At­tra­verso la fo­to­gra­fia, dell’ar­chi­tet­tura

La casa tra binari e giardini a Baden bei Wien svela geometrie insolite e spazi compressi. La fotografia interpreta l’architettura, rivelando relazioni tra volumi, luce e percorsi, offrendo una lettura spaziale alternativa rispetto all’immagine uniforme del contemporaneo.

Date de publication
28-10-2025

Il musicista soffia nel clarinetto. La pittrice stende il velo di colore sulla tela. Lo scultore batte la mazza sullo scalpello puntato al blocco di marmo. La fotografa aziona l’otturatore che protegge la superficie fotosensibile. L’architetta e l’ingegnera invece non piegano i ferri d’armatura e non gettano il calcestruzzo nel cassero. Qualcun altro al loro posto esegue queste operazioni e lo fa sulla base del loro progetto. L’architettura e l’ingegneria civile sono tra quelle discipline che costringono autori e autrici ad un’espressione culturale intermediaria, ovvero a prendere in prestito un linguaggio che permetta loro di comunicare il contenuto del progetto, affinché possa essere messo in opera

Lucio Costa, per formulare al meglio le relazioni programmatiche della nuova Brasilia, scelse lo strumento della prosa. André Bloc si affidò invece alla modellazione del gesso per comunicare le geometrie complesse e ritorte dei suoi Habitacles. Lina Bo Bardi scelse invece l’acquarello per tradurre a colori il belvedere del museo d’arte di São Paulo. 

In architettura siamo costantemente confrontati con la scelta del mezzo più preciso, più codificato o più familiare per rappresentare un determinato aspetto costruttivo, organizzativo o spaziale del progetto. Utilizziamo mezzi espressivi che purtroppo o per fortuna non padroneggiamo e anche nei rarissimi casi in cui il singolo documento è apprezzato per le sue qualità artistiche, esso ha valore prima di tutto in quanto parte del processo progettuale. Di riflesso, il progetto è il risultato di una sequenza, di una sintesi o di un assemblaggio di non-architetture, ovvero di frammenti prodotti invadendo il campo di attività di altre discipline: il disegno, la prosa, la scultura, la fotografia, ecc.

Inevitabilmente ricorriamo ai medesimi strumenti che impieghiamo per rappresentare i nostri pensieri progettuali, per dare forma alla nostra percezione degli spazi che non abbiamo progettato. L’uso di pratiche diverse dalla nostra disciplina – semplificando, la trasformazione dello spazio – si estende quindi anche alla riflessione sul lavoro degli altri.

Ne è un magnifico esempio l’incarico che Giuseppe Terragni affidò a Ico Parisi, ai tempi suo collaboratore, per fotografare la Casa del Fascio. Gli scatti, alcuni fuori fuoco, altri sovraesposti, riescono tuttavia a rivelare le sovrapposizioni spaziali delle partizioni vetrate, i complessi intrecci tra le diverse strutture e il surreale ma intenso dialogo tra l’edificio e il Duomo di Como. Parisi non utilizza la macchina fotografica come strumento di sublimazione o peggio di propaganda, bensì come strumento di ricostruzione dell’esperienza spaziale, di annotazione dell’inaspettato, in altre parole, di critica dell’architettura.

In architettura siamo quindi costretti ad esprimerci in lingua straniera, spesso anche più d’una. Non ci resta che impugnare la stilografica, lo scalpello o la macchina fotografica con l’incertezza e il disagio che contraddistinguono chi prende parola in una lingua diversa da quella in cui pensa. La lunga premessa è indispensabile per inquadrare lo spirito e lo stato psicoemotivo che caratterizza la nostra attività di architetti con fotocamera, che ci ha condotto a collaborare con i colleghi dello studio Balissat Kaçani per la rappresentazione fotografica della casa tra binari e giardini a Baden bei Wien, progettata in collaborazione con Jann Erhard.


Il desiderio di sperimentazione nel terreno della fotografia d’architettura nasce da una certa delusione rispetto all’immaginario che occupa il dibattito odierno. Ci siamo dovuti abituare a consumare la produzione architettonica contemporanea attraverso flussi di immagini, siano esse fotografie o rendering, che tendono ad un’allarmante uniformità. Sempre più immagini mostrano un disinteressamento verso le reali specificità del progetto, ponendo piuttosto l’accento sui tratti comuni tra i diversi progetti. Immagini dalle prospettive educate, tecnicamente acculturate e versatili nell’utilizzo sia per lo schermo dello smartphone, sia per le locandine delle mostre. 


Il progetto per la casa tra binari e giardini ci è noto sin dai primi modelli di studio. Durante gli studi al Politecnico di Zurigo già si dibatteva su come contaminare gli spazi abitativi assorbendo l’ampio movimento del tracciato dei binari che affianca e dà forma alla parcella. Dopo gli studi, nel 2017, si esponevano insieme i modelli di diversi progetti tra cui quello in scala 1:20 della casa, finito di realizzare la sera stessa del vernissage, per la mostra Miniatures and Landscapes presso la galleria BaltsProject. In quel periodo il progetto era riconoscibile per le sue caratteristiche principali. 

Il principio di organizzazione spaziale, inusuale e controintuitivo, consiste nella divisione longitudinale dello spazio interno, comprimendo tutti gli spazi dell’unità domestica ad eccezione del soggiorno in una sola metà dell’edificio, quella verso i binari. L’altra metà, quella rivolta verso il giardino, rimane conseguentemente vuota e straordinariamente estesa sull’intera altezza del corpo architettonico. Dallo spazio del soggiorno si sviluppano due scale che incatenano lungo percorsi opposti due coppie di stanze. Ciascuna di queste è illuminata da un’ampia apertura vetrata di forma pressoché quadrata e ventilata da una porta finestra ad essa accostata. Alla struttura organizzativa lineare e precisa, si contrappongono le geometrie complesse risultanti dalle molteplici impronte dei corpi scala, ruotati parallelamente alla facciata piegata dalla linea di arretramento dai binari. 


L’esperienza della casa si contraddistingue per la compressione delle due sequenze di spazi paralleli, opposti e diversi per geometria e illuminazione, verso un unico spazio di più grande respiro. Per rappresentare la casa abbiamo scelto di mettere in dialogo spazi tra loro sconnessi, non comunicanti, ma legati da un rapporto di complementarietà. Per farlo abbiamo scelto di utilizzare ripetutamente il dittico. Questa figura permette di restituire l’esperienza dai tratti labirintici della casa, costruendo immagini composte dalla giustapposizione di due fotogrammi raffiguranti spazi analoghi, tra loro sconnessi. Attraverso la fotografia abbiamo provato ad offrire una lettura spaziale alternativa alla percezione fugace della casa, una lettura di cui forse solo gli abitanti della casa tra binari e giardini, attraverso l’appropriazione quotidiana e costante dello spazio, possono fare esperienza.