La di­men­sione do­mes­tica della cura

La dimensione domestica della cura trasforma l’abitare in pratica attiva: coabitazione, spazi condivisi e interdipendenza sostengono fragilità e autonomia, restituendo dignità e relazioni agli abitanti, dalle nuove generazioni agli anziani, dentro città inclusive e partecipate.

 

Date de publication
23-09-2025
Luca Reale
Dr. arch., prof. assoc. DAP Sapienza Università di Roma

The domestic dimension of care, english version

Prendersi cura (attraverso l’abitare)

L’attenzione per l’altro è da sempre uno dei pilastri della società umana. Molti anni fa, alla domanda di uno studente su quale elemento potesse essere identificato come il primo indicatore di una civiltà, l’antropologa Margaret Mead risponde senza esitazione: «un femore rotto e poi guarito».1 In quelle parole si racchiude l’intuizione che la civiltà nasce non dalla forza, bensì dalla cura, dal momento in cui qualcuno si è fermato ad aiutare un altro individuo a guarire. In natura, infatti, un animale con un arto fratturato solitamente non sopravvive, diventa preda o viene escluso dal gruppo. La guarigione di un osso infranto dimostra invece l’esistenza di un’organizzazione sociale tipica della specie umana: qualcuno ha assistito chi era ferito, lo ha curato, protetto e nutrito nel tempo prolungato del recupero. È dunque nell’assistenza reciproca il punto preciso in cui la civiltà inizia. Oggi è ampiamente dimostrato che sono molte altre le specie animali, in particolare i primati, capaci di intervenire nella cura di fratture, mettendo in atto comportamenti di vicendevole sostegno, pratiche di accudimento osservate anche in contesti interspecie. Ma al di là dell’impostazione antropocentrica (ormai desueta) dell’aneddoto sopra citato, l’episodio indirettamente evidenzia anche quanto siano state sempre considerate centrali — in una società come la nostra, fondata sulla valorizzazione delle libertà individuali — concetti quali l’indipendenza, l’autonomia fisica e la mobilità personale. Capacità, che tendono fisiologicamente ad affievolirsi in vecchiaia.

Nell’affrontare la questione in ambito domestico, ovvero nella pratica dell’ospitalità che si esprime nella dimensione della casa, è opportuno interrogarsi preliminarmente sulla persistenza di un paradigma che considera la struttura assistenziale dedicata agli anziani – concepita come la soluzione più efficiente e umanamente sostenibile – come l’unica modalità abitativa possibile nel momento in cui vengono meno le nostre capacità di autosufficienza.

Questo breve testo mette in discussione la necessità di trattare la residenza per anziani come tipologia separata, suggerendo invece modelli collettivi integrati, con servizi condivisi e relazioni di supporto anche intergenerazionale, rivolti a utenti del tutto o parzialmente autosufficienti.

Maggie Kuhn,2 contestando i più diffusi pregiudizi associati all’invecchiamento — quali la marginalizzazione sociale e la percezione di ridotta competenza professionale — che conducono frequentemente all’esclusione e alla stigmatizzazione degli anziani (ageismo), ha ribaltato la questione evidenziando come la terza età sia in realtà una fase della vita di grande libertà e sincerità: un momento di autodeterminazione, in cui è possibile provare nuovi modi di vivere; un’età sperimentale, come  recentemente definita dallo scrittore Erri De Luca.3

Kuhn sottolinea come, nella società contemporanea, si tenda a sovrastimare il concetto di indipendenza, trascurando l’opportunità di promuovere un modello fondato sull’interdipendenza. Quest’ultimo risulta particolarmente pertinente in una realtà demografica caratterizzata da un progressivo allungamento della vita, in cui gli individui possono trarre vantaggio da relazioni basate sul reciproco sostegno, specialmente nelle fasi in cui l’autosufficienza risulta parziale o compromessa. Nella terza età, infatti, non è più necessario competere, ma diventa fondamentale collaborare, costruendo legami più stretti anche con persone con cui prima non si era mai entrati in contatto.

Allo stesso modo in cui la cura richiede un’azione concretamente propositiva, anche la maniera in cui abitiamo può esser vista come una pratica attiva e progettuale. Qui il concetto di abitare, superato il suo essere mero comportamento istintuale, «si organizza come opus dell’intelligenza e della progettualità tipiche degli umani, senza mai staccarsi dalla sua matrice biologica originaria, che anzi esso riconferma in ogni sua più elevata manifestazione».4 Specialmente in contesti di abitazioni collettive, vivere insieme significa dunque condividere non solo spazi, ma anche tempo, risorse e, soprattutto, la comune vulnerabilità, che sia fisica, sociale o economica. La dipendenza reciproca tra gli individui contribuisce alla costruzione di un diverso modo di abitare, frutto di un impegno a produrre una situazione comune di benessere. Possiamo dire che sia proprio la condizione condivisa di fragilità a consentire l’affermazione dell’uguaglianza, creando le premesse per una cooperazione che sostiene la qualità della vita.5 La mutua interrelazione tra soggetti che coabitano uno stesso contesto spaziale si configura infatti come un elemento essenziale dell’esperienza abitativa, come evidenziato già da Gaston Bachelard nel suo studio sull’immaginazione dello spazio domestico, dove sottolineava l’importanza dell’esperienza soggettiva nel definire il senso e «l’essenza della nozione di casa»6 in «ogni spazio veramente abitato».7

