At­tua­li­tà e fu­tu­ro degli stan­dard

Una conversazione con Muck Petzet

Publikationsdatum
18-02-2026
Andrea Roscetti
Ingegnere, fisico della costruzione, redattore espazium quaderni

English version at this link

Le certificazioni di sostenibilità hanno contribuito a ridefinire la pratica edilizia contemporanea, ma oggi cominciano a mostrare i propri limiti. In questa intervista curata da Andrea Roscetti, Muck Petzet riconosce il ruolo internazionale dello standard SNBS, mettendone però in discussione la modalità di applicazione diretta agli edifici esistenti. L’attenzione si sposta dall’efficienza tecnica alla relazione tra intervento, emissioni e tempo: ridurre prima di ristrutturare, accogliere ciò che esiste anziché forzarlo, misurare le emissioni quando contano davvero. L’intervento offre una riflessione lucida sulle lacune ancora presenti nel modo in cui il patrimonio edilizio europeo viene oggi affrontato.


Andrea Roscetti: Come si colloca oggi lo SNBS nel contesto internazionale?

Muck Petzet: Per chiarirlo fin da subito: penso che il sistema SNBS sia probabilmente la migliore certificazione di «sostenibilità» oggi disponibile sul mercato. Come tutti i sistemi, fornisce una checklist utile per progettisti e committenti – un elenco di temi da considerare e punti da affrontare. SNBS è olistico, includendo fattori sociali ed economici. È anche uno dei sistemi più accessibili, permettendo di rispondere a molte delle domande con relativa facilità. Utilizza metodi di calcolo consolidati e dati presenti nelle normative tecniche SIA. D’altro canto, come tutti i sistemi di certificazione consolidati, SNBS è anche piuttosto limitato nel suo campo di applicazione alle qualità «calcolabili» – e i risultati ne risentono: i sistemi, infatti, tendono a favorire e supportare soluzioni tecniche ed efficienza, trascurando tutto ciò che riguarda ambiti «intangibili», come la sufficienza o quella che definisco «l’efficacia in architettura». Questo emerge chiaramente quando si tratta di edifici esistenti. Dovremmo cercare di ottenere il migliore risultato per economia e società con il minore impatto ecologico possibile. Questa equazione, presa seriamente, porta a una strategia di intervento minimale, che si riflette nella nostra gerarchia di strategie Reduce/Reuse/Recycle. Negli edifici esistenti, evitare l’inutile deve venire prima di tutto. Dobbiamo accettare radicalmente le condizioni esistenti e sfruttare tutte le risorse disponibili.
Applicando lo standard SNBS pensato per i nuovi ­edifici anche alle trasformazioni, lo forziamo a seguire gli sfortunati esempi di altri standard internazionali o legislazioni energetiche. Fissare standard e aspettative troppo elevati, trascurando la logica necessaria per affrontare l’architettura esistente, conduce a misure poco accorte e, alla fine, anche a costi significativamente superiori se comparati a quelli delle nuove costruzioni.
Recentemente SNBS ha introdotto un nuovo standard per la gestione del patrimonio edilizio, un buon punto di partenza per conoscere e misurare i potenziali esistenti. Questo punto di partenza dovrebbe servire a stabilire un nuovo standard per affrontare il patrimonio in modo sensibile e razionale.

