Costruire una chiesa, oggi
Nell’ottavo appuntamento di Fondamenta, riviviamo l’intervento di Rino Tami del 9 marzo 1986 nella Cattedrale di San Lorenzo: una riflessione lucida e ancora attuale sul senso del tempio oggi, tra crisi del sacro, derive funzionaliste e responsabilità dell’architetto.
Costruire una chiesa, oggi: questo è il tema su cui farò alcune considerazioni, nella tenue speranza di non deludere né voi né i volonterosi promotori di questi vesperali. Un tema, questo, che da qualche tempo è motivo di discussioni e di opposte opinioni anche fra il clero. Ciò non ci deve sorprendere: noi viviamo tempi inquieti (e per certi aspetti anche inquietanti), tempi lace rati da contestazioni, dubbi e crisi di valori: anche la chiesa cattolica non sfugge a questo destino e, fra i dubbi e le contestazioni che vi serpeggiano, uno di questi concerne e coinvolge in modo particolare gli architetti e dunque anche chi vi parla: esso si può esprimere con il seguente interrogativo: si giustifica ancora oggi la costruzione di una chiesa conformemente ai canoni della tradizione?
Qualcuno dice di no, adducendo motivi che non posso elencare per non abusare del tempo a disposizione. Mi spiegherò con un esempio: in occasione del concorso per la Chiesa del Cristo risorto a Lugano, fra i progetti presentati, due erano emblematici in proposito. Il primo (che aveva per motto "una chiesa perché?") proponeva un tempio sotterraneo, sovrastato da un edificio di sette piani adibiti ad appartamenti economici. Il secondo progetto si richiamava in modo evidente e coerentemente ad una concezione di recente in voga: proponeva uno spazio multiuso, un contenitore atto a ricevere molteplici manifestazioni di ordine sociale oltre a quella propriamente sacrale: riunioni comunitarie, spettacoli musicali e teatrali, esercitazioni sportive, esercizi ginnici per la terza etá o incontri di svago e cosi via: dove fosse possibile, dunque, a titolo di esempio, premere un bottone per far scomparire l'altare e sostituirlo con un banco bar attrezzato.
Non intendo qui, ora, mettere in discussione gli aspetti prettamente funzionali ed architettonici di questi due progetti, vorrei invece sottolineare questo fatto: ambedue, implicitamente sposavano la tesi (e la relazione annessa ad uno di essi esplicitamente la sosteneva) che una chiesa tradizionale, nel senso stretto della parola, più non si giustifica al giorno d'oggi e che l'impegno tecnico e finanziario che implica questa costruzione debba, ora, essere rivolto a opere di effettiva utilità sociale.
Si ripropone, dunque, l'interrogativo iniziale: per rispondere al quale ritengo sia necessario innanzitutto definire dapprima chiaramente l'oggetto in questione: la chiesa, appunto, e con essa la moschea, la sinagoga, il tempio insomma, come esso è stato concepito sino a tutt'oggi, nei corsi dei secoli e a tutte le latitudini: l'esperienza insegna che chiarire bene i termini di un problema giova spesso a risolverlo. La definizione più semplice e pertinente mi sembra questa: il tempio é, né più né meno ed essenzialmente, l'espressione architettonica del Sacro. E questa definizione ci aiuta a chiarire una prima cosa: la sostanziale differenza fra il tempio e la sala multiuso di cui si è detto prima: il tempio è e vuol essere espressione architettonica del «Sacro», la sala multiuso non è e non vuol essere espressione architettonica del «Sacro». Queste precisazioni possono parere, a qualcuno, delle verità lapalissiane, hanno comunque il pregio della chiarezza: che non è mai un male, infine: oggi ci tocca di leggere testi di critica d'arte tanto profondamente oscuri da risultare per finire incomprensibili e perció profondamente inutili.
Ciò premesso, occorre ancora dire che un'opera di architettura e dunque anche il tempio, come afferma l'eminente sociologo e urbanista Lewis Mumford, è nel contempo simbolo e strumento. Nel caso del Tempio, simbolo del Sacro, del Trascendente, e strumento per un atto di culto comunitario conforme ad un rituale specifico. Di questi due aspetti il primo (il simbolo) è per sua natura fisso e immutabile; il secondo (lo strumento) si differenzia e si caratterizza in relazione alla religione cui il tempio è destinato e può subire modifiche conformemente al lento evolversi e mutare del rituale stesso.
