I confini della sicurezza

Una ricognizione degli spazi dell’asilo nella Svizzera italiana

​L’architettura è la disciplina del confine: divide lo spazio anche quando lo apre. Tracciando i margini della casa, l’uomo si dà una misura nel mondo. La casa è il confine primo: preannuncia i limiti della città e le frontiere tra Stati.

Sara Groisman Storica dell'arte, giornalista

L’architettura è la disciplina del confine: divide lo spazio anche quando lo apre. Tracciando i margini della casa, l’uomo si dà una misura nel mondo. La casa è il confine primo: preannuncia i limiti della città e le frontiere tra Stati.

Nei collages composti da giovani migranti durante un laboratorio d’espressione visiva in Ticino, raccolti in Un angelo nella stanza,1 l’arrivo in Europa è raccontato da un affastellarsi di case. L’insistenza sulle case, con la loro architettura, parla dell’incontro con una nuova realtà, ma anche della ricerca di uno spazio delimitato e sicuro dopo l’infinità dei deserti e del Mediterraneo – nei collages, distese bianche e blu.

Uno spazio delimitato può, sì, essere promessa di sicurezza; ma tutto dipende dalla sicurezza di chi è in questione: una delimitazione può proteggere chi sta all’interno dall’esterno (è il principio della casa) o viceversa (è la prigione). Da qualche parte tra questi poli ci sono i centri d’asilo svizzeri.

 

Vaghiamo a lungo prima di trovare la struttura che raccoglie i richiedenti asilo a Chiasso. Il sito della Segreteria di Stato della migrazione (SEM) indica un indirizzo, ma, scopriamo, è quello della sede amministrativa. I giornali parlano di «via Motta», che per un bizzarro allineamento astrale s’è eclissata dal navigatore. Perlustrando le strade intorno alla stazione, a un certo punto ci troviamo incanalati verso la dogana. Sconfiniamo in Italia con naturalezza, svoltiamo, rientriamo; scavalchiamo la frontiera come fosse un dosso. Verrebbe davvero da credere che ormai abitiamo in un mondo senza confini; e invece la nostra destinazione ci sconfessa e ci ricorda quelle «contraddizioni del sistema della globalizzazione» di cui scrive Marc Augé, un sistema «il cui ideale di circolazione di beni, idee, messaggi ed esseri umani […] è sottomesso alla realtà dei rapporti di forza che si esprimono nel mondo».2

Alla fine, in fondo a un parcheggio che bordeggia i binari individuiamo un cartello: Centro di registrazione e di procedura. Incuneata in fondo a un passaggio tra due mura, un’inferriata vegliata da telecamere segna l’entrata. Ancora, delimitazione e sicurezza.

Nel bando di concorso per il Centro federale d’asilo che sarà costruito tra Balerna e Novazzano, e che dovrebbe subentrare a strutture più piccole come quella di Chiasso, era indicato come obiettivo «poter disporre di un Centro funzionale, sicuro e con limitate possibilità di conflitti». Per e-mail, chiedo ai portavoce della SEM e dell’Ufficio federale delle costruzioni e della logistica (UFCL), committente del concorso, se possono spiegare con un esempio concreto come il progetto vincitore, dello studio Lopes Brenna in collaborazione con Filippo Bolognese, risponda a queste esigenze di sicurezza. «Presenta diverse sale e aree comuni, come gli slarghi dei corridoi. Questo offre ai diversi gruppi possibilità di incontro differenziate. Il potenziale di conflitto viene di conseguenza ridotto».

Mi scrivono che la vita nel centro si articolerà in «molteplici spazi, quali una mensa, delle aule scolastiche, un’infermeria, una cucina, delle stanze di dimensioni variabili adatte alle differenti costellazioni di ospiti (famiglie, donne sole, uomini soli, minorenni non accompagnati…) e degli spazi ricreativi esterni»; che i rapporti con gli "indigeni" saranno facilitati dalla possibilità di svolgere lavori di utilità pubblica, e che «l’esperienza maturata in tutte le ubicazioni dei centri gestiti dalla Confederazione insegna che lo scambio tra popolazione e richiedenti l’asilo non tarda ad instaurarsi». Tornando all’architettura, chiedo quali caratteristiche del progetto vincitore abbiano convinto la committenza. «Grazie al sapiente posizionamento del volume dell’edificio, si può fare a meno di una recinzione nell’area di ingresso. L’accesso al centro avviene dunque senza ostacoli tramite un apposito piazzale».