Seguendo i metodi di calcolo consolidati della SIA, lo SNBS segue anche in modo acritico una serie di assunzioni scientifiche consolidate che, a mio avviso ed esperienza, sono discutibili. Ad esempio, le ipotesi sulla vita utile standard degli edifici e dei loro componenti. Questo porta – combinato con il metodo di calcolo dell’energia grigia/m² all’anno – ad assunzioni e conseguenze errate. L’energia incorporata e le emissioni non dovrebbero essere «ammortizzate» durante una vita teorica di 60 o 80 anni. Le emissioni restano nell’atmosfera per diversi secoli. Dobbiamo comprendere che ogni Paese, secondo l’Accordo di Parigi, dispone di un budget definito di emissioni di CO2 da utilizzare fino al 2050. Questo budget dovrebbe essere usato saggiamente per nuovi edifici necessari, come abitazioni aggiuntive, ma viene costantemente eroso da interventi inutili o persino demolizioni e sostituzioni. Non tenendo in considerazione le emissioni incorporate in oltre 60-80 anni, trascuriamo anche il fatto che in soli 25 anni la nostra società ed economia dovrebbero diventare CO2 neutrali. Dobbiamo rendere operativi con energie rinnovabili gli edifici esistenti – l’impatto delle emissioni grigie delle misure adottate deve ammortizzarsi molto rapidamente. In questa prospettiva, solo le misure più efficaci hanno senso e i progetti di sostituzione edilizia devono essere valutati con grande criticità. Invece di fissare standard spesso irrealisticamente elevati, dovremmo controllare ciò che viene effettivamente emesso e quando. A mio avviso, la legislazione energetica dovrebbe essere sostituita da un sistema di controllo dei budget di CO2. Sarebbe piuttosto semplice calcolare budget specifici per i diversi settori. Per stimare l’impatto degli interventi previsti, potremmo utilizzare i metodi di calcolo consolidati di SNBS o SIA, da sviluppare ulteriormente per includere gli effetti tipici di ristrutturazioni o trasformazioni – considerando sempre gli effetti combinati della produzione e gestione degli edifici. Con lo SNBS, molto è stato raggiunto nel campo dei nuovi edifici, ma rimane ancora molto da fare sul patrimonio edilizio esistente.

AR: Quanto può contribuire un sistema di certificazione a «migliorare» l’architettura o l’approccio ad essa? Cosa manca ancora e come potrebbe essere incluso nella pratica?

MP: Credo che i sistemi di certificazione, se presi con minor rigidità, possano rappresentare un’opportunità per stabilire metodi e visioni diversi dalle misure legali, che reagiscono molto lentamente. Potremmo fornire strumenti molto semplici che ci aiutino a capire in quale direzione muoverci, invece di descrivere ogni dettaglio di questo percorso. Attualmente stiamo sviluppando uno strumento per comprendere gli impatti e confrontare scenari diversi sugli edifici esistenti. Uno strumento così semplice potrebbe essere una buona introduzione ai temi rilevanti della sostenibilità in edilizia. I sistemi grandi e complessi finora hanno avuto la tendenza a imporsi come strategia di marketing per progetti su larga scala – abbiamo bisogno di modelli più semplici e accessibili.

AR: Alla luce della situazione attuale, è sufficiente la sola certificazione di un edificio?

MP: Decisamente no! Le certificazioni possono aiutare a orientarsi nel complesso campo della sostenibilità, ma alla fine, dopo aver spuntato tutte le caselle, il risultato potrebbe non essere affatto un buon edificio o una buona trasformazione. Al momento, i sistemi di certificazione disponibili o gli standard sono molto guidati da una mentalità ingegneristica, facendo il possibile dal punto di vista tecnologico e seguendo percorsi calcolabili. Sappiamo che questi calcoli sono spesso fuorvianti – sovrastimano il consumo energetico negli edifici esistenti e trascurano gli utenti e il loro comportamento, in calcoli ottimistici di involucri e sistemi efficienti. Dobbiamo sperimentare e esplorare strade al di là dei modelli di certificazione e degli standard, nel mondo reale con edifici reali. Un percorso molto valido e riuscito è la ricerca pratica «building simply» di Florian Nagler e Transsolar. Alla fine, dobbiamo imparare da queste strategie «non certificate» ma chiaramente corrette come semplificare e creare edifici realmente resilienti.

AR: L’approccio alla costruzione è cambiato grazie ai sistemi di certificazione? Quali attori sono più sensibili e perché?

