La luce svela l'ar­chi­tet­tura

ll protagonismo della luce (e dell’ombra, in quanto assenza di luce), quale mezzo che fa emergere l’architettura è il tema di un vasto progetto di ricerca diretto dalla professoressa Daniela Mondini con i collaboratori Silvia Berselli, Matthias Brunner e Vladimir Ivanovici all’Accademia di architettura di Mendrisio. Nell’ambito di questo si inserisce lo studio di Silvia Berselli sui diversi aspetti legati a luce naturale e artificiale nell’architettura del XX secolo.

Date de publication
02-12-2014
Revision
08-10-2015
Laura Ceriolo
Architetto, dottore di ricerca in storia delle Scienze e Tecniche Costruttive

Daniela Mondini, Silvia Berselli e Matthias Brunner sono i curatori del convegno che si è svolto all’Accademia di architettura di Mendrisio il 24 e 25 ottobre 2014, sul ruolo della luce in architettura. Abbiamo chiesto a Silvia Berselli di illustrarne i capisaldi, le riflessioni e il coinvolgimento degli studenti.

«L’architecture est le jeu savant, correct et magnifique des volumes assemblés sous la lumière». Con questa celeberrima affermazione del 1923, Le Corbusier ribadisce il ruolo della luce in quanto rivelatrice dell’architettura. Niente di nuovo, eppure in un contesto di rifondazione della disciplina in chiave modernista queste parole registrano alcuni cambiamenti in atto, come la crescente attenzione all’orientamento e all’esposizione degli edifici.

Il periodo preso in esame – scrive Silvia Berselli – inizia nella prima decade del secolo, quando in diversi paesi e in campi differenti si intensifica un progressivo ripensamento della relazione tra luce e architettura. In quel momento, da una parte si compie un importante progresso scientifico e tecnologico, con un incremento delle conoscenze relative agli effetti salutari della luce; dall’altra vengono esplorati da un punto di vista nuovo gli aspetti estetici e simbolici della luce sia naturale che artificiale. «Shadows were the ‹brushwork› of the ancient Architect. Let the ‹Modern› now work with light, light diffused, light reflected, light refracted – light for its own sake, shadows gratuitous.» Questa affermazione di Frank Lloyd Wright dimostra come anche nel 1931, dunque negli anni di maggior successo delle teorie igieniste e delle tecniche di misurazione scientifica della luce, questa veniva considerata sempre anche per i suoi valori estetici e semantici.

La natura intangibile della luce ne rende difficile la rappresentazione grafica, ottenibile in genere attraverso il disegno del suo negativo: l’ombra. Si avvalgono di quest’ultima gli strumenti più tradizionali della rappresentazione dell’architettura: il disegno tecnico, la pittura e la fotografia come mezzo di verifica e di enfatizzazione. Mediante la misurazione scientifica, la descrizione della luce nei testi e la sua presenza nei filmati, siano essi video, documentari o film, si possono apprezzare inoltre le qualità dinamiche del fenomeno. Attraverso differenti media, la prima parte della ricerca indaga le possibili forme di rappresentazione degli effetti della luce e dell’ombra negli interni del XX secolo.

All’inizio del secolo, l’orientamento delle strade e degli edifici diventa un tema sempre più importante in quanto costituisce un’applicazione delle recenti scoperte di William Atkinson e Adolphe-Augustin Rey nel campo dell’igienismo. Di conseguenza molti edifici vengono progettati in modo da ottenere la massima esposizione solare, anche se spesso in modo unilaterale. Da quando però in campo medico gli antibiotici e gli integratori vitaminici hanno sostituito i «bagni di sole» e le costruzioni nelle regioni tropicali sono entrate a far parte del discorso architettonico, il tema dell’esposizione solare ha ceduto il posto a un approccio più ampio di controllo climatico. A seconda dell’importanza accordata al risparmio energetico si sono ottenuti risultati progettuali anche molto differenti; la seconda parte dei contributi si propone di mettere a confronto casi studio suggestivi, sia teorici che progettuali.

Al variare delle stagioni, delle latitudini e delle ore del giorno, la pratica architettonica evidenzia la necessità di disegnare un interno confortevole, sia esso domestico, ospedaliero o lavorativo, rendendo possibile e agevole la regolazione dell’apporto di aria e luce. La terza sezione analizza le qualità dei materiali utilizzati e le tecnologie di apertura e oscuramento. La lampadina a incandescenza appare oggi, nell’epoca del LED, obsoleta. Eppure la sua immagine semplice in forma di «ampoule nue» continua a essere un’icona della modernità e del progresso tecnologico.

La quarta sezione si propone di indagare le diverse forme e applicazioni dei sistemi di illuminazione artificiale e la relazione che essi instaurano con il volume architettonico in cui vengono installati, sottolineando similitudini e differenze rispetto all’illuminazione naturale degli stessi. Due i punti di vista proposti: lo sguardo degli architetti che disegnano i dispositivi di illuminazione artificiale e la prospettiva delle associazioni professionali e dell’industria, che li realizzano.

La pubblicazione e il convegno sollecitano una riflessione sul tema della luce, declinato sia nella produzione teorica che in quella progettuale, attraverso il XX secolo. I lavori si inseriscono all’interno del progetto «Da Ravenna a Vals. Luce e oscurità dal medioevo al presente», nato nel 2010 con il sostegno del Fondo nazionale svizzero per la ricerca e diretto da Daniela Mondini. Il gruppo di lavoro ha come sede l’Accademia di architettura di Mendrisio ed è formato da Silvia Berselli, ricercatrice post-doc, e da Matthias Brunner e Vladimir Ivanovici, dottorandi. In questi anni il gruppo si è integrato alla vita della facoltà in vari modi: prima di tutto ha presentato un contributo originale all’offerta formativa del biennio di Master attraverso corsi di studio monografici sul tema della luce e dell’ombra negli edifici, nei testi di architettura e nella rappresentazione fotografica del manufatto architettonico scegliendo un approccio diacronico che ha favorito il confronto tra opere lontane nel tempo e nello spazio.

La natura impalpabile dell’oggetto di studio, insieme all’elusione delle categorie storiografiche utilizzate tradizionalmente, hanno favorito lo sviluppo della sensibilità critica degli studenti, portandoli a fornire una propria interessante interpretazione degli edifici e dei testi analizzati, confluita spesso nella produzione di presentazioni in classe o di elaborati teorici.

La didattica e i work-in-progress dottorali hanno permesso da una parte di testare in itinere i risultati ottenuti nel corso delle ricerche condotte dai singoli membri del gruppo e dall’altra di mantenere un contatto diretto tra l’attività scientifica e i suoi destinatari, gli studenti. Al convegno sono stati presentati i due volumi nati in seno al progetto di ricerca diretto da Daniela Mondini: il primo raccoglie gli atti del convegno «Manipolare la luce in epoca premoderna. Aspetti architettonici, artistici e filosofici / Manipulating light in premodern times. Architectural, artistic, and philosophical aspects», tenutosi a Mendrisio il 3-4 novembre 2011; il secondo presenta i saggi prodotti dai partecipanti al simposio «Le je savant».
 

 

Étiquettes

Sur ce sujet