Nel segno di Carlo Scarpa
Il progetto di Tita Carloni per i castelli di Bellinzona, 1962-1967
Tra il 1962 e il 1967 Tita Carloni elabora un ambizioso progetto museale per i castelli di Bellinzona, ispirato alla lezione di Carlo Scarpa. Un intervento che intreccia restauro, museografia e trasformazione urbana, rimasto irrealizzato ma destinato a lasciare una traccia nella storia dell’architettura ticinese.
Nel 1953, in occasione del centocinquantenario dell’autonomia del Cantone Ticino, il Consiglio di Stato decise di celebrare la ricorrenza dando avvio ai restauri del Castelgrande di Bellinzona. A tal fine, fu incaricato l’architetto Max Alioth, che già aveva condotto, fra il 1937 ed il 1944, i rilievi dell’edificio insieme agli architetti Giuseppe Weith ed Emilio Benoit.1 Il progetto di Alioth si caratterizzava anzitutto per l’approccio integrativo, risultando così assimilabile tanto a quello che lo stesso Giuseppe Weith aveva condotto fra il 1930 ed il 1935 sul castello di Sasso Corbaro quanto a quello che molti anni prima, fra il 1902 ed il 1910, Eugen Probst ed Enea Tallone avevano compiuto sul castello di Montebello.
Nel 1962, dopo che questo primo progetto era rimasto privo di esito, il Consiglio di Stato ne deliberò l’affidamento all’architetto Tita Carloni, che fu incaricato del restauro non più del solo Castelgrande, ma dell’intero sistema dei castelli di Bellinzona. Al loro interno sarebbero state ospitate le collezioni del contestualmente istituito Museo dell’Arte e delle Tradizioni Popolari, la cui curatela era stata affidata allo storico ticinese Virgilio Gilardoni. Il Museo corrispondeva infatti ad una visione che Gilardoni aveva propugnato sin dagli anni Quaranta, quando insieme a Emilio Beretta, Alexandre Cingria e ad altri intellettuali ticinesi, auspicava una soluzione alla sistematica spoliazione dei villaggi del territorio allora in atto ad opera di antiquari e collezionisti.2 Materializzatasi dapprima nel 1944, quando con il sostegno del Dipartimento Federale dell’Interno era stata condotta una prima campagna di documentazione fotografica e si erano iniziati i lavori per la pubblicazione di una monografia dedicata all’Arte popolare nelle Valli ticinesi con alcune considerazioni sulle origini popolari dell’arte lombarda, poi sospesa,3 l’iniziativa aveva conosciuto nuovo vigore nel 1953, sempre in occasione dei festeggiamenti per i centocinquant’anni dell’autonomia cantonale, con l’organizzazione della mostra dell’Arte e delle Tradizioni Popolari inaugurata l’anno successivo al castello di Locarno e comprendente 800 pezzi. Suddivisa in tre sezioni rispettivamente intestate ad arte del pastore (architettura spontanea, forme d’arte legate a temi simbolico-decorativi su oggetti d’uso, attrezzi, indumenti, leggende alpine, proverbi, formulari apotropaici…), arte rustica (architettura, artigianato, utensili, pitture e affreschi ascrivibili alla cultura contadina) ed arte provinciale (propria dei piccoli centri e dei capoluoghi distrettuali),4 la mostra rifletteva la lettura critica che Virgilio Gilardoni proponeva dell’arte ticinese, dove considerava di massimo interesse tutte le espressioni della cultura agricola e popolare, mentre reputava tutte le espressioni istituzionali, proprie dei centri urbani e dei luoghi di transito, come meri episodi di ricezione della contemporanea cultura artistica e architettonica europea.5
L’originale visione di Gilardoni si declina nel progetto di Carloni in un sistema museale che coinvolge l’intero complesso difensivo (costituito dai tre castelli e dalle porzioni superstiti della murata) con l’intento di conferirgli un nuovo ruolo attivo nella città e nella società contemporanee attraverso la destinazione pubblica.6 L’insediamento del museo nei castelli avrebbe infatti permesso di sfruttarne anzitutto il potenziale inespresso di dispositivo urbanistico, coinvolgendo anche le murate in un percorso pedonale volto alla valorizzazione dell’intera opera di fortificazione. Allo stesso tempo, la nuova funzione museale avrebbe dato ragione della conservazione materiale dei castelli, entro cui l’ampio programma espositivo sarebbe stato organizzato in tre sezioni: a Sasso Corbaro avrebbe trovato posto la sezione «Stampe e Costumi», a Montebello la sezione archeologica e a Castelgrande la sezione museale principale corredata da auditorium, sale per mostre e da un grande teatro all’aperto per 750 persone.
