Progettare per l’ignoto
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Come possiamo costruire oggi un futuro auspicabile, anche se ancora non conosciamo il contesto in cui prenderà forma? Quali competenze dobbiamo promuovere e sviluppare ora per affrontare le sfide a breve e lungo termine nel nostro spazio di vita?
L’elaborazione intellettuale del futuro non è affatto un tema nuovo. Nuova è però l’intensità con cui incertezza, accelerazione e sovrapposizione di crisi plasmano la pratica della progettazione. All’interno del gruppo Foresight della SIA, attivo dal 2023 su questi temi, è emerso chiaramente che non si tratta di giusto o sbagliato. Il futuro non può essere previsto, ma solo compreso, modellato e, entro certi limiti, influenzato.
Punto di partenza di queste riflessioni sono state osservazioni tratte dalla pratica: ipotesi alimentate da esperienza, ricerca, scambio interdisciplinare e intuizione. Esse invitano a mettere in discussione e scardinare i propri paradigmi di «normalità» e a non rifuggire le ambiguità, ma a portarle alla luce. L’obiettivo non è trovare certezze, ma offrire orientamento – ottenuto attraverso una comprensione più profonda dei fattori che guidano il cambiamento sistemico. In questo senso, stiamo riscrivendo la narrazione del futuro.
Le autrici sono professioniste attive. La loro prospettiva non rivendica in primo luogo un’evidenza scientifica, ma si propone come un invito a un pubblico vicino alla ricerca a considerare seriamente il sapere pratico come fonte complementare di conoscenza – proprio laddove si tratta di anticipare l’imprevedibile e di gestire con competenza l’incertezza.
Di quale futuro parliamo?
Il futuro viene spesso concepito attraverso la lente degli scenari, pensati come aiuto per prepararci nel caso in cui si realizzi un determinato percorso di sviluppo. Tuttavia, la realtà contemporanea mostra che la complessità dei fattori in gioco è tale da rendere sempre meno probabile che uno solo di questi scenari si concretizzi esattamente come previsto. Essere «pronti al futuro» non significa tanto prepararsi per un evento atteso, quanto saper gestire l’ignoto quando gli sviluppi prendono direzioni impreviste.
Uno sguardo retrospettivo, conferma quanto fossero poco prevedibili quei fenomeni che oggi plasmano la nostra realtà progettuale. Un esempio emblematico è la pandemia: seppur presente in molti scenari come rischio astratto, ha però inciso in tempi brevissimi sulla progettazione, sull’uso e sull’organizzazione dei nostri spazi di vita con una profondità e una velocità che quasi nessuno scenario aveva anticipato.
Comprendere il tempo – un modello di orientamento
Chi si appresta ad affrontare l’imprevedibile si confronta inevitabilmente con la variabile del tempo. Uno sviluppo sostenibile ed orientato al futuro non può essere affrontato nel breve termine, poiché i diversi sottosistemi della società reagiscono con ritmi profondamente diversi. I processi economici, politici e sociali seguono logiche temporali proprie, ma agiscono in parallelo. Nessuno di questi sistemi può essere considerato isolatamente.
Nel breve termine (0-10 anni) prevalgono le questioni economiche: forza lavoro qualificata, prodotti, servizi e adattamento a condizioni di mercato in evoluzione. Nel medio termine (5-15 anni) entrano in gioco meccanismi politici e istituzionali, ad esempio attraverso quadri normativi, strumenti di incentivazione o sistemi fiscali. Nel lungo termine (10-50+ anni) cambiano società, formazione e ricerca. Emergono nuove competenze, i paradigmi si spostano, i valori vengono ridefiniti.
Questi intervalli temporali non sono volutamente separati in modo rigido. Le decisioni prese oggi producono spesso i propri effetti solo decenni dopo – oppure limitano in modo permanente le possibilità di sviluppo future.
L’ambiente costruito come spazio di azione nel lungo periodo
Proprio nel contesto del nostro ambiente di vita, questo slittamento temporale diventa particolarmente evidente. Progettazione, costruzione e gestione operano su archi temporali di decenni, talvolta attraversando più generazioni. Edifici, infrastrutture e spazi sono la concretizzazione materiale di decisioni: influenzano nel lungo periodo i comportamenti d’uso, le interazioni sociali e gli impatti ecologici.
L’ambiente costruito non è quindi solo oggetto di trasformazione, ma è esso stesso una leva attiva di cambiamento sociale, economico ed ecologico. Errori o ritardi in questo ambito non possono essere semplicemente corretti o «aggiornati», ma si consolidano come realtà fisica permanente. Ne deriva una responsabilità specifica: l’inerzia intrinseca di questi sistemi fa sì che ogni esitazione possa posticipare gli sviluppi necessari di anni. Allo stesso tempo, le conoscenze maturate nel pensiero a lungo termine devono essere rapidamente tradotte sul piano operativo – il mercato e la pratica. La comunicazione tra i sistemi diventa così una condizione centrale per la capacità di guardare al futuro.
