Tra due atti:
"abitare" e "vivere" la casa
Dalle riflessioni di Renato e Cini Boeri alla rilettura critica di Maria Shéhérazade Giudici, la casa torna luogo di libertà, relazione e sperimentazione. Oltre la “casa tipo”, l’abitare diventa campo di ricerca per ridefinire linguaggi, bisogni e immaginari del vivere contemporaneo.
Between two acts: "inhabiting" and "living" the house, english version at this link.
Nell’intervento L’uomo e la sua casa (marzo 1987) al seminario La Torre di Carl Gustav Jung, Renato Boeri riconosce come qualità essenziali per la costruzione della propria abitazione «il rispetto, nella sua struttura, dell’amore, della vita sessuale, della privacy individuale anche nel contesto familiare» e la possibilità di garantire «ad ognuno (...) il massimo di libertà compatibile con le libertà altrui, perché l’uomo è condannato a essere libero e occorre che la casa sia rifugio, non esilio, punto di partenza e non ostacolo all’azione». Al seminario interviene anche Cini Boeri, illustrando le ragioni del progetto di casa Bunker (1967), realizzato due anni dopo la fine del suo rapporto con Renato: «Vent’anni fa stavo tentando di ricostruire la mia vita con i tre figli, vita fondata su aiuto reciproco e rispetto. Ne risultò una casa a pianta centrale, una tenda appoggiata sugli scogli (…)»: costruita con materiali essenziali, accoglieva le asperità del terreno, custodendo desideri individuali, relazioni familiari e paesaggio.
Il Bunker scompaginava i crismi della casa borghese, mettendo in discussione la dimensione spaziale e formale dell’epoca e rifuggendo le definizioni funzionali degli ambienti in favore di una dimensione psicologica: la cucina come stanza «dell’impegno comune», il soggiorno del «dialogo creativo», poi quelle «dell’amore», «del sogno», «dell’igiene personale».
Osservazioni che riecheggiano, amplificate, nel saggio Counter-planning from the Kitchen (2018) di Maria Shéhérazade Giudici: l’autrice disseziona la tipologia abitativa, osservando come soggiorno, cucina e stanze separate siano espressione di un diagramma sociale stereotipato e propone strategie progettuali e teoriche per risignificare gli spazi domestici oltre i modelli ereditati.
La casa unifamiliare resta uno spazio di sperimentazione privilegiato, dove riconoscere desideri individuali e mutati bisogni di comfort e socialità. L’architettura può ancora dare senso a queste domande, ridefinendo il proprio vocabolario progettuale. Il paradosso è evidente: mentre il dibattito contemporaneo ne mette in crisi il modello economico e sociale, la disciplina trova ancora nell’abitazione un campo rilevante per indagare modi di vivere e percepire lo spazio. L’invito è orientare il discorso sulla «condizione domestica» e non sulla «casa tipo»: in questa cornice, centrale diventa la libertà espressiva nella composizione spaziale, nelle proporzioni degli ambienti e nelle relazioni – umane e fisiche – rese possibili dalla casa.
Gli esempi di questo numero mostrano «case con cui si abita e si vive», riflettendo sulla composizione spaziale come strumento per comprendere e trasformare il vivere contemporaneo. Rimane aperta una questione: tutto ciò deve davvero restare confinato alla sola sperimentazione individuale? Sarebbe un errore liquidare questi progetti come «lussi elitari»: la storia dell’innovazione dimostra che le intuizioni più radicali nascono spesso in contesti protetti, per poi diventare patrimonio progettuale condiviso, capace di influenzare anche l’abitare collettivo.