Strut­tu­re a im­pat­to mi­su­ra­bi­le

Negli ultimi anni, la sostenibilità è diventata il cuore della progettazione strutturale: in Svizzera, materiali locali e rigenerativi, design circolare e manutenzione programmata trasformano le strutture in sistemi adattabili e duraturi. L’ingegneria non costruisce solo stabilità, ma valore ambientale, sociale e culturale, rendendo la struttura strumento di resilienza e gestione responsabile del territorio.

   
Data di pubblicazione
05-02-2026
Claudio Martani
Chair of Circular Engineering for Architecture (CEA), Institute of Construction & Infrastructure Management (IBI), ETHZ

English version at this link

Negli ultimi anni, la sostenibilità ha smesso di essere un tema accessorio dell’architettura per diventare una questione centrale dell’ingegneria strutturale. La progressiva decarbonizzazione del settore delle costruzioni, la scarsità di risorse primarie e la necessità di estendere la vita utile delle infrastrutture esistenti hanno portato a un cambiamento ­sostanziale del quadro tecnico e culturale. In Svizzera, questo processo si manifesta in modo particolarmente evidente: la tradizione di rigore costruttivo e la qualità del patrimonio infrastrutturale offrono un terreno fertile per sperimentare nuovi modelli di sostenibilità, in cui la struttura è concepita come un sistema tecnico, ambientale e sociale integrato.

La ricerca più recente mostra come la sostenibilità strutturale non possa più essere ridotta a un esercizio di efficienza o a una valutazione energetica post-progetto. Essa rappresenta oggi un vero e proprio paradigma operativo, fondato su un pensiero sistemico e interdisciplinare. La logica del life cycle thinking entra stabilmente nel processo ingegneristico, ridefinendo i concetti di durabilità, adattabilità e reversibilità. Le strutture non sono più concepite come entità statiche destinate a rimanere invariate, ma come organismi tecnici capaci di evolvere, trasformarsi e integrarsi nel tempo con il loro contesto.

Questo passaggio si fonda su tre direttrici di ricerca e applicazione che emergono con forza dal dibattito tecnico contemporaneo. La prima riguarda il rapporto tra materia e territorio. L’attenzione crescente alle risorse locali e ai ­materiali rigenerativi, dalla pietra naturale ai composti a base biogena, dai calcestruzzi con leganti alternativi ai componenti riutilizzati, mostra come la scelta del materiale strutturale sia anche una scelta territoriale ed economica. La sostenibilità non dipende solo dall’impatto ambientale diretto, ma dalla coerenza con le filiere, le tecniche e le culture costruttive locali. Progetti sperimentali condotti in ambito accademico e professionale in Svizzera hanno dimostrato la validità di un approccio bioregionale alla progettazione strutturale, in cui la conoscenza dei cicli di materia e delle economie di scala diventa parte integrante del calcolo e del dimensionamento.

La seconda direttrice riguarda la circolarità. L’applicazione dei principi di design for disassembly e adaptive reuse consente oggi di concepire le strutture come sistemi reversibili (design for reuse), predisposti a modifiche d’uso e a smontaggi selettivi, di proporre nuove soluzioni progettuali utilizzando materiali derivanti da cicli precedenti (design from reuse) e di progettare per la longevità considerando le incertezze di lungo termine (future-ready design).

In Svizzera, numerose sperimentazioni in ambito accademico e industriale hanno mostrato come la progettazione di nodi meccanici, connessioni a secco e moduli ripetibili permetta di ridurre in modo significativo il consumo di risorse nel lungo periodo, mantenendo invariati i livelli di sicurezza strutturale. Le linee guida europee EN 15978 e le raccomandazioni SIA si inseriscono in questa direzione, fornendo un quadro metodologico che integra le valutazioni ambientali con le verifiche strutturali e con la gestione del ciclo di vita dell’opera. Numerose sono anche le sperimentazioni di digital manufacturing, robotic disassembly e AI-assisted design che mostrano come sia possibile fare leva sulle trasformazioni tecnologiche in corso per facilitare l’utilizzo di materiali di riuso nelle nuove costruzioni e la progetta­zione di strutture flessibili, resilienti e responsive, in grado 
di massimizzare il beneficio netto tra il rischio sulle prestazioni e i costi (economici, sociali e ambientali) di gestione nel lungo periodo. Questi approcci sono promossi attraverso lo sviluppo di adeguate stime probabilistiche, utili a valutare il bilanciamento ottimale dei benefici netti tra diverse soluzioni progettuali e gestionali (real-option analysis).

