115 an­ni di co­per­ti­ne

In 115 anni, le copertine di Archi raccontano l’evoluzione dell’architettura e del suo linguaggio visivo: da bollettino tecnico a manifesto culturale. Un percorso tra tipografia, arte, fotografia e grafica, alle soglie di una nuova identità.

Publikationsdatum
18-12-2025
Gabriele Neri
Dott. arch. storico dell'architettura, redattore Archi | Responsabile della rubrica 'Paralleli' per Archi

La copertina di una rivista è solo la punta dell’iceberg, ma è fondamentale: un piccolo manifesto che ne dichiara carattere e indirizzo, instaurando il primo dialogo con il lettore. Poiché dal prossimo numero Archi cambierà nome e veste grafica, ripercorriamo in breve l’evoluzione delle sue copertine, fin dalla preistoria, ovvero dalla fondazione di «Rivista Tecnica», di cui è erede.

«Rivista Tecnica della Svizzera Italiana» nacque nel 1910, fondata dalla SIA, diretta dall’arch. Americo Marazzi e dagli ingg. Secondo Antognini e Rocco Bonzanigo. La prima copertina riflette l’estetica tipografica dell’editoria tecnica d’inizio secolo, con criteri ottocenteschi di ordine e simmetria. Il titolo campeggia in maiuscolo, mentre la pagina è fitta di riquadri pubblicitari. Il passaggio dal bollettino tecnico alla rivista d’architettura si compie dagli anni Trenta, ispirandosi al razionalismo grafico mitteleuropeo: semplicità, proporzioni e chiarezza dominano un impianto simmetrico, con solo numero e data a movimentare la composizione.

Nel 1944, in piena guerra, compare un riquadro per il sommario che introduce asimmetria. Nel 1947 arrivano il colore e il disegno, tecnico o a mano libera, come nello speciale sullo stadio di Bellinzona. A giugno, un filo a piombo stilizzato, metafora di precisione e misura, inaugura una serie di copertine dal linguaggio simbolico.

Nel 1953 entra in scena il pittore tedesco Arend Furhmann: il rigore si unisce alla libertà della forma, in copertine vicine all’arte concreta. L’anno dopo l’artista propone una griglia ortogonale astratta, sulla scia di Max Bill, identica per dodici numeri salvo il colore. Nel 1955, senza Furhmann, fa la sua comparsa la fotografia: un’opera di Henry Moore campeggia su fondo di carta millimetrata. A fine anni Cinquanta emergono soluzioni inaspettate, come il disegno quasi fumettistico del belga-ticinese Gianolla, raffigurante un muratore simbolo di un «modesto artefice» che incarna il valore della cultura tecnica.

Nel 1959 il titolo adotta un carattere sans serif più pesante e la copertina si riempie di testi e pubblicità; negli anni Sessanta e Settanta, pur con varianti tipografiche, la parte grafica resta subordinata ai contenuti tecnici e commerciali. Con i direttori Paolo Fumagalli e Giancarlo Rè si torna però a un impianto più chiaro e fotografico: immagine a tutta altezza e fascia laterale bianca con testi – schema ripreso da Archi dal 2018.

Nel 1990 arriva la svolta grafica dello Studio Agustoni e Snozzi: il titolo in Bodoni, disposto verticalmente lungo il margine sinistro, accompagna una copertina monocroma con piccolo riquadro fotografico. È la sintesi di un ritrovato neoclassicismo (siamo in piena postmodernità) e di un imperituro minimalismo (siamo in Svizzera). Nel 1996 si torna a un carattere sans serif minuscolo, con banda colorata orizzontale.

Nasce così, nel 1998, Archi, erede diretta di «Rivista Tecnica», che per un breve periodo continuerà a uscire (ad esempio nel 2000, sotto la direzione e la grafica di Peter Disch, la sua testata si riduce alle iniziali «rt» minuscole, su fondo grigio metallizzato e senza immagini). Archi, con grafica di Michela Tallone, adotta un linguaggio visivo opposto: fotografia a tutta pagina, testi in minuscolo e disposizione libera. Il suo segno distintivo sarà il quadrato rosso con titolo bianco – tranne la «i», dedicata all’ingegneria.

Evoluzione del riquadro di Agustoni e Snozzi, quel quadrato diventa la firma visiva della testata, mantenuta e raffinata da Consuelo Garbani fino al 2016, quando l’impianto si rinnova con una fascia orizzontale superiore, poi verticale a sinistra, restando fedele all’identità visiva. Dal prossimo anno, una nuova copertina: un nuovo manifesto.