Il Pritz­ker Prize 2026 a Smil­jan Ra­dić

Premiato con il Pritzker 2026, Smiljan Radić ridefinisce l’architettura tra fragilità, memoria e sperimentazione. Un linguaggio sospeso tra instabilità e rifugio, capace di rispondere alle incertezze contemporanee con opere intense, materiche e profondamente radicate nel contesto.

Date de publication
17-03-2026

Rendere ovvio ciò che non lo è. Tornare alle fondamenta più irriducibili dell’architettura, esplorando allo stesso tempo limiti che non sono ancora stati toccati: sono solo alcune delle peculiarità menzionate dalla giuria del Pritzker Prize 2026, la quale ha insignito Smiljan Radić del prestigioso premio. Dopo Aravena nel 2016, Radić è il secondo architetto cileno a ricevere il Pritzker, confermando la centralità che il contesto culturale e accademico di Santiago ha assunto nel panorama architettonico internazionale.

Nella motivazione della giuria emerge la capacità dell’architetto cileno di rispondere alle incertezze del nostro tempo con un’architettura capace di attraversarla, restituendo un progetto coerente, coerente alle preesistenze calibrato tra temporaneità e la durata: “Attraverso un corpus di opere che si colloca al crocevia tra incertezza, sperimentazione materica e memoria culturale, Smiljan Radić privilegia la fragilità rispetto a qualsiasi pretesa ingiustificata di certezza. I suoi edifici appaiono temporanei, instabili o deliberatamente incompiuti, quasi sul punto di scomparire, eppure offrono un rifugio strutturato, ottimista e silenziosamente gioioso, abbracciando la vulnerabilità come condizione intrinseca dell'esperienza vissuta”.

Nato a Santiago del Cile da una coppia di immigrati — i genitori del padre erano originari di Brač, in Croazia, e quelli della madre del Regno Unito —, l’infanzia di Smiljan Radić Clarke si plasma all’insegna del movimento, della consapevolezza del significato di appartenenza ad un luogo, andando via via a concepire l’esistenza come una costruzione in divenire e non qualcosa di meramente ereditato: "A volte, devi creare le tue radici. Questo ti dà libertà", afferma Radić. 
La filosofia di vita dell’architetto si traduce ben presto nel suo personale avvicinamento alla pratica architettonica, quando, all’età di quattordici anni, un insegnante d'arte gli assegnò il compito di progettare un edificio come esercizio: un ricordo precoce che, a posteriori, risuona con il lavoro che avrebbe poi intrapreso. Studia architettura presso la Pontificia Universidad Catòlica de Chile, ed entra a far parte della generazione che avrebbe dato forma alla scena architettonica cilena contemporanea. Dopo un percorso tortuoso, segnato anche dal fallimento del primo tentativo all’esame finale prima di laurearsi nel 1989 — viaggia e studia storia presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, da lui considerato come il percorso più esistenziale della sua formazione, personale e professionale. 
Nel 1995 fonda a Santiago del Cile il suo studio, Smiljan Radić Clarke, un ambiente piccolo e intimo nel quale, insieme alla moglie scultrice Marcela Correa, si avvicina progressivamente a una dimensione quasi isolata, di clausura, in risposta al bisogno di costruire una stabilità propria, nato dalla sua assenza di radici solide. "C'è una complessità nella clausura: un riparo offre una distanza dalla realtà, mentre un rifugio ti spinge a sentire che la vita al suo interno è unica. Ma ciò di cui abbiamo bisogno è protezione, un luogo di stabilità per accettare la fragilità".

Impegnato a partire dai primi anni 2000 in progetti dal calibro internazionale, come la costruzione del grande guscio nei giardini di Kensington, per il 14esimo Serpentine Pavilion, che lo rende celebre sulla scena internazionale, Radić non abbandona, nonostante la crescente fama, la sua poetica architettonica, sensibile e attenta al contesto. Per lui l’architettura è una pratica collettiva e in continua evoluzione, sospesa tra artificiale e naturale. Per questa ragione fonda nel 2017 la Fundación de Arquitectura Frágil, ospitata nel suo studio a Santiago, per sostenere un'architettura sperimentale che sfida i confini disciplinari. 
Il linguaggio architettonico di Radić si comprende attraversando, facendo esperienza della sua progettazione: un’architettura immediatamente riconoscibile, ma concettualmente sfuggente. I suoi edifici non sono concepiti semplicemente come artefatti visivi; piuttosto, richiedono una presenza incarnata.

Tra i progetti più celebri segnalati dalla giuria figurano la Casa per il poema dell’angolo retto (2013), il Centro per le arti dello spettacolo di Santiago del Cile (2015) e il Teatro Regionale del Biobío (2018): opere che, come sottolinea l’annuncio del premio, offrono un contributo profondo e duraturo all’umanità e all’ambiente attraverso l’arte dell’architettura.

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