Nel luglio 1962, mentre a Castelgrande sono condotte le indagini archeologiche,7 Carloni avvicina così il progetto del sistema museale individuando nella lezione dell’architetto veneziano Carlo Scarpa il precedente metodologico d’elezione, e compiendo un viaggio di studio a Venezia e a Verona per visitare il Museo Correr ed il Museo di Castelvecchio, ristrutturati da Scarpa rispettivamente nel 1952-1960 e nel 1958-1974.8 Una serie di schizzi e annotazioni su carta quadrettata attesta chiaramente quanto Carloni ha carpito dall’opera dell’ «Ispiratore-maestro»,9 a partire dal rapporto con le strutture esistenti, la scelta dei materiali, la configurazione dell’illuminazione e l’esposizione dei pezzi in un ambiente sovra-storico, dove le opere sono restituite a nuovi valori estetici attraverso un allestimento tendente all’astrazione.10 Un approccio metodologico che lo stesso Carloni, in un intervista del 2010, condensava in un laconico precetto – «Simpatia per l’originale, ma anche relativa autonomia»11 – e che ritroviamo puntualmente declinato nel suo progetto per i castelli. Qui, Carloni propone anzitutto una lettura critica delle strutture stratificate volta a ridefinire la consistenza dell’oggetto storico entro cui si trova ad operare. In tal senso, a Castelgrande, dove è impegnato in un progetto che l’evolvere delle indagini archeologiche configura inevitabilmente come processo in fieri,12 si orienta verso una proposta di ripristino dell’immagine medievale dell’edificio che prevede la ricomposizione delle cortine merlate e l’occlusione delle aperture esterne, oltre alla demolizione degli edifici posteriori. Un intervento che «ricupererebbe al paesaggio urbano bellinzonese l’immagine del grande impianto difensivo medioevale, caratterizzato nei suoi aspetti formali soprattutto come opera militare di fortificazione»;13 immagine preferibile, secondo Carloni, a quella «pittoresca attuale, valida tutt’al più per le caratteristiche di natura ambientale ma non per la lettura unitaria dell’opera architettonica».14 Analogamente l’architetto agisce a Sasso Corbaro, dove prevede la riconfigurazione dell’aspetto esterno del castello con l’occlusione delle aperture successive e la ricomposizione del profilo merlato originario attraverso la demolizione dell’ultimo piano della manica est.15
Dopo aver eliminato ogni superfetazione e riportato così il contenitore storico ad una sua ideale condizione originaria – si pensi in questo senso alle analogie con l’intervento di Scarpa a Castelvecchio, dove furono rimosse tutte le parti decorative di pertinenza del precedente allestimento museografico «di ambientazione» – Carloni arreda gli ambienti spogli delle antiche fortificazioni con allestimenti essenziali volti ad una ricerca di forti caratterizzazioni atmosferiche che trova attestazione emblematica in uno schizzo prospettico per la sala del «bestiario romanico» nel castello di Montebello,16 dove capitelli e sculture, puntualmente illuminati e sollevati su esili supporti, emergono dall’oscurità di una sala completamente buia.17 Per la realizzazione di queste scenografiche contestualizzazioni, Carloni ricorre tuttavia ad elementi componibili come aste tubolari e giunti multidirezionali, oggetto di numerosi studi18 e poi effettivamente messe in opera solo in occasione dell’inaugurazione, nell’ottobre 1964, dell’allestimento provvisorio del castello di Sasso Corbaro.19 Queste soluzioni, pur non ulteriormente definite, denunciano l’adesione di Carloni ad una concezione del museo come «organismo vivo in continuo sviluppo, legato al proseguimento degli studi e delle ricerche. Per lo