Rin­no­va­re il Cen­tro cul­tu­ra­le sviz­ze­ro: il ge­sto esat­to

La ristrutturazione del Centro culturale svizzero di Parigi (CCS), firmata dal duo franco-svizzero ASBR (Parigi) e Truwant+Rodet+ (Basilea), sembra riprendere il principio del “rasoio di Occam” che, in termini molto semplici, si potrebbe riassumere in questo quesito: «perché complicare ciò che può essere semplice?». La ricerca paziente di una soluzione sobria, ma di sorprendente efficacia.

Data di pubblicazione
01-10-2026

Versione originale in francese disponibile a questo link

Nel Marais, la facciata al numero 32 di rue des Francs-Bourgeois interrompe l’allineamento continuo delle vetrine. Questo arretramento è il risultato di un tentativo del XIX secolo, mai portato a termine, di ampliare la strada. Il ripiegamento della facciata dà luogo a uno spazio in negativo che crea una esigua corte d’ingresso davanti a una piccola libreria. A prima vista, nulla distingue questa vetrina da quelle degli altri negozi, ma a uno sguardo più attento non può sfuggire la simmetria delle doppie porte-finestre e, soprattutto, la cornice che le delimita: un dettaglio che lascia intuire come la facciata, nel cuore dell’elegante Marais, si possa aprire completamente sulla strada, in un’area sottoposta a tutela.

Benvenuti al Centro culturale svizzero, da oltre quarant’anni avamposto della cultura e dell’arte svizzera nella Ville Lumière.

Storia: un palinsesto costruito

Il Marais, antica area paludosa divenuta nel XVII secolo sede del potere reale e dell’aristocrazia, conserva numerosi hôtels particuliers. A partire dagli anni Sessanta il quartiere si trasforma in uno dei principali poli culturali e turistici della città, anche grazie alla legge Malraux del 1962, che favorisce il recupero del patrimonio storico. Diverse istituzioni internazionali si insediano così nelle antiche dimore aristocratiche.

È poco dopo questa stagione di rinnovamento che, nel 1985, Pro Helvetia fonda il Centro culturale svizzero nella capitale francese con la missione di promuovere la presenza e il lavoro degli artisti svizzeri. Il CCS si inserisce in un complesso eterogeneo di edifici: il basamento di un immobile ottocentesco, il piano terra di un hôtel particulier dei primi anni del Seicento, un garage, un vecchio magazzino. Un insieme di ambienti dalle forme e qualità differenti, collegati tra loro da una successione di corti e giardini. Tre programmi principali occupano la sede: una libreria affacciata sulla strada, due sale espositive modulabili e uno spazio multidisciplinare per spettacoli e performance.

Il progetto come dichiarazione d’intenti

Il Centro attraversa un primo ciclo di vita segnato da numerosi interventi artistici di rilievo. Tra questi, la serie Stiller Nachmittag del duo zurighese Peter Fischli e David Weiss, che inaugura nel 1985 la prima grande mostra del CCS esplorando la precarietà dell’equilibrio, e Swiss-Swiss Democracy di Thomas Hirschhorn, realizzata nel 2004 come critica all’elezione di Christoph Blocher al Consiglio federale svizzero e destinata a suscitare un acceso dibattito.

Trentacinque anni dopo la sua apertura, il CCS entra in una nuova fase. Nel 2019 l’Ufficio federale delle costruzioni e della logistica (UFCL), in qualità di committente, bandisce un concorso per la ristrutturazione e affida la valutazione delle proposte progettuali a una giuria internazionale.[1]

Tra i 64 concorrenti si distingue il gruppo franco-svizzero formato dagli studi ASBR di Parigi e Truwant+Rodet+ di Basilea. La loro proposta convince perché formulata più come una dichiarazione d’intenti che come un progetto formalmente definito.[2] Pochi concetti semplici e precisi orientano l’intervento, lasciando al contempo sufficiente flessibilità per integrare, risolvere o aggirare i vincoli dell’esistente. Due principi emergono con particolare chiarezza:

  • al CCS e alla sua libreria viene attribuito un unico indirizzo: 32 rue des Francs-Bourgeois;
  • il percorso attraverso la varietà degli spazi e delle stratificazioni storiche del Centro viene reso più fluido. L’intervento non cerca tanto di renderli omogenei quanto di rafforzarne le relazioni, lavorando sulla qualità delle soglie e delle transizioni, rendendo leggibili le diverse tipologie. Un metodo che permette di affrontare simultaneamente questioni spaziali e normative: dall’accessibilità per le persone a mobilità ridotta, alla sicurezza antincendio, dalla sostituzione dell’impianto di riscaldamento e agli adeguamenti tecnici.

