«Ab­bia­mo im­pa­ra­to a non por­ci al­cun li­mi­te»

Dal 1990, Ueli Brauen e Doris Wälch­li dirigono lo studio Brauen Wälchli Architectes a Losanna. Il loro progetto «Normandie», una trasformazione di uffici in appartamenti, non è passato inosservato. Nell’intervista, i due progettisti spiegano che cosa significhi per loro «costruire nel costruito».

Publikationsdatum
13-07-2026

Il tema del «costruire nel costruito» è un filo conduttore del vostro lavoro. Qual è il motore che vi spinge a questo approccio?

Doris Wälchli: Il tema del costruire nel costruito, sfruttando la sostanza edilizia esistente ci accompagna sin dagli albori, ovviamente anche nell’ottica del riuso. Abbiamo sempre fatto nostro il principio di attingere a ciò che si poteva riutilizzare, anche se a all’epoca l’idea non era ancora così tanto diffusa. Oggi questo approccio è visto come una disciplina a sé stante: ora con una trasformazione ci si può guadagnare un certo riconoscimento, cosa che in passato era più difficile.

Il concetto del «re-use» è cambiato negli anni?

DW: Io mi spingerei a dire che quella del riuso è un’idea tornata in auge negli ultimi tempi. In realtà non è nuova: di fatto, fino alla metà del XX secolo, dopo una demolizione, si riutilizzavano i mattoni per costruire nuovi edifici e si smonta­vano le strutture del tetto per riassemblarle altrove, ciò perché i materiali da costruzione costavano più della manodopera artigianale. Nella seconda metà del secolo, invece, il riutilizzo dei materiali non era più una prassi comune.

E oggi?

Ueli Brauen: Oggi ci troviamo confrontati con altre circostanze, come il riscaldamento climatico, circostanze che portano in primo piano gli aspetti ecologici e culturali. Ogni attività edilizia produce CO₂, per questo motivo è ancor più importante ridurre il più possibile le emissioni e riutilizzare i materiali. Da queste premesse può nascere una forma specifica di qualità e bellezza. Detto questo, certo, è già capitato anche a noi di dover demolire, laddove una trasformazione non sarebbe bastata per ridare vita a un edificio sul lungo periodo. Non dobbiamo mai dimenticare una cosa: per noi il criterio più importante della sostenibilità è la durabilità, dunque, un edificio che va risanato dopo soli trent’anni di esistenza non è una scelta sensata.

DW: Costruire nel costruito è la normalità nel contesto urbano. Tuttavia, per un singolo immobile possono emergere interrogativi di natura finanziaria o culturale. È allora compito dell’architetto illustrare alla committenza il valore culturale della sostanza esistente. C’è però da dire che spesso un progetto fallisce non per l’espressione architettonica, ma per la sostanza strutturale. Se mancano basi concettuali solide, serve un volo pindarico per trovare soluzioni fuori degli schemi.

Il che ci porta al tema della CO2. Voi realizzate un ecobilancio per i vostri progetti?

DW: Oggi si comincia a inserire nei conteggi l’energia grigia. È uno sviluppo positivo. Per il nostro progetto «Normandie» a Ginevra non è stato richiesto un bilancio ecologico (n.d.r.: per maggiori informazioni in merito consultare il link riportato al termine dell’intervista). È un edificio amministrativo che è stato trasformato in alloggi perché questa era l’opzione economicamente più interessante per la committenza, che inizialmente voleva demolire l’edificio per farne uno nuovo. Poi il palazzo è stato iscritto nell’inventario degli edifici meritevoli di protezione, l’ipotesi della demolizione è stata quindi scartata del tutto. Grazie a questo progetto, secondo me, la committenza ha cambiato idea, rico­noscendo non soltanto il valore della densificazione, ottenuta sfruttando la sostanza esistente, ma anche il valore della trasformazione.
 

Erano quindi in gioco gli interessi economici della committenza e le considerazioni contestuali del servizio cantonale di conservazione dei monumenti storici. Come vi siete interfacciati con i diversi attori coinvolti?

UB: Abbiamo un ottimo rapporto con i vari uffici cantonali di tutela del patrimonio storico, spesso ci aiutano quando dobbiamo fornire argomentazioni alla committenza. Non di rado sentiamo dire che, per certi versi, siamo ancora più ortodossi di loro. Ed è vero, perché amiamo la storia e amiamo anche l’architettura di qualità.