studioso e per il visitatore – scrive infatti Carloni –, esso deve poter accogliere e mostrare i nuovi ritrovamenti, o nuovi e diversi accostamenti delle raccolte in funzione dell’approfondimento dell’esame critico e storico delle raccolte stesse».20 Questa concezione museografica, in totale sintonia con le riflessioni sui Problemi di museografia esposti nel 1955 da Giulio Carlo Argan sulle pagine di «Casabella»21 – ed in realtà in contraddizione con molti dei vincolanti allestimenti della stagione scarpiana – guida anche l’evoluzione del progetto di restauro per Castelgrande, deputato a divenire la sede principale del vasto programma museale e dove gli spazi espositivi, sin dalla prima versione elaborata nel 1964, avrebbero dovuto trovare posto in un esteso ipogeo ricavato sotto la corte e configurato planimetricamente come articolazione di forme organiche, con una grande rampa di discesa con funzione espositiva e un anfiteatro esterno posto su un rilievo artificiale ricavato sul piano della corte. Nel 1967, infatti, Carloni elabora una seconda proposta, in cui prevede di riscoprire la superficie del massiccio roccioso e di adattarla, attraverso piattaforme libere, a pavimento del museo, che si sarebbe così configurato come un unico grande spazio libero scandito dalla maglia regolare di pilastri in acciaio a supporto della copertura e da setti liberi e movimentabili per la suddivisione in aree funzionali.22 Così configurato, il progetto di Carloni avrebbe dimostrato la propria aderenza non solo alle forme, ma anche alle istanze funzionali e curatoriali che avevano animato il dibattito museografico italiano dei primi decenni del Dopoguerra.
Rimasto infine irrealizzato a causa di incomprensioni e divergenze fra i progettisti e le amministrazioni,23 il progetto lascerà il posto ai successivi interventi di Aurelio Galfetti su Castelgrande e di Mario Campi sul castello di Montebello. Proprio in quest’ultimo, a partire dal 1968, la lezione scarpiana auspicata da Carloni per i castelli bellinzonesi troverà infine attuazione nei migliori termini.
Note
- Copie eliografiche di questi rilievi sono conservate fra le carte di Carloni. Cfr. Bellinzona, Fondazione Archivi Architetti Ticinesi (d’ora in avanti FAAT), S18 e P148.
- fr. Virgilio Gilardoni, Piani di organizzazione del museo dell’arte e delle tradizioni popolari del Ticino in: «Archivio Storico Ticinese», a. VIII, n. 32, dicembre 1967, p. 208.
- Cfr. Ibidem.
- Cfr. Ivi, pp. 234-236.
- A proposito del pensiero di Gilardoni circa l’arte ticinese, Cfr. L’intervista: Tita Carloni, una voce critica dell’architettura ticinese in: «Archivio Storico Ticinese», n. 149, giugno 2011, pp. 33-62.
- I materiali d’archivio inerenti questo progetto irrealizzato, conservati presso la FAAT, sono riordinati in tre cartelle (nn. 148, 149, 150, corrispondenti rispettivamente a quelli per Castelgrande, per Sasso Corbaro e per Montebello) e in quattro scatole di documenti e fototipi (FAAT S 17, 18, 19, 20).
- A Castelgrande le indagini archeologiche furono svolte fra maggio e ottobre 1962. Cfr. Tita Carloni, Breve cronaca di un incarico, «Il Dovere», 8 giugno 1963, p. 14.
- Per ragioni cronologiche, Carloni può aver visto a Castelvecchio solo l’allestimento delle sale della pinacoteca nella Reggia Scaligera, mentre il restauro della Galleria, con le sculture antiche e la celebre collocazione esterna della Statua di Cangrande, sarà ultimato solo nel 1964.
- Cfr. L’intervista, cit., p. 58.
- Cfr. FAAT S19.
- Cfr. L’intervista, cit., p. 58.
- Processo riassunto sinteticamente in una relazione di progetto del 15 febbraio 1965. Cfr. FAAT S19.