In questo contesto, la trasformazione nel settore delle costruzioni non significa innanzitutto accelerazione. Si tratta piuttosto di una consapevole anticipazione: di un adeguamento tempestivo di modelli di pensiero, ruoli professionali e logiche decisionali all’interno di un sistema fortemente regolato, ad alta intensità di capitale (capital-intensive) e relativamente inerziale.
Tra silos e sistema
Economia, politica e società sono strettamente interconnesse. Allo stesso tempo, la tendenza a una crescente specializzazione – in particolare nelle professioni legate alla progettazione – ha portato a una perdita di visione d’insieme. Molti attori si muovono nei propri «silos», e il confronto interdisciplinare avviene spesso troppo tardi.
Ciò è particolarmente evidente nella carenza di competenze «generaliste». Non si tratta di conoscenze superficiali, ma della capacità sofisticata di comprendere logiche diverse, interpretarle e metterle in relazione tra loro. La tanto citata «carenza di manodopera qualificata» si rivela in questo contesto un problema qualitativo più che quantitativo. Mancano persone in grado di assumersi responsabilità in condizioni di incertezza, di integrare nuovi temi e di mediare tra esigenze contrastanti. Sempre più spesso emergono compiti che non possono essere chiaramente ricondotti a profili professionali esistenti e che richiedono un’elevata capacità di muoversi nell’indeterminatezza.
Con l’aumento della specializzazione cresce anche la distanza linguistica tra i diversi ambiti disciplinari. Vocabolari differenti ostacolano la comprensione reciproca, i sistemi tendono a divergere. In molti ambiti tecnici la complessità continua ad aumentare, portando alla perdita di un linguaggio comune.
L’incertezza come realtà emotiva
Alla complessità strutturale si aggiunge una dimensione emotiva. Mai come oggi sono disponibili così tante informazioni – e tuttavia raramente l’incertezza è stata percepita con tanta intensità. Guerre, scarsità di risorse, crisi climatica e perdita di biodiversità generano una forma diffusa di ansia per il futuro. Quando il senso e la portata delle informazioni diventano opachi, ci si rifugia nel proprio ambito di competenza – a scapito del dialogo e della capacità di azione collettiva. Nelle professioni della costruzione e della progettazione, questa incertezza emotiva può tradursi in immobilismo oppure in un’eccessiva tecnicizzazione difensiva. Entrambe le reazioni rendono più difficile la collaborazione. Riconoscere questi meccanismi umani è una condizione essenziale per ricreare spazi di fiducia, in cui dialogo e cooperazione siano nuovamente possibili.
Competenze per il futuro – tra tecnologia e fattore umano
Essere pronti al domani richiede di mettere in discussione modelli esistenti e di porre nuove domande: è davvero necessario? Il sistema in cui operiamo è sostenibile nel lungo periodo? Come si può rafforzare la collaborazione? Affidarsi a un solo sistema o a una sola soluzione non è più un’opzione praticabile.
La tecnologia può risolvere compiti complessi con precisione, ma non deve diventare l’alibi per l’atrofia del pensiero umano. La trasformazione viene spesso equiparata troppo rapidamente alla digitalizzazione. Eppure gli strumenti digitali restano strumenti di supporto, non surrogati decisionali: rafforzano le strutture esistenti – in modo più efficiente, ma non necessariamente migliore. La resilienza non nasce solo da sistemi tecnici, ma da organizzazioni capaci di apprendere, da processi decisionali trasparenti e da una cultura del dialogo aperto.
In questo contesto, il Foresight non è una previsione, ma un atteggiamento professionale. Si tratta di rendere visibili gli assunti, di immaginare alternative e di prendere decisioni oggi nella consapevolezza delle loro conseguenze a lungo termine. Proprio nel contesto del nostro ambiente di vita, dove le decisioni sono solo in parte reversibili, un pensiero lungimirante diventa una forma di responsabilità collettiva.
Le competenze chiave per il futuro sono quindi profondamente umane: curiosità, empatia, creatività, pensiero critico e capacità di cooperare in condizioni di incertezza. Ascoltare, tradurre, sostenere prospettive diverse e apprendere insieme diventano competenze strategiche.
Il futuro come spazio d’azione –Forum Costruire il futuro
Possiamo intendere il futuro anche come un’opportunità per modificare, già oggi, i parametri necessari. O il futuro ci travolge – oppure decidiamo di entrarvi attivamente. Forse sono proprio coloro che hanno imparato a vivere con l’incertezza, a sostenere il peso dell’indeterminatezza e ad assumersi la responsabilità degli effetti a lungo termine, a interpretare il futuro non come una minaccia, ma come uno spazio d’azione.
Il Forum Costruire il futuro si proponeva come uno di questi spazi: come laboratorio sperimentale, come luogo protetto per il pensiero a lungo termine e come processo collettivo di apprendimento per una cultura della costruzione resiliente, equa e rigenerativa.