà comunque empirico e comune ad un ambiente culturale variegato costituito da pittori, architetti, scultori, cercatori di metalli o di tecnici minerari. Dobbiamo poi all’opera di geografi e naturalisti del xix secolo, e in particolare a quella del tedesco Alexander Von Humboldt, il passaggio, comunque non definitivo, della nozione dal campo delle arti a quello delle scienze. Il concetto di paesaggio si trasformerà in uno strumento per descrivere il Mondo e le sue fattezze e per illustrare le forme dell’organizzazione sociale in relazione alla natura. Ma da cosa è costituito un paesaggio? Certamente da materia minerale e vivente o da spazio costruito.

Non dobbiamo però cadere nell’errore di ridurre l’essenza del paesaggio a una sola componente oggettiva. Questa è per contro costituita da una relazione, da un legame tra un’individualità che percepisce e ciò che è percepito. Esso si presenta allora come un fenomeno essenzialmente relazionale che viene definito da Agustin Berque con il termine di médiance. Questa relazione passa attraverso l’esperienza individuale e collettiva di una realtà materiale ed è storicizzata: il senso e il valore che attribuiamo ai luoghi evolve nel tempo con10le pratiche sociali. Per Eugenio Turri il paesaggio non è solo il quadro all’interno del quale individui e società recitano le loro storie ma è soprattutto il luogo nel quale l’uomo, da spettatore, riesce a cogliere il senso della sua azione sulla Terra. Attraverso il paesaggio, dice ancora Turri, viene destata nell’uomo la sua immagine e la sua progettualità.

Cosa è una montagna, un fiume, uno specchio d’acqua, una collina, una foresta? Mito e memoria sono nascosti sotto le loro forme, l’immaginario è una delle materie prime del paesaggio. Si pensi soltanto al valore attribuito agli specchi lacustri o alle rive degli oceani che in momenti diversi della storia passano dalla repulsione alla grande attrazione.

Abbiamo dunque a che fare con un fenomeno che è caratterizzato, prima di altri, da una dimensione culturale. Il paesaggio può essere anche considerato, per la sua capacità di incorporare la dimensione temporale, come un grande «teatro di memoria». L’immagine del tempo è fondamentale per la qualità della nostra vita e per controllare con successo i mutamenti ambientali. La trasformazione del paesaggio attraverso l’opera dell’architetto, atto volontario che proietta l’azione dell’uomo nel futuro, non può fare tabula rasa di quanto esiste e di ciò che il passato ci ha lasciato sotto forma di una stratificazione più o meno leggibile.

Paesaggio e progetto

Partire dalle caratteristiche del paesaggio, dalle qualità del sito piuttosto che dal programma, è il suggerimento dell’approccio paesaggista per le sistemazioni territoriali e per l’architettura. La messa in valore delle potenzialità del sito dipende dalla nostra capacità di descrivere le componenti di un territorio. Del sito, che viene analizzato attraverso le categorie della morfologia, vengono valorizzate anche altre qualità, come la sua predisposizione all’osservazione dell’orizzonte infinito, la sua esposizione alla luce, la qualità e la varietà delle sue componenti ecologiche, ecc.

Il progetto di architettura diventa pure uno strumento euristico che permette di interrogare il paesaggio, esplorarne i contorni, metterne in evidenza le potenzialità.

Se l’architetto dovrà produrre gli strumenti della trasformazione, al geografo occorrerà innanzitutto riflettere sulle condizioni di produzione di un determinato paesaggio e sarà chiamato a contribuire alla leggibilità del territorio e ad intervenire nel progetto per costruire, secondo la concettualizzazione di Hunt, la «terza natura» (oltre alla prima, la natura selvaggia, e alla seconda, il paesaggio agrario, ve ne sarebbe una terza costituita dal giardino).

Con le altre scienze umane questa dovrebbe fornire la conoscenza regolatrice necessaria per l’azione di trasformazione del territorio.

Se si vorrà mantenere intatta la complessità dell’idea di paesaggio, oltre agli strumenti dell’ecologia e delle scienze delle natura, si dovranno mobilitare quelli delle scienze umane e della storia della cultura. L’intervento paesaggistico non potrà che essere il risultato di un’opera pluridisciplinare che dovrebbe coinvolgere specificità diverse quali quelle dell’architetto, del geografo, del sociologo, del naturalista, dell’artista.

Abitare un paesaggio è un’arte complessa che coinvolge l’insieme delle relazioni che intratteniamo con la natura, con lo spazio costruito e con gli altri. Nella sua costruzione bisognerà quindi essere molto attenti alle qualità che esso dovrà possedere e alle urbanità di cui esso potrà essere portatore.

 

Bibliografia

  • Sébastien Marot, «L’alternative du paysage», in: Le Visiteur, numéro 1 automne 1995, Société française des archietectes, Paris, p. 52-79
  • Lucio Gambi, «Paesaggio», in: I viaggi di Erodoto, 40, dicembre-febbraio1999-2000, Bruno Mondadori, Torino, dossier p. 4-7
  • Eugenio Turri, Il paesaggio come teatro. Dal territorio vissutoal territorio rappresentato, Marsilio, Venezia, 1998
  • Agustin Berque, «Paysage, milieu, histoire», in A. Berque (sousla dir.), Cinq propositions pour une théorie du paysage, Editions Champ Vallon, Seyssel, 1994
  • John Dixon Hunt, «Lesjardins, les trois natures et la représentation», in: L’art dujardin et son histoire, Editions Odile Jacob, Paris, 1996, pp. 13-34

 


I venti anni di Archi (1998-2018)

Per festeggiare il ventennale della rivista Archi, una selezione degli articoli più significativi è andata a costituire una timeline, tracciando una linea di continuità tra il 1998 e il 2018. Tutti gli articoli sono contenuti nel dossier «I venti anni di Archi (1998-2018)».


 

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