Raggiungiamo il terreno delle Ferrovie Federali Svizzere che la Confederazione ha scelto per il nuovo centro. È chiuso tra un cavalcavia, uno stabile delle Ferrovie dove saranno situati gli uffici amministrativi, binari. I treni merci qui sostano. Stridono rallentando, prendono fiato, stridono avanzando, e nei 5 minuti che passiamo lì è tutto un concerto sperimentale. È un terreno di confine: siamo sulla linea che divide Balerna da Novazzano. Nella giuria del concorso, questi comuni e la vicina Chiasso erano rappresentati ciascuno da un politico; per Novazzano si trattava del sindaco Sergio Bernasconi. «Partecipare alla giuria è stata un’esperienza estremamente positiva» mi dice al telefono. Gli chiedo se aveva in mente dei requisiti particolari quando valutava i progetti. «Noi come comune avevamo formulato delle richieste riguardo alla struttura, sapendo che era destinata ad accogliere dei richiedenti l’asilo. Innanzitutto, la gestione del centro per quanto riguarda la sicurezza è un aspetto oltremodo importante: ammesso che si arrivi alla capienza massima, stiamo parlando di 350 posti, con varie etnie. Degli specialisti della SEM hanno valutato questa tematica. Anche avere spazi esterni, verde, spazi per il gioco per bambini e adulti è molto importante per noi, perché dovrebbe permettere a queste persone di rimanere al centro e non uscire creando magari delle problematiche all’esterno. Questo per noi era fondamentale e lo è tuttora».

Già alla fine di quest’anno, mentre il nuovo centro sarà in cantiere (l’apertura è prevista per il 2023), alcuni richiedenti asilo saranno trasferiti nello stabile ristrutturato delle Ferrovie. «Noi siamo pronti. Ci sono gruppi di lavoro per far sì che l’insediamento sia il meno traumatico possibile nell’interesse dei cittadini e delle persone che entreranno nel centro, ed è stata fatta una serata informativa con specialisti della SEM. Credo che se diamo tutte queste garanzie la popolazione si sentirà più tranquilla, più – tra virgolette – protetta».

Alla serata informativa ha partecipato – almeno per un po’ – anche il collettivo r-esistiamo, che ha gridato le sue critiche alla politica d’asilo fino a trovarsi espulso dalla sala. «C’è troppo silenzio su queste cose, allora ogni tanto si deve fare rumore», chiosano. Mi hanno proposto di incontrarli a Lugano, durante un presidio davanti agli uffici del Giudice dei provvedimenti coercitivi e del Servizio rimpatri stranieri della Polizia cantonale, «responsabili di politiche razziste e disumane che colpiscono le persone migranti», leggo su un volantino. Mi parlano delle loro frequenti prese di posizione sulle condizioni nei centri d’asilo mentre, sotto gli occhi poco partecipi dei poliziotti, un megafono gracchia resoconti delle politiche migratorie e canzoni di De André («Anche se voi vi credete assolti…»). «Inizialmente ci siamo concentrati sul centro asilanti di Camorino; c’è gente che vive da mesi o anni in questo bunker con pochissima aerazione e cimici. L’estate scorsa un ragazzo ha detto: “Quando mi chiedono dove abito, dico Al cimitero, perché è al cimitero che mettono le persone sotto terra”».

«Abbiamo visitato più volte anche il centro di Cadro. Prima c’erano dei baracconi, ora con il nuovo edificio è diventato molto più securizzato, con la presenza costante di vigilantes nella torretta centrale che funge da zona di controllo». Ma lo stabile nuovo non è stato un miglioramento? «Il problema non è l’edificio, ma come ci si vive. Sono strutture fatte per recludere la gente, isolarla, nasconderla: chi sta lì non ha libertà di muoversi, non può uscire quando vuole, viene perquisito al rientro; ed è anche difficile accedere a questi centri dall’esterno. A Cadro, poi, non ci sono mezzi di trasporto pubblici per spostarsi. E ci sono stati episodi come il rimpatrio – anzi, la deportazione forzata – di una donna con due bambini, di cui una malata. Una cosa del genere significa che nessuno, nel centro, è al sicuro, e questo manda nel panico le famiglie, che con i percorsi che hanno alle spalle avrebbero solo bisogno di rilassarsi».

«Si parla tanto di integrazione (integrarsi a cosa, poi?), ma si creano strutture che non permettono un reale incontro: anzi, si punta su un dispositivo securitario completo, e l’architettura contribuisce a svilupparlo realizzando grossi centri chiusi, recintati, con filo spinato. Sarebbe possibile fare diversamente, ma se si persegue la politica dei muri non cambierà niente».

 

La parola muro deriva dal latino murus, con cui i Romani indicavano la muraglia che fa da fortificazione alla città; le contrapponevano paries, a designare il muro di un edificio. In italiano, muro e parete sono usate come sinonimi, ma le ascendenze marziali di muro si ripresentano quando si vuole indicare un elemento architettonico che divide: tra Berlino est e ovest, tra Israele e Palestina, non ci sono delle pareti.

Il muro può esistere autonomamente, la parete no: è parte di uno spazio, lo sostiene, lo suddivide in ambienti e, nel farlo, testimonia il loro rapporto. Se si sostituisse, allora, la «politica dei muri» con una «politica delle pareti»? Una visione in cui la frontiera non è un corpo esterno che viene a tranciare irrevocabilmente lo spazio, ma un elemento strutturale che, articolandolo in settori, riconferma al contempo che questi sono in relazione, che sono tutti parte di una più ampia architettura.

 

Note

1.    A cura di Mariapia Borgnini, Edizioni Casagrande, Bellinzona 2017.

2.     M. Augé, Per una antropologia della mobilità, Jaca Book, Milano 2010, p. 32.

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