Un solo indirizzo: 32 rue des Francs-Bourgeois

Dopo la pandemia e diversi anni di lavori, il CCS è finalmente stato riaperto a marzo 2026. Come hanno affrontato Truwant+Rodet+ e ASBR un progetto tanto particolare? Lavorando come un unico piccolo collettivo transnazionale,[3] ci spiega Thomas Raynaud, architetto parigino responsabile del progetto.

Durante il percorso, il visitatore è accompagnato da un colore giallo vivo e lucido che compare puntualmente su maniglie, porte e soglie. Altrove, tinte e materiali si mantengono su tonalità neutre, desaturate, quasi opalescenti. Una scelta in sintonia con parte della produzione recente di questa generazione di architetti parigini, segnata da quella che, parafrasando Jacques Lucan,[4] si potrebbe definire un’estetica della ruvidità: un’architettura che privilegia strutture fatte di tendini piuttosto che di carne (Muoto, Bruther, Lacaton & Vassal…). Un’estetica che mette in evidenza il principio centrale dell’intervento: conservare, adattare, trasmettere.[5]

Thomas Raynaud ricorda come il processo si sia articolato in due fasi. La prima è coincisa con il concorso: «Il tema era la conclusione di un ciclo di vita. Occorreva mettere l’edificio a norma e affrontare questioni molto pragmatiche: inserire un ascensore, garantire l’accessibilità alle persone con mobilità ridotta, risolvere i problemi dell’impianto di riscaldamento e dell’isolamento termico. In una seconda fase abbiamo organizzato workshop con i futuri utenti, per comprendere nel dettaglio esigenze e aspettative».

«Il CCS occupa diverse proprietà ai numeri 32, 34, 36 e 38 di rue des Francs-Bourgeois», prosegue Raynaud. «Prima dell’intervento, il Centro culturale svizzero disponeva di due indirizzi e di due entità che funzionavano separatamente: il Centro vero e proprio, ospitato principalmente nell’ex magazzino, e la libreria, direttamente affacciata sulla strada. Attribuendo al Centro un unico indirizzo, il numero 32, il vicolo cieco smette di essere un ingresso e diventa un passaggio». Una scelta che si è rivelata particolarmente lungimirante, infatti, nel corso del progetto è stata trovata una nuova destinazione a quella che era una situazione di stallo.

Impasse des Arbalétriers: dal delitto all’oasi

L’impasse des Arbalétriers è un luogo carico di storia. Nel 1407 fu teatro dell’assassinio di Luigi d’Orléans, episodio che contribuì a far precipitare la Francia in una guerra civile. Il vicolo cieco, autentico frammento di città medievale, che si apre al numero 38 di rue des Francs-Bourgeois, è caratterizzato da case con volumi aggettanti e dall’antica pavimentazione in pietra. Per lungo tempo è stato noto soprattutto per la sua atmosfera pittoresca e, per i frequentatori svizzeri, come ingresso abituale al CCS.

All’inizio degli anni 2020 il vicolo viene però incluso in un programma della Città di Parigi, chiamato «stratégie de résilience», finalizzato ad aumentare la capacità del territorio di rispondere alle grandi sfide climatiche e sociali del XXI secolo, tra cui l’aumento delle temperature medie annuali.[6] La Città esercita il diritto di prelazione su un edificio fatiscente che separa il vicolo da una corte retrostante, lo demolisce e realizza un’oasi per la scuola adiacente. Il vicolo cieco diventa così un passaggio.