Giunti a questo punto, si può conseguentemente riproporre, riformulare e sintetizzare il quesito iniziale in questa forma: l'aspetto prettamente simbolico (espressione architettonica del Sacro) è ancora oggi sufficiente a giustificare il tempio stesso? Questo è il nocciolo della questione. Per rispondere al quesito, è necessario innanzitutto richiamare un fatto fondamentale. riconosciuto da tutti gli studiosi: l'arte affonda le sue radici nel Sacro: questo è l'humus primigenio dal quale sono emerse le prime e più re mote manifestazioni artistiche.
Cito testualmente in proposito Régine Pernoud, storica e scrittrice eminente: «... questo legame fra l'arte e il «Sacro è insito nelle fibre stesse dell'uomo in tutte le civiltà; gli specialisti della preistoria ci confermano questo fatto e ciò dall'apparizione dell'arte delle caverne. Tutte le razze, sotto tutti i climi, hanno volta per volta attestato questa intima comunione, questa tendenza inerente all'uomo che lo porta ad esprimere il Sacro, il Trascendente, in questo secondo linguaggio che è l'arte, sotto tutte le forme».
Questa categorica ed autorevole affermazione non lascia dubbi in proposito, e ad essa oso aggiungere la seguente considerazione: fintanto che l'uomo primitivo si limita a reagire agli stimoli della sopravvivenza e a quelli della conservazione della specie, esso non si distingue per nulla da ogni altra forma animale: questo bipede implume, come qualcuno lo ha definito, rivela la sua specificità e dignità di uomo nel momento in cui raddrizza, con sforzi immani, una pietra per farne un simbolo sacrale (i dolmen, i menhir e via dicendo) compiendo cosi un atto che, nota te bene, non ha nessuna giustificazione pratica orazionale, un atto dunque, sotto questo aspetto, totalmente gratuito. In relazione a tali premesse, è lecito a questo punto porsi la do manda: è mai possibile che questo gesto grazie al quale l'uomo si è affermato come tale ai primordi della sua storia e che, sottolineo, si è ripe tuto immutato attraverso tutti i secoli e a tutte le latitudini, abbia perduto ora, improvvisamente, senso e significato? lo oso, qui, formulare una prima risposta: fintanto che vi saranno uomini i quali cercano di dare, attraverso la fede in Dio, un senso all'universo e al proprio destino, avrà senso anche qualsiasi espressione artisti ca volta a manifestare il Sacro».
Abbiamo detto che la Chiesa é, nel contempo, simbolo e strumento: il primo è vivo finché vive il senso del Divino, il secondo muta col mutare del rituale e muore nel momento in cui si estingue la credenza nel Dio per il quale il tempio è stato eretto. Questo ci permette di dare la seconda risposta: contestare il tempio, inteso come espressione architettonica del Sacто», può dunque essere interpretato, mi sembra, come un inquietante segno dal punto di vista religioso.
Terza considerazione: giustificare il Sacro attraverso il sociale significa, mi sembra, voler stabilire un'obbligata correlazione fra due entità che si situano su piani diversi e con finalità di verse: il che è, per lo meno, discutibile; comunque, non lasciamoci sedurre senza discernimento dal suono delle belle parole: in nome del sociale e delle sue derivazioni sono stati fatti molti errori, e quel che è peggio, commessi degli orrendi crimini, come insegna la storia recente. E infine: proprio qui ora, noi possiamo constatare che una chiesa tradizionale, una chiesa tempio, può prestarsi per altre manifestazioni comunitarie, concerti, conferenze, dibattiti, esposizioni, lezioni e via dicendo, purché conformi alla dignità del luogo. Perché dunque, mi chiedo, decretare la morte del tempio e con essa questa tendenza innata e inerente all'uomo che lo porta ad esprimere il Sacro, il Tra-scendente, in questo secondo linguaggio che è l'arte come afferma Régine Pernoud? Cambia no, è evidente, i modi e i criteri con cui si attua il tempio: non è il momento delle grandi cattedrali e non è più nemmeno quello del trionfalismo barocco posttridentino; se cambiano i modi e i criteri non muta l'essenza stessa ossia la finalità
simbolica del tempio! Dopo queste considerazioni in difesa del gesto gratuito qual è l'edificazione del tempio, per-mettetemi ancora una citazione: «la verità degli Dei è in proporzione alla solida bellezza dei templi a loro dedicati».
