La ques­tio­ne dell’im­mi­gra­zio­ne

«Circolazione, muro, ghetto, periferia, frontiera: ai nostri giorni, il vocabolario è spesso spaziale, ma le parole di questo vocabolario hanno tutte a che vedere con la relazione fra il medesimo e l’altro».
Marc Augé, 2000

Publication
06-02-2019
Revision
11-02-2019

Le guerre e le crisi umanitarie che negli ultimi anni hanno sconvolto il Medio Oriente e i paesi africani trasformando il Mediterraneo in uno scenario di disperazione e di morte hanno provocato un esodo di massa che ha messo in evidenza l’incapacità dell’Europa di gestire il fenomeno migratorio con razionalità senza dimenticare i diritti fondamentali che sono alla base dei propri principi fondativi. Questa è la ragione per cui la questione dell’immigrazione andrebbe analizzata tenendo conto del suo carattere strutturale, ed è proprio questo approccio che interroga direttamente gli strumenti delle nostre professioni e il ruolo etico della figura del progettista.

Se nel corso del Novecento la questione dell’abitazione è stata una sfida per l’architettura moderna alimentando un dibattito ricco di proposte sui nuovi modi di abitare, il passaggio epocale che implica la globalizzazione e le sue contraddizioni – con l’aumento esponenziale delle disuguaglianze all’interno di un sistema che afferma l’ideale di libera circolazione di capitali e merci ma non delle persone – dovrebbe essere affrontato come un’occasione straordinaria di sperimentazione che esige una seria riflessione sui compiti che in questo ambito si impongono alla cultura della costruzione. 

I campi profughi concepiti secondo una visione emergenziale rispondono spesso a delle logiche estranee alla stessa architettura diventando nel corso del tempo quartieri disagiati in uno stato di precarietà permanente dove il provvisorio è vissuto come definitivo: «un processo lento – osserva Camillo Magni – prodotto informalmente dagli abitanti stessi che vede negli schemi geometrici iniziali i vincoli della “forma urbis” della città di domani». Questa constatazione sollecita dagli addetti ai lavori risposte tecnico-progettuali innovative che siano in grado di generare legami sociali in questi non luoghi, prevedendo e governando le conseguenze dell’impatto ambientale e territoriale. Emerge in questo modo il ruolo basilare della pianificazione e della progettazione nella definizione qualitativa di questo genere di interventi.

Nelle prossime pagine si presentano una serie di contributi che spiegano lo stato della questione e le diverse modalità con cui l’accoglienza viene gestita in Italia e in Svizzera – dalla completa assenza di politiche governative indirizzate a risolvere il problema abitativo dei migranti nel bel paese, latitanza contraddistinta dalla «dispersione interstiziale» e dalla marginalizzazione estrema in cui il campo profughi diventato stabile rappresenta un frammento della nuova periferia di insediamenti temporanei e auto-costruiti (Petrillo), all’efficiente organizzazione elvetica che coordina a livello federale e cantonale una politica che privilegia l’integrazione senza tuttavia riuscire ad eliminare puntuali situazioni critiche nelle zone di frontiera. Oscillazioni che peraltro trovano riscontro anche nel resto del continente europeo, ormai sospeso tra nuovo razzismo e solidarietà, dove i confini esterni sempre più invalicabili prefigurano l’esclusione di interi settori urbani anche all’interno delle stesse città.

Archi presenta inoltre alcuni esempi recenti – in ambito ticinese, elvetico ed europeo – in cui si cercano risposte specifiche a queste problematiche. Sono centri destinati a ospitare i richiedenti asilo costruiti secondo una logica ambivalente di sicurezza e di integrazione sociale, dove la qualità degli spazi collettivi, l’indagine compositiva e tipologica, l’uso di moduli abitativi che vagliano le potenzialità della prefabbricazione e la sostenibilità di soluzioni dedicate all’alloggio (quindi lo studio di prototipi in grado di essere smontabili, trasportabili, riutilizzabili) sono solo alcuni dei temi che potrebbero stimolare la ricerca progettuale. Infine, il recente concorso bandito dalla Confederazione per un centro di richiedenti asilo a Novazzano-Balerna ci offre l’occasione di valutare le diverse soluzioni che hanno proposto i progetti premiati nel preciso contesto locale. Un compito complesso che va impostato con consapevolezza, realismo e competenza e a cui occorre fare fronte con tutte le risorse della disciplina, parafrasando Bauman quando parla di possibilità di cambiamento: «vedere la difficoltà del compito è l’inizio del nostro lavoro, non la fine».1

 

1.    Zygmunt Bauman, Ezio Mauro, Babel, Laterza-la Repubblica, Roma 2017, p. 59.

 

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