«La no­stra ri­sor­sa più pre­zio­sa è l’in­no­va­zio­ne»

Il presidente della giuria del Prix SIA 2026, l’ingegnere civile Tivadar Puskas, auspica che tutte le discipline SIA siano giustamente riconosciute e messe in luce al pari dell’architettura. Nell’intervista, ci spiega la procedura di selezione dei progetti destinati alla shortlist, sulla base del Sistema Davos per la qualità nella cultura della costruzione.

Data di pubblicazione
03-06-2026

Signor Puskas, per quale motivo è importante il Prix SIA?

L’obiettivo del Prix SIA è di mettere in luce il lavoro interdisciplinare svolto dai progettisti e le innovazioni che ne sono il frutto. Il premio rende onore non soltanto alle opere esteticamente riuscite o che convincono dal punto di vista tecnico, ma anche che rispondono a sfide importanti sul piano sociale ed ecologico. Inoltre, il Prix SIA mira a promuovere in Svizzera una cultura della costruzione di qualità, ed è per questo motivo che la valutazione dei progetti in concorso avviene sulla base degli otto criteri proposti dal Sistema Davos per la qualità nella cultura della costruzione.

Dunque, è giusto affermare che il Prix SIA si distingue dagli altri riconoscimenti proprio perché mette l’accento sull’interdisciplinarità?

Assolutamente sì. Un progetto di ampio respiro non può mai essere opera di una sola persona, è sempre il risultato di un lavoro interdisciplinare. Dietro le quinte c’è sempre un team di progettisti, formato da ingegneri civili, ingegneri impiantisti e architetti paesaggisti. Ogni progetto nasce grazie al lavoro di squadra e attraverso il dialogo tra le diverse discipline. Il Prix SIA vuole rendere visibile questa collaborazione reciproca e renderle debitamente onore.

Per valutare i progetti vi siete basati sugli otto criteri del Sistema Davos per la qualità nella cultura della costruzione. In che modo?

Gli otto criteri rappresentano un quadro di riferimento ben strutturato, il che ci ha aiutati, nel nostro ruolo di membri della giuria, ad affrontare la valutazione con spirito aperto, prestando attenzione a diversi aspetti. Di fatto, il Sistema per la qualità invita certamente a tenere conto del fattore estetico, la Bellezza, ma accorda pari importanza anche agli altri sette criteri, vale a dire: la Governance, la Funzionalità, l’Ambiente, l’Economia, la Diversità, il Contesto e il Genius loci.

Può spiegarci esattamente come procede la giuria nella selezione dei progetti?

Innanzitutto, abbiamo suddiviso i 183 progetti pervenuti e li abbiamo discussi in gruppi da tre. Da questo primo esame hanno passato il turno 35 progetti. In seguito, attraverso cinque altri turni ad eliminazione, abbiamo ristretto sempre di più la scelta, fino ad arrivare a 12 progetti. Fra i progetti inoltrati ce n’erano alcuni che soddisfacevo particolarmente bene uno dei criteri di valutazione, ma solo discretamente gli altri sette. Per noi membri della giuria la sfida è stata proprio quella di capire come valutare questi progetti, bisognava riflettere se attribuire una valutazione migliore o peggiore rispetto a quei progetti in cui tutti e gli otto criteri erano sì presenti, ma soddisfatti con una media mediocre.

E poi come avete proceduto con questi ultimi 12 progetti?

Per ogni singolo progetto abbiamo creato un grafico radar, in cui erano riportati gli otto criteri per una cultura della costruzione di qualità. Dal grafico, mettendo a confronto le diverse superfici, si è potuto desumere quali fossero i progetti in cui era soddisfatto il maggior numero di criteri. Per finire, ne abbiamo scelti sei che ora figurano nella shortlist. Ora siamo molto curiosi di sapere quale sarà la reazione del pubblico.

Se guardiamo ai progetti, vi si leggono tendenze o temi che risaltano in particolare?

Naturalmente i progetti sono influenzati da ciò che accade nel mondo politico e nella società. Un denominatore comune è il tema della sostenibilità. Sul tavolo della giuria sono giunti molti progetti che contemplano opere in legno o ibride, ma anche edifici innovativi in calcestruzzo, progetti di riuso con l’acciaio e persino costruzioni in argilla. In particolare, è saltato all’occhio il fatto che i progetti in concorso rivolgono grande attenzione alla conservazione del costruito, il che lascia supporre che in futuro si demolirà meno e si tutelerà di più la sostanza edilizia esistente.

Nell’ambito della prima edizione del Prix SIA 2024 molti progetti si focalizzavano soprattutto sull’architettura (vedi anche TEC21 4/24 «Ein Preis für hohe Baukultur») mentre erano poche le opere incentrate su temi legati all’ingegneria civile oppure all’architettura del paesaggio. In questa edizione lo spettro è forse più sfaccettato?

Sì, è un po’ più diversificato. Ad ogni modo, la maggior parte dei progetti in lizza sono stati inoltrati da architetti e sono sempre gli architetti ad aver fornito le relative descrizioni. Ciò è da attribuire al fatto che nella realizzazione di un edificio sono solitamente loro ad avere in mano le redini. Ovviamente ci sono anche diversi altri tipi di opere, penso a ponti innovativi che si integrano bene nel paesaggio, a opere di ingegneria civile e a progetti che riguardano la configurazione di spazi paesaggistici e insediativi, tutte realizzazioni che modellano il nostro ambiente di vita e meriterebbero certamente di essere premiate, ma che purtroppo non figuravano tra i progetti in concorso. Ritengo che la SIA dovrebbe rivolgersi direttamente anche agli altri progettisti, agli ingegneri e agli architetti paesaggisti, incoraggiandoli a partecipare.

Secondo lei, perché i progettisti attivi in queste altre discipline non sono propensi a candidare i loro progetti?

Penso che in altre discipline manchi un po’ la cultura del concorso. Gli architetti imparano già durante la propria formazione come illustrare un progetto in modo esteticamente piacevole, come valorizzarlo e come spiegarlo a un pubblico. In altre discipline questo approccio manca. Eppure, anche le ingegnere e gli ingegneri civili giocano un ruolo chiave e sono fortemente coinvolti, pensiamo ad esempio al costruire a neutralità carbonica. Rientra nel loro ambito di competenza capire quali materiali impiegare per raggiungere il massimo dell’efficienza e come possiamo trasformare in modo intelligente la sostanza edilizia esistente. Anche i progettisti che lavorano nell’ambito dell’impiantistica degli edifici hanno le competenze per sviluppare soluzioni intelligenti ed efficienti sotto il profilo energetico, sia per gli impianti di riscaldamento che per gli impianti di ventilazione e di climatizzazione. Mi auguro quindi che, in futuro, il Prix SIA metta maggiormente in primo piano anche queste discipline.

Nel suo ruolo di presidente della giuria, che cosa le sta particolarmente a cuore?

In Svizzera, la risorsa più preziosa è l’innovazione, un’innovazione che nasce soprattutto grazie al lavoro di squadra. Mi auguro dunque che la cooperazione tra le diverse discipline guadagni visibilità. Nel concreto, ciò significa ad esempio che nell’ambito di un concorso siano menzionati tutti i progettisti coinvolti. Oggigiorno i progetti sono molto complessi, c’è sempre un grande team dietro le quinte. Sta a noi rendere debitamente onore a questa interdisciplinarità, in seno alla SIA, ma anche attraverso altri strumenti.

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