Quando le in­fras­trut­ture fanno il pae­sag­gio

A partire dall'Ottocento, con lo sviluppo delle industrie, sono nati dei nuovi paesaggi: paesaggi segnati dalle infrastrutture tecniche. Quale relazione intrattengono tali costruzioni con i paesaggi? Come modificano i sistemi di relazione spaziali? In che modo partecipano ai processi di territorializzazione?

Date de publication
03-03-2021

Premessa: nascita e crisi di un codice dello spazio

Strutture industriali e logistiche, canali, fari, antenne della telecomunicazione, manufatti dedicati alla produzione dell’energia, tralicci per il trasporto dell’elettricità, linee ferroviarie ad alta velocità, sistemi di ventilazione, ponti sospesi e passerelle sono componenti del nostro paesaggio quotidiano. Ed è forse utile non dimenticarli nel parlare del contesto dentro il quale si svolge la nostra esistenza che, in effetti, non è solo costituito da paesaggi dotati di un consolidato valore estetico, come le campagne pittoresche o sublimi, o ancora i giardini storici. D’altra parte, anche il secondo articolo della Convenzione Europea del Paesaggio ci ricorda che quest’ultimo deve essere declinato al quotidiano, cosa che ha portato un gran numero di luoghi connotati da oggetti necessari al funzionamento dei nostri sistemi socio-territoriali ad acquisire un nuovo statuto. Occorre sottolineare che questi oggetti e queste strutture pongono al cultore delle discipline del paesaggio stimolanti problemi interpretativi. Come tematizzare la questione?

Il paesaggio, quando nasce, non dimentica la realtà naturale e geografica. Nel Cinquecento, dice Piero Camporesi, «non esisteva il paesaggio, nel senso moderno del termine, ma il ‘paese’, qualcosa di simile a quello che per noi è oggi il territorio o, per i francesi, l’environnement, luogo o spazio considerato sotto il profilo delle sue caratteristiche fisico-ambientali, alla luce dell’insediamento antropico e delle sue risorse economiche. Tangibile quasi nella sua concretezza, apparteneva alla sfera estetica in modo del tutto secondario».1 Per lo stesso autore, la molteplicità di interessi di scultori, pittori, architetti, ingegneri di fortezze, esperti di miniere e di macchine, fa supporre una convergenza fra operosità e visualizzazione della realtà: «Il loro modo di guardare la natura e di leggere il paesaggio costituiva un patrimonio comune a tutto un ambiente culturale dove l’occhio del pittore, dell’architetto, dello scultore aveva del reale la stessa percezione paesaggistica di un curioso filosofo della natura, d’un cercatore di metalli o d’un tecnico minerario».2

A poco a poco si è andata costituendo una visione comune. La storia dello spazio, dice a sua volta Salvatore Settis, «è la storia del costituirsi di codici di produzione e di lettura dello spazio (…)».3 Così, nel corso dello sviluppo delle società moderne – e in modo particolare nel corso del Rinascimento –, nel continente europeo si è formato un «codice dello spazio» che ha orientato la produzione territoriale collettiva e la capacità individuale di leggere il territorio, anche in modo inconsapevole: «I filari di cipressi che collegano i poderi alla casa padronale o alla villa (in Toscana e non solo), il campanile della chiesa che assume (non solo a Modena) un denso significato civico e perciò deve vedersi da lontano, l’immagine della città nobile e serena che (come un tempo Messina, come ancora a Venezia) deve imporsi allo sguardo di chi arriva dal mare: sono pochi esempi, scelti a caso, di un ‘codice dello spazio’ comune all’Italia e all’Europa che ha resistito intatto fino al primo Novecento».4 Fu, questo, un canone condiviso dal contadino e dal principe, dall’impresario o dal notaio, dal cavaliere e dal prete di campagna. Ma poi le trasformazioni sono state molto rapide e questo codice ha perso una buona parte della sua forza. La comprensione dei paesaggi è diventata più difficile e più complessa. È proprio quando un’industria in pieno sviluppo ha iniziato a lasciare i suoi pesanti segni sul territorio, e si è iniziato a comprendere la fragilità degli equilibri prodotti precedentemente, che la tematica paesaggistica ha trovato il suo posto all’interno delle preoccupazioni delle società moderne.

Inizialmente, le valutazioni negative sui nuovi paesaggi che si andavano affermando hanno avuto il sopravvento sulle considerazioni positive. Certamente la velocità e la brutalità della trasformazione contribuisce a spiegare questa posizione. A parte qualche corrente artistica anticipatrice dei primi del Novecento – ad esempio il futurismo –, pochi si sono entusiasmati per i paesaggi industriali, preferendo valorizzare i paesaggi rurali e tradizionali. Così, nella fase delle prime grandi trasformazioni della rivoluzione industriale inglese, davanti all’esplosione delle cittadine carbonifere (le Coketown così ben descritte da Charles Dickens), venivano particolarmente valorizzati i dolci e bucolici paesaggi della parte meridionale del paese.

Ora siamo messi a confronto con una realtà molto articolata in cui infrastrutture di diverso genere hanno acquisito un posto preponderante e configurato il territorio: una diversità che non fa che riflettere la condizione ordinaria del mondo che ci circonda. Si aprono allora alcuni interrogativi. Quale relazione queste infrastrutture intrattengono con i paesaggi? Come modificano i sistemi di relazione spaziali? In che modo partecipano ai processi di territorializzazione?

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Note

  1. Piero Camporesi, Le belle contrade. Nascita del paesaggio italiano, Garzanti, Milano 1992, p. 9.
  2. Ibidem, p. 24.
  3. Salvatore Settis, Paesaggio Costituzione cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile, Einaudi, Torino 2010, p. 55.
  4. Ibidem, pp. 52-53.
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