DW: Anche dopo che avevamo vinto il concorso per il progetto «Normandie» restavano alcuni dubbi sull’abitabilità delle nostre planimetrie. Nell’edificio ­esistente abbiamo quindi realizzato un modello di appartamento in carton­gesso, in scala 1 : 1. Ciò ci ha dato la ­possibilità di testare sul posto le nostre planimetrie anticonvenzionali, e di convincere la committenza e le autorità ­ginevrine della qualità degli spazi.

 

Il complesso di uffici «Normandie» è stato costruito negli anni Settanta da Jean-Marc Lamunière. Lo conoscevate di persona?

UB: Sì, era professore al Politecnico di Losanna e abbiamo seguito alcune sue lezioni, abbiamo dunque affrontato ­questo incarico con un forte senso di rispetto. Io non sono un grande amante dell’architettura degli anni Settanta, ma questo edificio aveva una struttura molto interessante. Inoltre, con la sua costruzione, Lamunière aveva approfon­dito anche idee bioclimatiche, ciò in considerazione della crisi petrolifera di quegli anni. Ad ogni modo, con il nostro progetto di trasformazione spesso ci siamo trovati anche noi in difficoltà, tanto da chiederci: «E questa, come la risolviamo? Lamunière non avrebbe mai messo delle pareti così in diagonale …».

DW: La prima volta che abbiamo visto l’edificio ci siamo chiesti come avremmo fatto a trasformarlo. Più lo studiavamo, più potevamo constatare con quanta cura fosse stato concepito e articolato dal punto di vista architettonico. Con il nostro intervento abbiamo aggiunto uno strato in più, dando nuova vita all’opera – non è solo un lavoro di ristrutturazione, è un valore aggiunto.
 

Avete menzionato le idee bioclimatiche degli anni Settanta. Che importanza hanno gli aspetti climatici per il vostro lavoro?

UB: Il clima non è il nostro primo pensiero quando progettiamo. Ovviamente ne teniamo conto, ma il nostro approccio è globale. Negli anni del minimalismo, quando realizzavamo gronde per ragioni climatiche, ci prendevano in giro. Oggi si riscopre l’utilità della gronda, perché la sporgenza non solo ripara dal sole, ma protegge anche la facciata. È così per 
diversi nostri approcci.

 

Oggi, ripensando a questo vostro progetto, c’è forse qualche tratto tecnico che vedete con occhi diversi?

UB: Abbiamo imparato a non porci alcun limite. Per i primi schizzi bisogna dare libero corso alla creatività, è essenziale rimuovere ogni restrizione. È inevitabile che emergano anche idee meno convincenti, ed è qui che interviene il team con le proprie correzioni e migliorie.

 

La penuria di alloggi è un tema importante, che si può contrastare anche trasformando in unità abitative quelle che un tempo erano superfici ad uso ufficio. Quali sono gli ostacoli?

DW: Secondo me, i maggiori ostacoli sono quelli posti dal quadro giuridico. Gli stabili amministrativi in genere non si trovano nelle zone residenziali, e per cambiare la destinazione d’uso serve una modifica delle basi legali. I costi che ne conseguono sono un altro ostacolo da superare. Chi investe deve saper aspettare, deve poter pagare quanto necessario, e deve anche collaborare con le autorità comunali. Penso che il nostro progetto «Normandie» rappresenti in Svizzera uno dei primi esempi in cui un edificio è stato trasformato, passando da uso ufficio a uso abitativo. Oggi sembra delinearsi una chiara tendenza in questo senso.


Avete un appello da lanciare al mondo della politica? Che cosa deve cambiare?

DW: Servono procedure più snelle. Sappiamo per esperienza che ci vogliono diversi anni per adeguare le normative. Solo dopo si può presentare una domanda di costruzione, la cui approvazione prende un altro anno, forse anche due.

 

Come incoraggereste gli studi di progettazione a costruire nel costruito? Probabilmente molti diranno che è troppo impegnativo. Dopotutto, è più facile costruire su un prato verde…

UB: Io non mi preoccuperei: c’è una giovane generazione di architetti che guarda con attenzione al rispetto delle risorse nella gestione dell’ambiente costruito. Non c’è bisogno di spiegare loro che costruire nel costruito è la via del futuro. Ci auguriamo però che non si dimentichino di avere una visione globale sull’architettura.

L’intervista si è svolta in lingua tedesca.

Articolo sul progetto «Immeuble Normandie» online a questo link

Il Piano d’azione SIA per il clima, l’energia e le risorse definisce il costruire nel costruito come uno degli otto campi d’azione. Costruire nel costruito e prolungare la durata di utilizzo permette di risparmiare risorse e limitare i gas serra. www.sia.ch/it/cms/temi/piano-azione

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