Gui­da all’Ar­se­na­le con un om­ag­gio a Pao­lo Por­tog­he­si

Biennale di Venezia 2023

Dall’eredità di Paolo Portoghesi ai contributi di Flores & Prats, David Wengrow + Eyal Weizman con Forensic Architecture a quelli di DAAR per finire con il lavoro coordinato da Maja Vardjan del Museum of Architecture and Design, proponiamo una guida lungo il suggestivo percorso delle Corderie dell’Arsenale commentando le partecipazioni che indagano il rapporto tra progetto e Storia, pur mantenendosi ancorate alla realtà contemporanea.

Publikationsdatum
04-10-2023

La scomparsa di Paolo Portoghesi, padre della Biennale Architettura, a pochi giorni dall’inaugurazione della kermesse lagunare impone alcune riflessioni che invitano a mettere in prospettiva l’evento, usando le diverse edizioni come le sequenze di una lenta e inesorabile trasformazione. Cosa rimane di quella prima, eroica edizione del 1980, della Strada Novissima, del Teatro del Mondo?

Portoghesi per primo allargò i confini fisici dell’evento realizzando il potenziale implicito degli spazi dell’Arsenale e in particolar modo alle Corderie, che da allora sono una scenografica quinta fissa della Biennale, luogo di allestimenti che per lungo tempo sono stati indimenticabili. Da allora la Biennale ha continuato a espandersi fino a mettere radici nei luoghi nevralgici della città, a cui è legata in modo indissolubile. L’avvento di una cultura del progetto sempre più digitale e smaterializzata, dominata da installazioni, negli ultimi dieci anni ci ha progressivamente allontanati dalla sostanza del progetto, fatta eccezione per l’evento diretto da Rem Koolhaas nel 2014 e tutto dedicato agli Elementi tangibili dell’architettura.

In omaggio a Portoghesi scegliamo di dare uno spazio particolare, nel raccontare l’Arsenale 2023, alle partecipazioni che indagano il rapporto tra progetto e Storia, pur mantenendosi ancorate alla realtà contemporanea, e ad una in particolare che, per l’uso scenografico delle Corderie, l’opulenza dei materiali e il piacere del disegno, ripropone e attualizza la lezione delle sue Biennali.

Nella sezione «Dangerous Liaisons» alle Corderie dell’Arsenale spicca per qualità comunicative e densità dei contenuti l’installazione-mondo di Flores & Prats (Ricardo Flores ed Eva Prats) intitolata Emotional Heritage e dedicata alla speciale relazione che si instaura tra il tessuto dei ricordi, collettivi o individuali, e il patrimonio costruito.

Si inizia con la sezione «Disegnare con il tempo» che racconta un atteggiamento di rispetto nei confronti della Storia e dei manufatti che essa ci consegna, riqualificati attraverso il progetto, come il Mills Museum di Palma di Mallorca del 1999, mentre la seconda sezione, «Il valore d’uso», è dedicata a edifici che non presentano una qualità intrinseca, ma sono divenuti nel tempo importanti a causa del loro utilizzo, che li ha resi luoghi identitari. È il caso della Sala Beckett, centro sociale e teatro a Barcellona più volte rimaneggiato, in cui i progettisti scelgono di mappare e conservare le porte, tutte molto diverse per dimensioni, colori e stile, in modo da rendere leggibile attraverso questi elementi il palinsesto di interventi e vita vissuta che costituisce la ricchezza dell’edificio, testimoniata anche da un video.