Pensate come «isole fresche» all’interno dei quartieri, queste oasi nascono dalla trasformazione di cortili esistenti e hanno come primo obiettivo il benessere dei bambini. Vengono rinverdite e rese permeabili, favorendo l’infiltrazione delle acque meteoriche. Alcune sono aperte al pubblico al di fuori degli orari scolastici. A oggi, a Parigi sono state realizzate oltre 200 corti-oasi.

In rue des Francs-Bourgeois, la creazione della corte-oasi – e soprattutto la demolizione dell’edificio acquisito dalla Città – ha imposto agli architetti numerosi adattamenti in corso d’opera. In futuro consentirà però una migliore continuità pedonale e renderà accessibile un sistema di spazi nascosti tipicamente parigino: giardini segreti dietro le facciate degli hôtels particuliers, una successione di pieni e vuoti prodotta da secoli di riscritture architettoniche.

Indagine sul cadavere squisito: libreria, ufficio, giardino

È proprio questa complessità stratificata del Marais la materia con cui ASBR e Truwant+Rodet+ hanno dovuto confrontarsi. Non esisteva un rilievo preciso dello stato di fatto, gli architetti hanno quindi lavorato come investigatori, leggendo tracce e formulando ipotesi. Solo attraverso successive diagnosi e, soprattutto, nel corso del cantiere sono riusciti a svelare progressivamente i segreti di quel vero e proprio cadavre exquis parigino che è il CCS, facendone emergere le qualità tipologiche attraverso interventi sempre misurati.

Nella libreria, rivestita con scaffalature di colore chiaro, il tavolo in legno disegnato dagli architetti è il primo elemento ad accogliere il visitatore. Da qui una rampa conduce dolcemente verso il fondo dell’edificio: una soluzione semplice che assorbe il dislivello tra la costruzione ottocentesca e quella seicentesca, tra la corte e la strada, garantendo al contempo una circolazione agevole per persone e materiali – dalle persone in sedia a rotelle alle attrezzature, dalle opere d’arte ai carrelli di servizio.

Al termine della rampa, sulla destra, si trova una prima sorpresa: una finestra dal telaio invisibile rivela una delle corti nascoste di Parigi, utilizzata qui come deposito informale per biciclette. «Studiando i disegni abbiamo individuato una dozzina di porte e finestre tamponate e ne abbiamo proposto la riapertura, proprio per rivelare questi paesaggi», racconta Thomas Raynaud. «Qui, per esempio, si trattava della porta di un garage».

Poco oltre, un nuovo intervento discreto ma estremamente efficace dal punto di vista spaziale e funzionale: il vecchio locale tecnico della caldaia a gas è stato trasformato in un piccolo punto di ristoro.[7] Una grande anta dotata di pistoni idraulici permette l’apertura alternativamente verso lo spazio espositivo oppure verso la corte, vero centro di gravità dell’istituzione.

Per il progetto della corte, ASBR e Truwant+Rodet+ hanno collaborato con la paesaggista Camille Frechoux. La rimozione delle superfici impermeabili ha permesso di recuperare una porzione di terreno naturale in corrispondenza dell’antico giardino dell’hôtel particulier, rendendo possibili nuove piantumazioni. L’erba ha già cominciato a crescere tra i ciottoli e, con il tempo, formerà un tappeto vegetale capace di consolidare il suolo.

Il plateau: nove scenari possibili

L’antico magazzino costruito nel giardino nel corso del XX secolo, oggi ospita, sui primi due livelli, la sala destinata alle performances e nel sottotetto lo spazio espositivo. Prima dell’intervento di ASBR e Truwant+Rodet+, il teatro era una black box, con gradinate fisse in calcestruzzo. Uno degli obiettivi principali del progetto era trasformarlo in un dispositivo scenografico flessibile. I workshop con gli utenti hanno permesso agli architetti di affinare progressivamente il progetto dello spazio. «Ci siamo concentrati sulla tipologia più che sul programma», spiega Thomas Raynaud.

