La cucina, specchio politico dell'abitare
Rileggendo la storia tipologica della cucina, Capucine Legrand mostra come le sue forme condensino scelte sociali, economiche, climatiche e ideologiche.
Punti chiave
- L'articolo smonta la contrapposizione riduttiva tra cucina aperta e chiusa, a favore di un conflitto più decisivo tra specializzazione e polivalenza.
- La cucina-laboratorio moderna ha razionalizzato il lavoro domestico, ma ha anche cristallizzato durature gerarchie sociali, spaziali e di genere.
- Il dibattito ginevrino sugli affitti rivela che una questione apparentemente contabile coinvolge in realtà una concezione politica dell'abitare e dei suoi usi.
Nel saggio «Specializzata o polivalente: la cucina in questione», Capucine Legrand, architetta e dottoranda al Domestic City Laboratory dell'EPFL, non tratta la cucina come un semplice elemento dell'alloggio, ma come un rivelatore dei rapporti tra architettura, economia domestica e potere. Partendo dal dibattito rilanciato a Ginevra nel gennaio 2025 sul calcolo degli affitti — per vano o per superficie — l'autrice mostra che lo statuto della cucina non è una questione normativa secondaria. Se a Ginevra essa conta come un vano a sé, questa scelta implica una precisa definizione dell'abitazione, delle sue qualità d'uso e di ciò che merita di essere riconosciuto nel valore locativo.
Il pregio del testo sta nello spostamento del punto di vista. Anziché opporre meccanicamente cucina aperta e cucina chiusa, Capucine Legrand individua una tensione più profonda tra cucina specializzata e cucina polivalente. Questo slittamento è decisivo, perché permette di rileggere in modo diverso la storia dell'abitazione moderna. Già negli anni Venti, attorno alla Wohnküche, si confrontano due visioni: quella di una cucina abitabile, fulcro della vita domestica, e quella di una cucina ridotta a funzione unica, pensata per inquadrare le pratiche popolari in nome dell'igiene, della morale e dell'efficienza. La cucina specializzata non appare dunque come un semplice progresso tecnico: è anche un dispositivo di normalizzazione. L'autrice mostra con acume che l'eredità della cucina-laboratorio moderna — illustrata in particolare da Christine Frederick, Lillian Gilbreth e Margarete Schütte-Lihotzky — rimane profondamente ambivalente. La specializzazione migliora certo l'efficienza dei gesti, ma isola chi cucina, rende invisibile il lavoro domestico e irrigidisce lo spazio secondo norme gerarchiche e di genere. Il testo ha il merito di non fermarsi a questa critica ormai consolidata: reiscrive questa storia in un contesto di scarsità energetica, aprendo la possibilità di ripensare la cucina come spazio climatico, capace di captare e redistribuire calore, e non solo come macchina equipaggiata di apparecchi energivori. La questione ecologica non sostituisce il dibattito tipologico: ne rivela piuttosto tutta la complessità.
La parte dedicata alla cucina polivalente è particolarmente stimolante. Attraverso numerosi esempi storici e contemporanei, l'articolo ricorda che la polivalenza non si riduce alla cucina aperta sul soggiorno. Fusione con sala da pranzo, bagno, loggia o Diele: queste configurazioni mostrano che l'ibridazione nasce spesso da esigenze di risparmio, compattezza e intensificazione degli usi. Ma è proprio qui che l'analisi si fa più critica: ciò che può arricchire l'abitabilità può ugualmente servire una logica di ottimizzazione commerciale. La polivalenza diventa allora un pharmakon — promessa di libertà d'uso, ma anche strumento discreto di compressione spaziale.
La forza dell'articolo risiede infine nella sua conclusione politica. Contestando il calcolo per superficie, l'autrice difende implicitamente una concezione relazionale dell'abitare, fondata sui vani, sugli usi e sulle possibilità di vita che essi rendono possibili. E invitando a cambiare scala, apre una pista essenziale: uscire dall'appartamento individuale per immaginare forme condivise di cucina, servizi e lavoro domestico. Sorretto da quattro anni di ricerca al Domestic City Laboratory dell'EPFL diretto da Sophie Delhay, e nutrito di numerosi riferimenti e casi studio, il testo invita a guardare la cucina non come un locale accessorio, ma come un fronte critico del progetto domestico contemporaneo.