Segue un secondo intervento a Palma di Mallorca del 2001, una casa unifamiliare che viene ridisegnata attraverso l’apertura di nuove finestre, di cui vengono presentati i plastici in numerose diverse versioni. Emerge così il metodo di lavoro dello studio, che ama operare fisicamente sui disegni e sui modelli, con una pratica ereditata direttamente dalla tradizione di Enric Miralles e Carme Pinos, di cui Eva Prats è stata a lungo collaboratrice. Un’altra caratteristica dello studio è quella di utilizzare gli stipiti delle porte come bacheche, a cui i progettisti appendono i disegni con delle puntine: a Venezia troviamo riprodotta questa pratica e la ricchezza dei materiali esposti trasmette ai visitatori l’atmosfera della fucina creativa catalana. Lo spazio successivo presenta progetti in corso ed è dedicato alla condizione aperta delle rovine: il Teatro Le Variété di Bruxelles, a lungo abbandonato, recupera attraverso il progetto un potenziale di ricordi per troppo tempo rimasti inespressi, ma vivi nella memoria delle persone che lo hanno vissuto. L’ex edificio industriale La Favorita di Barcellona diventa un brano della città a funzioni miste, che conserva le ricche alberature e gli spazi aperti verso il cielo come parte del progetto, celebrando “the right to inhabit”, il diritto di abitare i luoghi, di farli rivivere.

Altre partecipazioni presenti in Arsenale indagano il tema del rapporto tra Storia e progetto. The Nebelivka Hypothesis è uno studio presentato da David Wengrow ed Eyal Weizman con Forensic Architecture, che nasce dallo studio geofisico dei resti di una città di seimila anni fa, sepolta sotto i campi coltivati in Ucraina. L’insediamento ha dimensioni analoghe a quelle delle antiche città della Mesopotamia, ma non presenta gli edifici che normalmente caratterizzano una società gerarchica, come palazzi o templi. L’impatto ecologico di questa città è debole e sorprendentemente sembra che sia stato l’insediamento a produrre il terreno fertile che caratterizza la regione. La questione proposta dai progettisti parte dal mondo antico, ma è estremamente attuale: «Se questi antichi siti ucraini sono città, allora anche il nostro concetto di ‘città’, radicato in una storia di estrazione, predazione e gerarchia, deve cambiare.»

Proseguendo il percorso si incontra l’allestimento di DAAR (Alessandro Petti e Sandi Hilal), vincitore del Leone d’Oro per la migliore partecipazione e intitolato Ente di Decolonizzazione — Borgo Rizza. Questo paesino del siracusano venne costruito nel 1940 dall’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano (ECLS), preposto al ripopolamento delle zone interne e più arretrate della Sicilia attraverso strumenti analoghi a quelli adottati per le colonie. L’edificio principale del borgo, rappresentativo del sistema gerarchico che si instaura anche agli ultimi gradini della piramide sociale, viene mappato e scomposto in 15 moduli polifunzionali che da un anno vengono riallestiti in varie città (Napoli, Berlino, Bruxelles e ora Venezia) costruendo un paesaggio abitabile che invita al dialogo e alla partecipazione. La de-costruzione dell’architettura e il recupero delle sue macerie come struttura collettiva rappresentano simbolicamente i numerosi e necessari processi di riappropriazione della storia italiana ancora in corso a un livello più profondo, come la de-fascistizzazione e la de-colonizzazione

Verso la fine dell’Arsenale, nell’area dedicata alle partecipazioni nazionali, la Repubblica di Slovenia presenta +/- 1 °C: In Search of Well-Tempered Architecture, un lavoro corale coordinato da Maja Vardjan del Museum of Architecture and Design. Analizzando numerosi edifici tradizionali, i curatori hanno riscontrato un atteggiamento differente, nelle architetture del passato, rispetto al tema caldo dell’ecologia. Mentre oggi si tende a rendere sostenibili gli edifici attraverso interventi accessori che ne occupano la pelle, in passato il progetto veniva concepito come intrinsecamente ecologico, sfruttando ad esempio la distribuzione interna. Viene esemplificato, anche attraverso l’allestimento, il caso della «stanza nella stanza»: Il volume più vissuto ospita la stufa e si trova al centro della pianta, mentre gli altri lo circondano raccogliendo la radiazione dispersa ed economizzando così la sorgente termica. L’analisi di una risposta vernacolare semplice e consapevole viene proposta come strada alternativa per il progetto contemporaneo, che oggi è costretto dalle continue crisi a rivedere i suoi meccanismi.