Questo aforisma di Renan sarà, temo, conte-stato dai teologi: ma esso serve all'architetto per affermare e sottolineare l'imperativo categorico di edificare chiese artisticamente vere per il Dio vero e per condannare implicitamente. tutti i falsi gotici, i falsi romanici e anche i falsi moderni: insomma per deplorare le molte chiese laide costruite in questi ultimi decenni e di cui sono parimente responsabili, occorre dire, sia i relativi committenti sia i relativi architetti e serve anche per denunciare le mortificazioni inflitte da parroci altrettanto zelanti quanto sprovvisti di senso estetico alle chiese loro affidate, come avviene purtroppo talvolta ed ancora oggi in una Chiesa di Lugano.
Nessuno può contestare che un tempio splendente in bellezza ed un autentico rituale che si avvale di altre discipline artistiche (pittura, scultura e in particolare musica) conforta e rianima la fede del credente; mentre la chiesa artistica-mente morta sembra confermare la tesi di quanti vanno annunciando la morte di Dio. Inoltre, e questo è altrettanto importante, un tempio artisticamente valido testimonia la presenza viva e reale della Chiesa nella cultura contemporanea. Notiamo in proposito: l'incomparabile presti gio, l'autorità e la preminenza della Chiesa medioevale, con i capolavori d'arte de essa pro mossi, erano dovuti anche al fatto innegabile che essa era in effetti pressoché l'esclusiva cu stode e promotrice del sapere, della cultura e dell'arte di quei tempi, che una miope storiografia ha definito secoli bui.
Concludo queste brevi e sommarie considerazioni con un pensiero che, come l'elogio dell'at to gratuito, può parere sorprendente in quanto espresso da un architetto di estrazione raziona lista qual è chi vi parla: notiamo innanzitutto che le più antiche opere di architettura giunte sino a noi sono tutte, o quasi, di natura sacrale Come si spiega questo fatto? Ogni edificazione si giustifica e vive sino a quanto essa risponde adeguatamente agli scopi e alle funzioni per i quali è stata costruita: quando questi vengono a mancare e, dunque, l'edificio non risponde più ad una reale necessità, presto o tardi l'edificio à irrimediabilmente destinato a scomparire: nan c'è via di scampo. Si spiega cosi la scomparsa pressoché totale delle più antiche costruzioni con l'estinguersi della relativa funzione; ma per converso si spiega anche il fatto che qualche tempio fra i più antichi sia giunto sino a noi: proprio perché in quanto simbolo del «Sacro» е conseguentemente non legato ad una precisa e pratica funzione, dunque non deperibile con essa, il tempio è sfuggito alla distruzione, e talvolta, il morto tempio pagano è risorto come Chiesa cristiana. Noi dobbiamo quindi, a questo atto gratuito qual è il tempio, una delle cause del permanere sino ad oggi di molte preziose e più remote testimonianze di arte e di cultura: un'immensa fortuna, un inestimabile tesoro, come ognuno dovrà convenire. Un'ultimissima osservazione. Nell'ambito del sociale parecchie specie animali, come ad esempio le api e le formiche, hanno trovato soluzioni che paiono perfette e che sembrano in-segnare qualcosa all'uomo. Ma l'uomo si rivela come essere pensante e creativo, ripeto per finire, proprio grazie a questo gesto gratuito qua le è l'arte e dunque anche il tempio come opera d'arte: la Domus Dei: un compito, per ogni architetto, che è sempre stato ed è tuttora, credo, fra i più alti, ardui e appassionanti.
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L'articolo è stato tratto da Archi 4|1986, Architettura:L'abitazione.