Die gu­te Form

«L’arco rigido, che non trovò più bella realizzazione che nel curvo ponte sullo Schwandbach, condusse a membri sottili come gusci d’uovo. Sfortunatamente nessuno dei suoi ultimi progetti, che prevedevano l’impiego dell’arco rigido, fu mai eseguito. Era la più audace delle sue strutture, la meno controllabile col calcolo, e la più opposta al gusto dominante». – Sigfried Giedion, 1941

Publikationsdatum
14-10-2021

Come migrano i modelli? Quali sono le dinamiche delle trame istituzionali, culturali e disciplinari che causano la loro circolazione? Quali le circostanze della loro produzione e applicazione a un nuovo contesto? Che ruolo svolgono pubblicazioni specializzate, mostre, convegni, viaggi e contatti personali?  E, soprattutto, quale funzione assumono le immagini nella costruzione di figure paradigmatiche al limite dello stereotipo come nel caso di Robert Maillart (1872-1940) nella storiografia del «movimento moderno»?

Com’è noto, il tema è stato spesso affrontato in molti campi di studio, dalla storia dell’arte e dell’architettura fino al dibattito sulla costruzione sociale della tecnologia, ma, in questa occasione, riguarda un episodio particolare del rapporto tra l’ingegneria elvetica e quella italiana; una relazione che si delinea in un preciso circuito accademico e professionale dalla fine degli anni Venti al secondo dopoguerra italiano.

Partendo da due episodi significativi – l’esposizione Robert Maillart: Engineer, realizzata nel 1947 al MoMA di New York e la pubblicazione nel 1950 del libro Switzerland Builds: Its Native and Modern Architecture, del fotografo statunitense G.E. Kidder Smith – i curatori del numero indagano il tipo di narrazione visiva che ha contribuito a definire la genealogia critica dell’opera di Maillart, accuratamente costruita tramite le magnifiche fotografie dei suoi ponti e diventata progressivamente – specialmente nei testi di Sigfried Giedion, Max Bill e David Billington ­– espressione canonica del Neues Bauen in Svizzera. Maillart è dunque consacrato come esponente esemplare dei principi costruttivi fondativi di una nuova estetica; ingegnere artista, costruttore e progettista di ponti in cui l’intuizione prevale sul calcolo e il talento formale sulla teoria. Un racconto che evidenzia lo stretto legame tra fotografia, architettura/ingegneria e mass media che – secondo ricerche recenti – emergerebbe con la divulgazione dell’International Style.

Da diverse prospettive i contributi presentati registrano itinerari generati da rapporti accademici e contingenze professionali o produttive, e accennano a polemiche che riflettono conflitti corporativi e resistenze. Nel tentativo di tracciare i meccanismi di ricezione dell’opera di Maillart nella fase precedente alla sua scomparsa, Gubler si sofferma sul ruolo della «Schweizerisce Bauzeitung» e si addentra nella vita straordinaria di questo homme à tout faire dalle tante identità, rivelando aspetti inediti dell’intreccio tra vicissitudini personali e professionali ancora tutte da saggiare per restituire singolarità all’«inafferrabilità» del personaggio.

Iori e Alessandrelli delineano invece la fortuna del ponte «tipo Maillart»: il ponte ad arco sottile e impalcato irrigidente che l’ingegnere bernese sperimenta in una serie di rea­lizzazioni nel corso di un decennio (dal primo prototipo sul Flienglibach nel 1923 al ponte sul Töss del 1934). Questi esempi diventano un patrimonio materiale a cui attingono le ricerche di alcuni giovani ingegneri italiani che realizzano una decina di ponti con caratteristiche simili negli anni della ricostruzione.

Senza abbandonare il filo conduttore, Chiaia e Piana ci riportano al presente interrogandosi sulla possibilità di attualizzare il lascito di Maillart all’interno delle nuove sfide dell’ingegneria strutturale, approfondendo quindi le implicazioni sulla manutenzione e controllo della sicurezza in questo tipo di ponti (spesso colpiti dall’incuria, come nel caso del recente crollo del viadotto di Albiano Magra, in provincia di Massa Carrara, progettato nel 1949 dagli ingegneri Caré, Giannelli e Ceradini). Infine Conzett  – in una lectio magistralis lucidamente strutturata – analizza due ponti non realizzati, progettati da Maillart nel corso degli anni Trenta.

Questi specifici sguardi trovano inoltre un ulteriore corollario nelle fotografie che illustrano le potenzialità del rapporto tra fotografia e ingegneria nella diffusione di alcuni modelli di riferimento che hanno segnato – in questo focus circostanziato – il periodo d’oro dell’ingegneria italiana del XX secolo. In questo modo Archi dimostra come la buona forma dei ponti di Maillart abbia lasciato un’impronta finora inesplorata, segnando una sequenza di esperienze strutturali che testimoniano come l’eredità costruttiva del celebre ingegnere elvetico sia stata in grado di nutrire anche la cultura progettuale del secondo Novecento nel territorio italiano.