Senza confini
Una casa sul Mar Nero
Un’intervista a Laura Cristea e Raphael Zuber racconta come, sulle rive del Mar Nero, la costruzione della propria casa diventi un gesto esistenziale: un rifugio aperto al paesaggio, dove intimità e mondo si incontrano in uno spazio in continua trasformazione.
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Costruire una casa è spesso una reazione ai confini e ai limiti di una condizione personale. Negli ultimi cinque anni ci siamo posti una domanda: «a cosa serve una casa?» L’abbiamo rivolta a una variegata comunità di individui e abbiamo discusso degli spazi significativi che formano la memoria personale dell’esperienza. È attraverso questo lavoro che, col tempo, la comune lotta per l’abitazione – che quasi tutti noi affrontiamo – assume un significato collettivo condivisibile.1
Laura Cristea e Raphael Zuber sono due architetti il cui lavoro trascende confini, culture e norme. Abbiamo avuto il privilegio di parlare con loro in due momenti chiave, che hanno coinciso con l’inizio e il termine del loro recente progetto di costruzione della propria casa sulle rive del Mar Nero, nel sud della Romania.
L’atto dell’abitare, dell’edificare, dell’appropriarsi di un terreno, di segnare la proprietà, di occupare uno spazio, sta al cuore dell’architettura. Questo gesto, a volte percepito come trasgressione, più spesso come azione ordinaria, diventa ancora più esplicito quando il progetto riguarda una casa per le vacanze, un rifugio in un luogo spesso lontano. In questo caso, la casa nasce da un centro impercettibile: il nucleo di una vita privata che, nei momenti nei quali è abitata, si apre alla sfera pubblica e all’ambiente naturale con un’insolita trasparenza.
Riccardo Amarri, Matthew Bailey, Mateusz Załuska (ABZ): Perché costruire una casa in Romania?
Laura Cristea, Raphael Zuber (CZ): Crediamo che costruire la propria casa sia la cosa migliore che si possa fare. Costruire è un modo di dare forma alla vita, e nulla lo rivela più chiaramente che realizzare la propria casa. Si è costretti a prendere decisioni e non ci sono scuse. A lungo abbiamo sognato di farlo e abbiamo cercato un terreno vicino a un corso d’acqua aperto, dove poter nuotare. Altri criteri importanti erano che non fosse a più di tre ore da un aeroporto internazionale e che fosse realistico, economicamente e di fatto, costruirvi. Così, quando, un po’ per caso, abbiamo trovato questo terreno sul Mar Nero e abbiamo avuto la possibilità di acquistarlo, non abbiamo esitato, anche se non era certo che sarebbe stato possibile realizzarvi qualcosa: al momento dell’acquisto, era ancora terreno agricolo.
ABZ: Avete mai considerato di costruire qualcos’altro lì rispetto a una casa?
CZ: Questa zona è probabilmente una delle ultime aree edificabili lungo la costa rumena e noi siamo tra i primi a costruire. La scelta più ovvia e finanziariamente ragionevole sarebbe stata costruire un piccolo hotel o una pensione. Tuttavia, non volevamo commercializzare il terreno e ci piace l’idea che, in futuro, avremo un nostro mondo privato all’interno di un’area che probabilmente si svilupperà in modo piuttosto caotico. Ma in questo non c’è nulla di romantico.
ABZ: Come si relaziona la casa con il terreno?
CZ: Sin dall’inizio eravamo consapevoli che, nel tempo, la nostra casa sarebbe stata affiancata da molti vicini, e già da quando abbiamo iniziato la costruzione, la zona ha cominciato a popolarsi. Per questo, istintivamente, abbiamo pensato a un cortile, a una casa con relazioni interne proprie, dove qualunque cosa fosse accaduto intorno a noi non avrebbe influenzato le nostre vite e, al contempo, le nostre abitudini non avrebbero interferito con quelle degli altri.
Dopo un po’, l’idea di chiuderci ci è piaciuta sempre meno e abbiamo iniziato a considerare tutto ciò che ci circonda come «natura del luogo»; la sua bellezza, la sua bruttezza e la sua trasformazione nel tempo. Che si tratti di un altro edificio o di vegetazione, tutto fa parte di un paesaggio in continua crescita, che non possiamo controllare. Da allora abbiamo iniziato a pensare a come far parte di questa realtà, di questo spazio quasi infinito in costante trasformazione, e a come sentirci a nostro agio in esso, rendendolo «nostro».
ABZ: In che modo il clima ha influenzato la vostra comprensione del luogo?
CZ: Le estati sono calde e secche; le temperature superano facilmente i 35°C. In inverno possono scendere fino a -5°C e l’umidità è elevata, con pioggia quasi orizzontale o neve. Durante il giorno il vento è costante, talvolta molto forte e spesso di mutevole direzione. La sera, però, il vento di solito si placa e cala una calma totale. Fin dall’inizio volevamo costruire una casa in cui vivere all’aperto, e quindi piattaforme, muri e tetti sono disposti in modo da garantire sempre un’area protetta, a prescindere dalle condizioni meteorologiche.