MP: In generale, il nostro approccio alla costruzione è cambiato radicalmente negli ultimi dieci anni. Nel 2015, quando iniziai a insegnare progettazione sostenibile all’Accademia di architettura di Mendrisio, le condizioni e l’intero dibattito erano diversi. Dieci anni fa la scelta dei materiali era questione di gusto – oggi siamo molto consapevoli delle conseguenze di queste scelte. Il riuso è diventato la norma e i nuovi edifici un’eccezione (esagero, ma è una tendenza chiara). I sistemi di certificazione come Minergie, SNBS o DGNB hanno avuto un ruolo pionieristico in questo processo di consapevolezza, seguiti dalle iniziative legislative. ­Tuttavia, non siamo ancora sulla giusta strada e ci muoviamo troppo lentamente. Ci confrontiamo con un’industria monolitica e interessi economici potenti che cercano di ­distoglierci dai giusti obiettivi e di rallentare i progressi.

AR: La prima R (Reduce, nel concetto RRR) è ancora indietro?

MP: Quando nel 2012 introdussi il sistema delle 3R nel discorso architettonico (al Padiglione tedesco della Biennale di Venezia), non ero sicuro se avesse senso. Nel frattempo mi sono convinto che – almeno riguardo al patrimonio edilizio – esista qualcosa come un «giusto» o «sbagliato» oggettivo. È chiaro che la prima R – Reduce – custodisce il segreto per un futuro sostenibile. Se riduciamo conseguentemente tutti gli interventi e i progetti superflui, potremmo avere un sistema economico molto diverso (orientato alla qualità invece che alla quantità), in un mondo migliore e più sostenibile. Parlo da una prospettiva dell’Europa centrale, dove abbiamo già tutto – e più del necessario. Il patrimonio edilizio è spesso trattato come rifiuto, quindi dovremmo applicare il sistema RRR in tutte le sue conseguenze: evitare interventi e sostituzioni, riutilizzare il più a lungo possibile – mantenere, riparare e aggiornare costantemente l’esistente. Dalle 3R apprendiamo anche che l’entusiasmo per la costruzione circolare è spesso fuorviante e centrato sul riciclo, che dovrebbe essere solo una soluzione di ultima istanza. Guardando agli edifici come banche di materiali, introduciamo metodi e procedure da logica del prodotto di consumo che chiaramente non hanno senso in un prodotto immobile e trans­generazionale come l’architettura.

AR: Sapresti indicarci nuovi approcci e iniziative?

MP: Di recente stiamo assistendo a una sorta di risveglio, con iniziative che promuovono un cambiamento nel modo in cui affrontiamo il patrimonio edilizio esistente. Penso, ad esempio, a «House Europe» – un’iniziativa dei cittadini europei per modificare le condizioni legali sulle demolizioni e la speculazione del patrimonio abitativo. In Germania, il «Abriss­moratorium» ha avuto un buon successo nel generare con­sapevolezza, e con Architects4Future o il «Bündnis für Bestand» in Germania o Countdown 2030 in Svizzera, sempre più associazioni e gruppi sono attivi in questo campo. Ci sono interessanti iniziative politiche e legali, come a Bruxelles, per rendere le demolizioni estremamente difficili, e quadri giuridici per limitare la quantità di CO2/m² per i nuovi edifici in Francia e Paesi Bassi. Recentemente c’è stata una buona iniziativa di ricerca da parte di professori del settore della costruzione in Germania che propone un reset nella legislazione energetica e nella pratica edilizia: il «Praxis­-
pfad CO₂-Reduktion im Gebäudesektor». Lo spostamento di focus va dall’innalzamento degli standard di efficienza verso la neutralità climatica dell’approvvigionamento termico e le pompe di calore come tecnologia chiave. Gli autori propongono ristrutturazioni moderate invece di ottimizzazioni eccessive: modernizzare gli edifici in maniera mirata e basata sui bisogni invece di costose ristrutturazioni complete, e un chiaro percorso di riduzione delle emissioni socialmente accettabile e compatibile con il clima. Spero che si possano rapidamente apprendere e adattare queste iniziative per formare nuovi quadri normativi – e migliorare costantemente anche i nostri sistemi di certificazione.