Pondero, ergo sum
Al centro del primo numero del 2026, che apre la stagione di espazium quaderni, si rinnova l’impegno verso la cultura del progetto e della costruzione. Tema chiave è il «peso» del costruire: una responsabilità tecnica ed etica letta attraverso l’ingegneria, tra misura, materiali, durata e bellezza.
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Oggi inauguriamo la stagione di espazium quaderni. Le riflessioni sul cambio di nome e sulla strategia della casa editrice restano nel 2025, insieme all’ultimo numero di Archi. Solo poche righe per riprendere il filo del discorso e ribadire il nostro impegno per la progettazione: come indica il nuovo sottotitolo, la rivista guarda alla cultura del progetto e della costruzione. Una cultura che si esprime in modo trasversale, parlando la lingua dell’architettura e dell’ingegneria, del paesaggio e della pianificazione, modulando ogni volta il tono del discorso. Questo numero pone al centro un tema universale e concreto: il «peso» della costruzione, figurato e reale, osservato attraverso l’occhio dell’ingegneria. Costruire è un atto di responsabilità verso la comunità. Oggi lo è in modo evidente: ogni progetto incide sulle risorse del pianeta, consuma materia, energia e tempo, e richiede decisioni misurate. La scelta dei materiali, la quantità impiegata e la loro durata non sono variabili secondarie, ma strumenti di progetto. Una pratica consapevole determina possibilità, stabilisce limiti e orienta il progetto verso una vitruviana bellezza. Strutture leggere o massicce, sospese o saldamente ancorate al suolo, raccontano il dialogo tra calcolo, esperienza fisica e intuizione progettuale.
L’ingegneria strutturale è un raffinato esercizio di statica. Lo dimostrano molte opere del passato che continuano a interrogarci sul senso del «buon costruire»: opere in cui misura, rigore ed economia dei mezzi producono qualità che potremmo definire classiche, in un’accezione razionale, asciutta eppure sorprendentemente libera. È una lezione che nasce da un pensiero ingegneristico maturo, capace di assumere la tecnica come conoscenza e non come repertorio di soluzioni automatiche. Oggi più che mai, tale pensiero deve intrecciarsi con un discorso umanistico, correggendo una visione riduttiva che affida a numeri e norme l’intero giudizio sul progetto. Le strategie ingegneristiche contemporanee consentono di ridurre spessori, affinare geometrie e usare materiali con precisione: il progetto diventa così un laboratorio in cui funzione e durata sono messe alla prova, e ogni scelta tecnica assume una dimensione etica, lasciando tracce nello spazio che abitiamo. Il lavoro di Toni «El Suizo» Rüttimann offre un esempio illuminante: i suoi ponti sospesi, costruiti con materiali di recupero e con il coinvolgimento diretto delle comunità locali, mostrano come costruzione e responsabilità possano coesistere. La qualità del costruito nasce dall’incontro tra ciò che serve, ciò che dura e ciò che può trasformarsi. Il «peso» della costruzione diventa quindi una lente per osservare la professione oggi, un invito a tenere insieme tecnica, spazio e responsabilità.