ABZ: Essere aperti e accettare tutto ciò che ci circonda non è comune in un’epoca in cui spesso recinzioni e muri servono a definire con forza lo spazio privato. Da dove nasce questa convinzione?
CZ: Come detto, abbiamo dapprima pensato a un cortile. Ma confrontandoci con altre case, che ammiriamo molto, ci siamo convinti che non volevamo costruire un recinto; non ci sentivamo a nostro agio con questa idea. Così, col tempo, l’idea di casa si è ridotta ai minimi termini, è diventata piuttosto una struttura nel paesaggio, intorno alla quale si vive, muovendosi tra stati contraddittori.
La camera da letto interna e il bagno sono le uniche stanze rettangolari della pianta. Sono gli unici spazi con confini definiti e un’atmosfera quasi ipogea. Allontanandosi da essi, le soglie si fanno più sfumate, i limiti meno riconoscibili. Gli spazi progressivamente iniziano a sovrapporsi, a confondersi, a dilatarsi in sequenze sempre più aperte, concludendosi, lungo la strada, con la piattaforma. Tutto questo, compreso l’ambiente circostante in continua trasformazione, si fonde in un unico spazio che si dissolve progressivamente in una condizione di indefinitezza.
ABZ: È affascinante: è più un paesaggio mutevole di elementi e di usi – il rivelarsi delle azioni private e pubbliche – come lo percepite voi?
CZ: Muoversi in questa casa non significa spostarsi da una stanza all’altra. L’atto stesso del muoversi è più astratto ed essenziale; ti fa ricordare condizioni precedenti, ti fa capire e percepire che fai sempre parte di uno spazio molto più ampio di quello che fisicamente percepisci intorno a te.
ABZ: In un certo senso la casa non è mai veramente percepibile – una sequenza – e mai un oggetto…
CZ: Esatto. Se guardi la casa da un lato, è impossibile capire com’è dall’altro. Muovendosi di poco, lo spazio intorno può cambiare radicalmente di carattere: puoi sentirti improvvisamente più protetto, o completamente esposto, o persino essere al riparo a sbirciare, e così via. Di conseguenza, la continuità dello spazio e le molteplici esperienze che offre fanno percepire la casa più grande di quanto in realtà sia.
Non vogliamo distaccarci dalla vita pubblica, dalla società, dalla natura o dallo spazio stesso: comprendiamo tutto come un’unica cosa e vogliamo sentirci profondamente connessi ad essa.
ABZ: Questa connessione nasce da un principio che modula ciò che è privato e ciò che è pubblico?
CZ: Consideriamo di poter avere aree di diversi, talvolta opposti, gradi di intimità non solo come un privilegio, ma come una necessità esistenziale. La camera da letto interna è l’unica in cui si percepisce chiaramente un centro geometrico (il bagno ha invece una luce zenitale che ne sposta il baricentro). Questo la rende la stanza più distaccata, più centrata su se stessa e quindi la più privata della casa. Da lì, questo spazio si sviluppa gradualmente, diventando sempre più esposto. Ci piace immaginare di sederci sulla piattaforma sospesa in una calda notte estiva, dopo che il vento è cessato e nel buio più completo.
ABZ: Com’è la vita quotidiana in uno spazio simile?
CZ: Anche questo è un interrogativo per noi. Alcune aree dello spazio sono molto specifiche. Ad esempio, dove lo spazio si fa scuro dietro l’angolo, invita naturalmente al sonno; o dove il soffitto è basso nel lungo corridoio, si crea un ambiente più intimo intorno al fuoco. Ma speriamo che diventi un luogo in cui il movimento segue le stagioni, il clima e la presenza degli altri. Ci sarà sempre un’area riparata dal vento, a seconda della direzione da cui proviene. Oppure ci sarà sempre un’area riparata dal sole, a seconda dell’ora del giorno. Le transizioni di questo spazio creano zone molto differenziate, e ci sarà sempre un luogo dove ci si sente a proprio agio o, meglio ancora, appagati. Crediamo che essere esposti a queste condizioni mutevoli e poter reagire con sensibilità crei un grande comfort e libertà mentale.
ABZ: Quante persone possono esserci – è un luogo per grandi feste?
CZ: Abbiamo sempre voluto che fosse un luogo dove tutto è possibile. Ci si deve sentire bene da soli, in due o in molti, anche con estranei. E sì, prevediamo di fare feste, forse persino con una band che suoni sulla piattaforma, accanto al mare, sotto la luna…!
ABZ: Potete spiegare meglio il contesto?
CZ: Il lotto si trova su un piano orizzontale di terreni agricoli, a circa 10 metri sul livello del mare. Si situa dietro una strada sterrata che segue il retro della spiaggia, un luogo molto ampio e selvaggio, appartenente a un’area naturale protetta. Lungo questa strada c’è una piattaforma di 9 x 16 m che, sollevata dal suolo di 80 cm agisce come un palcoscenico. Dietro di essa, a mo’ di backstage, c’è l’area esterna principale della casa, circondata da tre muri di altezze diverse e parzialmente coperta da un tetto inclinato. Dietro questi muri si trova il nucleo dell’abitazione, da dove si può accedere allo spazio esterno per dormire sull’altro lato della casa, lasciandosi così alle spalle il contatto diretto con il mare. Guardando verso la spiaggia, la piattaforma stabilisce sia l’orizzonte sia un riferimento visivo nel paesaggio.