La sala non è più dunque un auditorium, ma un vero e proprio plateau, capace di adattarsi alle diverse esigenze. Sono state definite nove configurazioni possibili – frontale, con platea centrale, con doppia gradinata e altre ancora. Nella configurazione standard, le tribune retrattili possono accogliere circa 90 persone davanti a una scena di 7,5 × 7,5 metri. Per liberare la massima superficie possibile, tutti gli spazi serventi – servizi igienici, nuovo ascensore, scala a chiocciola, scala di servizio, depositi e retroscena – sono concentrati nelle due fasce laterali che delimitano il volume.

L’idea centrale del progetto consiste nell’inserimento di un dispositivo capace di eliminare le separazioni e restituire una notevole generosità spaziale. Il plateau viene messo direttamente in relazione con la corte, aprendo nuove possibilità per le performance artistiche e sovvertendo i rapporti consueti tra interno ed esterno, pubblico e interpreti.

Per ottenere questo risultato, la facciata, precedentemente caratterizzata da un bow-window, è stata rimossa nella sua interezza. Una grande vetrata con ante a libro consente di aprire o chiudere il foyer verso il giardino in funzione degli usi e delle stagioni. Anche la sala per le performances può essere collegata al foyer mediante una parete acustica retrattile. Lo spazio si trasforma così in una macchina scenografica, nella quale soglie volutamente ambigue permettono di mettere continuamente in gioco il rapporto tra interno ed esterno.

Spazio espositivo

La copertura dello spazio espositivo è stata isolata dall’esterno. Durante lo svuotamento del sottotetto, tuttavia, sotto le lastre di cartongesso gli architetti si sono trovati di fronte a una sorpresa tutt’altro che piacevole: un ulteriore «palinsesto strutturale» fungeva da carpenteria. «Tutti gli arcarecci presentavano deformazioni superiori alle tolleranze ammesse, perché non era stato previsto alcun sistema di controventatura», spiega Thomas Raynaud.

Con l’approvazione dell’Architecte des Bâtiments de France (ABF), la carpenteria è stata quindi riprogettata e ricostruita in tempi molto ristretti. Poiché le condizioni di accesso rendevano praticamente impossibile l’impiego di una gru, i progettisti hanno optato per piccoli elementi metallici sollevati con un paranco e saldati direttamente in opera. A uno sguardo attento, la struttura rivela qua e là dettagli inattesi, come i volumi circolari inseriti tra i correnti per ricavare l’altezza necessaria al passaggio degli impianti.

Articolata in tre parti, la copertura genera tre differenti configurazioni di soffitto, che diventano altrettanti fondali per le opere esposte.

Rivelare l’esistente

In filosofia, il rasoio di Occam indica un principio logico e metodologico formulato nel XIV secolo dal frate Guglielmo di Occam. Conosciuto anche come principio di parsimonia, può essere riassunto, in termini molto semplici, nella domanda: «perché complicare ciò che può essere semplice?». È proprio a questo principio che Thomas Raynaud fa riferimento per descrivere l’atteggiamento che ha guidato l’intero processo progettuale. Nessun gesto eclatante, ma una moltitudine di interventi minuti e chirurgici. Come quelle finestre dimenticate che, una volta riaperte, hanno rivelato nuovi paesaggi della quotidianità, la forza del nuovo Centro culturale svizzero risiede nell’attenzione all’esistente e nella capacità di renderne nuovamente leggibili qualità e potenzialità.


 

[1] Della giuria faceva parte il committente, l’Ufficio federale delle costruzioni e della logistica (UFCL), rappresentato da Jodok Brunner.

[2] Va precisato che la dichiarazione d’intenti era il formato di risposta richiesto dall’UFCL.

[3] Dries Rodet, Charlotte Truwant, Thomas Raynaud e Marie Boenders.

[4] Jacques Lucan, Précisions sur un état présent de l’architecture, PPUR, 2015, p. 259.

[5] Questa formulazione riprende il titolo dell’omonima mostra tenutasi a Parigi al Pavillon de l’Arsenal nel 2022-2023, nella quale veniva presentato il progetto.

[6] paris.fr/pages/les-cours-oasis-7389 (consultato il 22.05.26)

[7] Il Centro culturale svizzero utilizza ora una pompa di calore aria-aria.