La terza direttrice è di ordine infrastrutturale e gestionale. Ponti, gallerie, dighe, viadotti e opere idrauliche costituiscono la parte più consistente dell’impronta materiale del costruito. Intervenire su queste strutture esistenti significa affrontare la sostenibilità nel suo livello più profondo: quello della gestione delle risorse già incorporate. Le più recenti strategie di manutenzione programmata e di asset management in Svizzera, promosse anche a livello federale, introducono criteri di valutazione basati sul rischio, sulla durabilità e sulla compatibilità ambientale.
In alcuni casi, gli interventi di rinforzo e di riuso parziale di strutture esistenti hanno dimostrato una riduzione fino al 70 % delle emissioni complessive rispetto alla ricostruzione ex novo. Questi risultati non derivano da soluzioni sperimentali isolate, ma da un cambio sistemico di approccio: il progetto strutturale è oggi concepito come un processo continuo di adattamento, monitoraggio e manutenzione.

Accanto alla dimensione tecnico-scientifica, la sostenibilità strutturale pone anche questioni di natura culturale e formativa. La complessità del costruito contemporaneo richiede figure professionali capaci di gestire simultaneamente dati ambientali, vincoli normativi, requisiti funzionali e dinamiche sociali. La formazione dell’ingegnere deve quindi integrare conoscenze ambientali e territoriali, al
pari della meccanica e della tecnologia dei materiali.
Le esperienze didattiche più avanzate, sviluppate nelle scuole di architettura e ingegneria svizzere, mostrano una tendenza a sostituire l’approccio lineare del «progetto finito» con un approccio ciclico, in cui il progetto diventa un processo di apprendimento continuo. L’obiettivo non è più formare specialisti della resistenza, ma interpreti della complessità ambientale e tecnica.

In questo scenario, la sostenibilità strutturale non si limita a introdurre nuovi materiali o a ridurre emissioni: ridefinisce il significato stesso del costruire. La stabilità, che per secoli è stata il principio guida della disciplina, è ora accompagnata da concetti di adattabilità, reversibilità e trasparenza ambientale. La durabilità non è più legata solo alla capacità di resistere al tempo, ma alla possibilità di attraversarlo con minimo spreco di materia e massimo valore d’uso.
Le strutture diventano dispositivi dinamici, progettati per reagire alle variazioni del contesto climatico e sociale. Le nuove tecnologie di monitoraggio, sensorizzazione e digital twin consentono una conoscenza in tempo reale dello stato strutturale, aprendo la strada a modelli predittivi di manutenzione e a decisioni di intervento basate su dati oggettivi.

Tuttavia, non si tratta soltanto di una questione di strumenti. È, più in profondità, una questione che riguarda il modo in cui la disciplina costruisce, interpreta e legittima i propri criteri di conoscenza. Se la sostenibilità architetto­nica si misura nella qualità dell’abitare, quella ingegneristica si misura nella capacità di mantenere e rigenerare il territorio. Ogni struttura, un ponte, una galleria, una passerella, una diga, rappresenta un atto di fiducia collettiva: garantisce connessione, sicurezza e continuità. La sua sostenibilità si manifesta nel grado di equilibrio che riesce a stabilire tra efficienza tecnica e impatto ambientale, tra durata e reversibilità, tra costo materiale e valore pubblico.

Il futuro della disciplina si definirà nella capacità di rendere questa complessità misurabile. Gli strumenti normativi e i modelli di valutazione ambientale, come l’LCA strutturale, permettono già oggi di quantificare in modo oggettivo le prestazioni di sostenibilità. Ma la vera sfida è culturale: integrare questi criteri nel processo decisionale, affinché la sostenibilità non sia un obiettivo a valle, bensì un principio di progetto.

La ricerca in corso in Svizzera, che unisce accademia, enti pubblici e pratica professionale, mostra che questa trasformazione è già in atto. Si tratta di una transizione non solo tecnologica, ma cognitiva: un cambiamento del modo stesso di concepire la struttura come componente di un eco­sistema tecnico e ambientale più ampio.

La sostenibilità strutturale, intesa in questo senso, non è un’estensione della sostenibilità architettonica, ma la sua base materiale e metodologica. Essa unisce rigore analitico e consapevolezza territoriale, dati e interpretazione, tecnica e cultura.

Costruire oggi non significa soltanto rispondere a un bisogno funzionale o normativo, ma contribuire attivamente alla qualità ambientale e sociale del territorio. In questa prospettiva, l’ingegneria strutturale non perde la sua identità scientifica; al contrario, la rafforza, riaffermando il proprio ruolo centrale nel costruire un futuro sostenibile per il costruito e per le infrastrutture del Paese.