So­la­no Be­ni­tez e Ga­bi­ne­te de Ar­qui­tec­tu­ra, «4 vi­gas»

La visita

Per la nostra serie estiva abbiamo chiesto a progettisti e persone vicine al mondo della progettazione di raccontarci la loro prima visita a un'opera architettonica che ritengono notevole. Il secondo testo del ciclo «La visita» è scritto da Nicola Navone, vicedirettore dell’Archivio del Moderno dell'Accademia di architettura di Mendrisio.

Publikationsdatum
19-08-2021
Nicola Navone
Vicedirettore dell’Archivio del Moderno e docente all’Accademia di architettura di Mendrisio, Università della Svizzera italiana

Nell’agosto del 2008 ero arrivato nel Paraguay per visitare e documentare, insieme al fotografo Enrico Cano, le opere di Solano Benitez, vincitore della prima edizione dello Swiss Architectural Award.1 Fra queste vi era la tomba progettata per il padre, inumato secondo i propri desideri nella casa di campagna a Piribebuy, una piccola cittadina a sudest di Asunción. Nella tavola presentata alla giuria, le fotografie e i disegni erano accompagnati da un testo, concepito come un frammento di lettera, in cui Solano narrava a un ignoto corrispondente la genesi dell’opera e le sue ragioni, intrecciando con suprema eleganza riferimenti letterari (L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares) alla limpida descrizione di quanto aveva voluto conseguire con quel dispositivo composto da «4 travi, 4 pilastri, 4 specchi… e una tomba». Quel testo mi aveva colpito per l’estrema precisione e, al tempo stesso, la forza evocativa e presi a considerarlo come un elemento costitutivo dell’opera, dal quale non mi è più stato possibile prescindere anche quando, arrivato a Piribebuy in una grigia giornata d’inverno australe e penetrato nel folto del giardino, mi ero trovato davanti alle quattro travi che, nel loro corrispettivo spagnolo («4 vigas»), danno il titolo all’opera.

Sorrette da un pilastro fortemente eccentrico, così da determinare due sbalzi nettamente diseguali e introdurre una tensione nel quadrato di 9 metri di lato che delimitano, le travi in calcestruzzo armato manifestano gradualmente la loro natura ancipite: verso l’esterno offrono una superficie scabra su cui la patina del tempo si era, nel volgere di pochi anni, depositata come su una rovina emersa da antichità remote; mentre il lato interno, percepibile una volta valicato il témenos, è interamente ricoperto da uno specchio. Assottigliandosi verso i margini sul lato esterno, la trave cela qui il proprio spessore e tende a coincidere con la superficie nella quale si rispecchia, in un gioco infinito di riflessi attivato dal nostro sguardo, l’intrico della rigogliosa vegetazione. Il testo di Solano forniva una chiave per interpretare quel dispositivo: «Nello specchio io sto “lì” di fronte, fuori da me stesso, in un’altra dimensione, in un altro mondo che non è il mio mondo interiore, su un piano di uguaglianza e simultaneità con tutto il resto. Lo specchio è così la macchina che ci pone in una relazione diversa con i nostri simili: le persone amate che abbiamo perduto, perché l’oscenità della morte le ha strappate dal nostro fianco, o gli amori impossibili, perché non abbiamo mai incontrato né lo spazio né il tempo per realizzarli».2

Mi sono chiesto se la conoscenza di quel brano non avesse orientato la mia percezione dell’opera, facendomi comprendere, dopo aver cercato invano la sepoltura del padre, che la sua dimora non era l’avello che ne custodisce le spoglie, ma la superficie dei quattro specchi che il figlio gli aveva disposto attorno. La stessa finzione letteraria di quello scritto (il frammento di una lettera), oltre a offrire una forma adeguata a esprimere sentimenti così intimi, riverberava il tema dell’assenza e di quanto la può lenire, saldandosi perfettamente con l’opera da cui era germinato. Oggi sono propenso a credere che 4 vigas avrebbe suscitato in me la medesima profonda impressione, anche se non avessi conosciuto quel testo e ignorato che si trattasse di una tomba (proprio perché nessun segno la denota come un monumento funebre): e questo perché l’opera in sé sollecita la nostra percezione e, con la fondamentale cooperazione di una natura lussureggiante, ci impone di sostare e di considerarla sino a perdere la cognizione del tempo. Di certo, rimane una delle architetture a cui mi sento più legato e a cui torno di sovente nei miei pensieri.

Nicola Navone

Tutti i testi della serie «La visita»

Note

  1. Raccontare il primo incontro con un’opera di architettura, il cui valore trascende il proprio apprezzamento, comporta, per quanto mi riguarda, la necessità di conciliare il resoconto di un’esperienza personale con l’analisi di ciò che conferisce a quell’opera un significato e una rilevanza che vanno al di là di tale esperienza. Per questa ragione ho scelto la tomba che Solano Benitez ha progettato per accogliere le spoglie del padre: per la grande risonanza emotiva che suscitò in me, quando la visitai, e per il desiderio di oggettivare, per quanto possibile, quella risonanza. Tornare a quel primo incontro mi offre l’occasione (di cui sono grato a Sara Groisman) per ripensare, a distanza di tempo, un’opera che mi si era rivelata come un’epifania e per interrogarmi (pur nel breve spazio concesso da questa rubrica) sulle ragioni che me l’avevano fatta (e me la fanno tuttora) apparire tale.
  2. Solano Benitez, 4 vigas. Frammento di una lettera, in N. Navone (a cura di), BSI Swiss Architectural Award 2008, Mendrisio Academy Press, Mendrisio 2008, p. 58.