Le ve­tri­ne di Ma­riot­ta

Publikationsdatum
13-09-2022

Il Paolo Mariotta che conosciamo comunemente, o più estensivamente, è il Mariotta architetto delle ville signorili e di alcuni palazzi della fine degli anni Sessanta e inizio degli anni Settanta, in particolare il palazzo Ofima a Locarno. In queste ultime opere appare evidente una certa influenza americana, che per semplicità potremmo far convergere nella Lever House dei SOM a New York del 1952. Si tratta – nel caso di Mariotta – di un’evoluzione dal progetto per la sede  amministrativa La Colmena a Lima del 1958. In questa famiglia di progetti si individuano anche alcune «assonanze» brasiliane, in voga in quegli anni.

Gli edifici che fanno parte di quest’ultima e compatta famiglia sono costruiti generalmente con marmi bianchi prima e cementi bianchi successivamente, parapetti in vetro rosso o verde, serramenti in alluminio naturale. Ma in archivio, nel lascito e fondo Mariotta, si trovano molte altre cose, precedenti e non meno interessanti, che raccontano, più che un Ticino, un’Europa in ricostruzione. Ricostruzione caratterizzata anche da un uso intensivo del vetro, prima riservato soprattutto all’eccezionale, ma poi incrementato grazie all’industrializzazione del dopoguerra, che ha permesso di raggiungere livelli di perfezione che forse i moderni non avrebbero potuto neanche immaginare.

Tuttavia, il rapporto con il vetro nell’architettura di Mariotta inizia ben prima e sicuramente con la sua permanenza post diploma alla scuola delle Beaux Arts di Parigi, dove studia e soggiorna tra il 1930 e il 1931.

La ville lumière è tale per la combinazione della luce, del ferro e del vetro, nelle grandi strutture delle Halles, del mercato della Madeleine, dei magazzini La Samaritaine nonché in un paio di realizzazioni di Eiffel, nelle vetrine bombate dei magazzini Printemps, prodezza tecnica del grande emporio parigino allora più in voga che, in controtendenza rispetto all’emergente tendenza alla linea diritta, mette le merci in esposizione, letteralmente, in «bolle di vetro», 1929.

Il rapporto che Mariotta instaura tra il vetro e l’edificio è connesso all’attacco a terra della volumetria: è più una ricerca ancora legata alla forma e alla natura del basamento. In ciò sembra più vicino alle ricerche progettuali americane. In qualche modo però dà una nuova definizione dello zoccolo, che con l’uso del vetro e la formazione di isole in vetro, disegna delle facciate commerciali «con spessore», tanto da potervi flâner all’interno, come nei passages. E questo rapporto si modifica all’accendersi delle luci, crea profondità e trasparenza in antitesi all’idea di zoccolo (predominante di giorno), diventa un proiettore di luci di infiniti livelli, l’antitesi dell’ombra, e invece elemento urbano contro l’oscurità.

Questo suggeriscono alcuni progetti che Mariotta realizza a Zurigo, in Germania e in Svezia negli anni Cinquanta. L’edificio nella sua parte basamentale e pubblica è come se funzionasse in modalità acceso/spento. Sopra a tutto ciò, a differenza di quanto si vede in altri grandi esponenti dell’architettura moderna, si sviluppa un’architettura più classica, composta e seriale. La parte sovrastante rimane un’architettura controllata sotto la quale si scava una grotta di meraviglie (commerciali e illuminotecniche), o almeno così è possibile leggerla oggi, tra gli infiniti e incessanti elementi gratuiti che caratterizzano questi anni banalmente convulsi.