ABZ: Durante il progetto, come avete sviluppato e controllato queste progressioni spaziali?
CZ: Fondamentalmente, abbiamo riflettuto su ciò che ci piace, e naturalmente anche su ciò che non ci piace. Abbiamo discusso di come immaginiamo idealmente una giornata: di come ci piace alzarci al mattino, sederci comodi a bere qualcosa, farci una doccia al ritorno dal mare, cucinare, nuotare e ritornare poi a casa.
Ma abbiamo anche pensato a come vorremmo fare tutte queste cose in una calda giornata estiva, quando neppure la notte porta refrigerio, oppure in una tempestosa giornata d’inverno, immersi in un paesaggio ghiacciato, soli o in compagnia. Ci siamo chiesti se preferiremmo sederci sotto una copertura o all’aperto, se quella copertura dovrebbe essere alta o bassa, orizzontale o inclinata; se vorremmo affacciarci su qualcosa o semplicemente sapere di guardare nella direzione di quel qualcosa... Abbiamo riflettuto, in sostanza, su tutto ciò che vorremmo fare in quel luogo e sul modo in cui vorremmo farlo, considerando sempre le relazioni reciproche tra le cose. È, in realtà, il modo in cui lavoriamo sempre, ma quando si tratta della propria casa tutto assume un carattere più esistenziale.
Insieme, tutte queste esperienze e questi momenti non producono una forma complessiva imposta: la casa è piuttosto la somma di singoli elementi. Per unirli in un insieme coerente e interdipendente, abbiamo lavorato soprattutto sulle piante, per controllare l’impianto generale e l’ordine delle cose, e su un modello tridimensionale, per aiutarci a immaginare lo spazio. Prima di iniziare la costruzione abbiamo realizzato un modello in cartone per spiegare all’impresa ciò che avrebbe dovuto costruire — anche se, a dire il vero, non siamo ancora sicuri che sia stato davvero utile...
ABZ: Parlateci della materialità della casa e della sua costruzione.
CZ: La nostra casa è tra le poche costruzioni in cemento a vista del Paese. In Romania, la costruzione spesso ruota attorno al bricolage e alla combinazione di materiali e sistemi strutturali diversi. Volevamo qualcosa di molto solido – una struttura duratura; una casa che si possa pulire «con il tubo dell’acqua».
Dopo quasi un anno di ricerca abbiamo trovato un costruttore entusiasta di affrontare la sfida e collaborare con noi. Gran parte del lavoro è stato manuale, compresi scavi e impalcature. Abbiamo ottenuto alcuni pannelli di casseratura Doka standard e, dopo periodi di sperimentazione e invenzione a ogni gettata, il calcestruzzo è venuto molto bene. Per la parte riscaldata della casa abbiamo usato mattoni isolanti, combinandoli con parti convenzionali in calcestruzzo armato, in modo che insieme apparissero e funzionassero come un’unità minerale unica. Infine, ai mattoni a vista è stato applicato a pennello uno strato di calce, e l’intero edificio è stato trattato con una velatura azzurro chiaro uniforme. Questa tonalità è estremamente sensibile alla luce e, a seconda dell’esposizione solare, ogni elemento può apparire molto diverso. L’aspetto della casa cambia continuamente e rimane nella nostra mente come una struttura smaterializzata.
Ci piace molto nuotare nel mare o stare in spiaggia e guardare la casa confondersi con il cielo; sotto il sole caldo, la tinta azzurro chiaro crea un’atmosfera piacevolmente fresca.
- Luogo Costa del Mar Nero (RO)
- Committenza Laura Cristea, Raphael Zuber
- Architettura Laura Cristea, Bucharest + Raphael Zuber, Chur (Pelinu Projects SRL)
- Collaboratori Denisa Balaj, Jonas Domeisen, Edyta Filipczak, Yohei Fujita, Magda Juravlea, P+P
- Ingegneria civile Ionuț Negreanu (Expvibra SRL)
- Ingegneria impiantistica Costin Chițu
- Impresa Cataleya Building SRL
- Fotografia Laura Cristea + Raphael Zuber, Mihai Rotaru
- Date 2018-2025
Note
1 Riccardo Amarri, Matthew Bailey, Mateusz Załuska, «what is a house for… stadio della performance pubblica, elemento della società, organismo territoriale, luogo dell’inconscio e della vulnerabilità, sfida al comfort, dispositivo per risvegliare la coscienza, collisore di contraddizioni, ospite di conflitti interiori, atto di resistenza, portale della memoria e soglia dell’infinito, dai confini sfumati» (Lezione, ETHZ, 17 maggio 2023).
Per approfondire il progetto di ricerca di Riccardo Amarri, Matthew Bailey, Mateusz Załuska https://whatisahousefor.com/