- Cfr. Virgilio Gilardoni, cit, p. 245.
- Ibidem. A partire da questa considerazione, il progetto per Castelgrande prevede la demolizione della manica ottocentesca sul lato ovest e delle case 3 e 4, accennando alla necessità, oltre che di ricomporre l’unità dei fabbricati demoliti con un intervento contemporaneo di riplasmazione delle porzioni manomesse, di realizzare un ampliamento presso l’angolo sud-ovest con il fine di ottenere le superfici utili per ospitare il museo. Uno schizzo ascrivibile a questa fase delinea un corpo sospeso dal carattere marcatamente plastico, giudicato però poi da Carloni troppo invasivo e, pertanto, scartato a favore della soluzione definitiva. Cfr. FAAT S19.
- Il progetto è documentato dai disegni conservati nella cartella 149, ove si trovano le piante della configurazione definitiva (realizzate a posteriori, con probabile fine di pubblicazione, tra il 2 e il 20 febbraio 1968) ed il progetto, completo di dettagli degli espositori, redatto in occasione dell’allestimento provvisorio (5 marzo-ottobre 1964).
- L’incarico per l’allestimento del Castello di Montebello, destinato ad accogliere la sezione archeologica di introduzione al museo di Castelgrande, è stato affidato a Carloni e Gilardoni solo nel luglio 1965 e, forse per questa ragione, è oggi attestato da una documentazione frammentaria. I sette disegni conservati (di cui uno solo datato: 4 novembre 1965) non entrano infatti nel merito delle soluzioni di dettaglio e permettono di rilevare solo alcuni caratteri emergenti. Il progetto avrebbe previsto dapprima la ristrutturazione del corpo centrale del «Palazzo» e della torre (da rendere accessibile con una scala elicoidale) e l’adattamento provvisorio delle altre strutture ad esposizione di alcuni pezzi destinati al museo di Castelgrande, con l’intento di attrarre l’interesse di possibili donatori per l’incremento della collezione. Cfr. FAAT S19 e P150.
- Cfr. Virgilio Gilardoni, cit, p. 268.
- Cfr. FAAT S19 e P149.
- Il 26 ottobre 1964 è infatti aperto al pubblico il museo in una configurazione provvisoria, con una sala dedicata alla storia di «Bellinzona nei secoli» e intitolata al Consigliere di Stato Franco Zorzi, promotore del progetto museale e mancato nel settembre dello stesso anno. Secondo il progetto di Carloni, poi irrealizzato, la stessa sala, collocata all’ultimo piano, sarebbe poi stata demolita per ricomporre il profilo originario delle merlature, e l’allestimento avrebbe trovato una collocazione definitiva nelle altre sale, nel contempo rese accessibili. Cfr. FAAT P149.
- Tita Carloni, Inaugurazione della sezione dei costumi nel castello di Sasso Corbaro in: «Archivio Storico Ticinese», anno VIII, n. 32, dicembre 1967, p. 243.
- G.C. Argan, Problemi di museografia in: «Casabella-Continuità», n. 207, settembre-ottobre 1955, pp. 64-67.
- L’anfiteatro viene, in questa seconda proposta, collocato sul pendio erboso già presente nell’angolo sud-est. Cfr. FAAT P148.
- Le incomprensioni fra le parti in causa (che questo studio non approfondisce nel dettaglio) porteranno infine, il 20 settembre 1967, alla revoca dell’incarico a Carloni e Gilardoni. Per la cronologia dettagliata delle corrispondenze fra progettisti e autorità si rimanda a: Tita Carloni, Virgilio Gilardoni, Note per la conferenza stampa di presentazione dell’Archivio Storico, numero speciale sui musei e sui castelli, Lugano 4 giugno 1968, FAAT S. 19. Al proposito, si vedano inoltre: Tita Carloni, cit., p. 14; L’intervista, cit., pp. 33-62.
Si ringrazia la Fondazione Archivi Architetti Ticinesi, nella persona di Angela Riverso Ortelli, per la cortese disponibilità e la concessione dei materiali pubblicati.