In questa prospettiva, la cura assume una valenza ontologica, configurandosi come elemento intrinseco e costitutivo dello stesso concetto di abitare, divenendo parte integrante della definizione di spazio abitato, inteso non solo come costruzione fisica, ma anche come sistema relazionale e interdipendente. Abitare significa dunque agire attivamente nello spazio, avendo attenzione per sé e per gli altri attraverso una relazione costante con l’ambiente fisico e con la comunità di cui si è parte.

La necessaria evoluzione dell’alloggio collettivo

L’invecchiamento della popolazione rappresenta uno dei fenomeni demografici più rilevanti del XXI secolo, particolarmente marcato nei paesi occidentali (Europa, Nord America) e in quelli politicamente ed economicamente a essi affini, come Australia, Corea del Sud e Giappone. L’aumento progressivo della quota di popolazione over 65 sul totale degli abitanti sta determinando trasformazioni profonde di natura sociale, economica, culturale e territoriale. L’indice di dipendenza degli anziani,8 che in Europa nel 2001 era pari al 25,9% e nel 2020 è giunto al 34,8%, si stima che toccherà il 56,7% nel 2050, traducendosi nel rapporto di un solo lavoratore per ogni persona in età da pensione.9

Tuttavia, di fronte a questo cambiamento epocale, l’offerta abitativa nel campo delle residenze collettive resta ancorata a schemi tipologici e funzionali superati; la famiglia nucleare continua a essere assunta come unità abitativa di riferimento, sebbene nelle aree metropolitane i nuclei monopersonali rappresentino ormai la componente prevalente. Al tempo stesso, una parte consistente della popolazione anziana vive ancora in abitazioni sostanzialmente simili a quelle del primo Novecento, con minimi interventi di adeguamento tecnologico o funzionale. In generale, il patrimonio edilizio collettivo continua a rifarsi a normative, standard prestazionali e modelli spaziali ereditati dal lessico del funzionalismo, sempre meno rispondenti alle esigenze abitative contemporanee.

Questo disallineamento si traduce in un’offerta rigida e poco diversificata, spingendo la ricerca progettuale verso soluzioni più aperte, flessibili e trasformabili, capaci di rispondere alle nuove forme di convivenza, o ai bisogni di utenti in condizione di fragilità, pur senza essere concepite esclusivamente per questa categoria. Da ciò deriva, ad esempio, l’esigenza di superare la visione tradizionale dell’alloggio per anziani, promuovendo invece modelli residenziali orientati alla coabitazione e alla condivisione di spazi, servizi e attività.

Negli ultimi anni, numerose sperimentazioni che sviluppano soluzioni abitative alternative hanno tentato di distaccarsi dalle logiche del mercato immobiliare dominante. In questi nuovi approcci, l’abitante fragile non è più inteso come soggetto speciale, ma come paradigma di una nuova modalità dell’abitare, capace di includere persone vulnerabili sotto molteplici aspetti: si tratta in prevalenza di individui soli, con redditi medio-bassi, spesso anziani, che vivono in abitazioni non adeguate alle loro reali necessità.

Questi modelli differenti mirano invece a contrastare l’isolamento sociale, alleggerendo al contempo il sistema di welfare dai compiti di assistenza quotidiana non specializzata. In molti casi, come avviene in Svizzera e in Germania, tali esperienze prendono avvio dalla costituzione di comunità intenzionali, fondate su incontri pubblici in cui i futuri residenti definiscono collettivamente le regole di convivenza, la configurazione degli spazi e le modalità di gestione condivisa delle strutture.

Va tuttavia sottolineato che la condizione di fragilità non riguarda esclusivamente la popolazione anziana: coinvolge trasversalmente tutte le fasce d’età, includendo giovani, lavoratori precari, disoccupati, genitori separati e adulti costretti, per ragioni economiche o sociali, a ritornare a vivere nella casa di origine.

Due opposte fragilità

Sebbene le criticità legate all’invecchiamento (pressione sul sistema sanitario, insostenibilità previdenziale, isolamento ed esclusione sociale) siano reali e complesse, è importante ricordare che un’elevata età media non costituisce di per sé una debolezza della nostra società, bensì un indicatore assolutamente positivo del benessere collettivo. Se fosse possibile misurare oggettivamente i sentimenti umani, l’aspettativa di vita sarebbe uno degli strumenti più efficaci per valutare la qualità (e la felicità) di un Paese.10 In questo senso, la crescente longevità delle popolazioni europee non dovrebbe essere vista come un problema, ma come il risultato virtuoso di sistemi di welfare tutto sommato funzionanti, di un ambiente salubre, di un’efficace rete sanitaria e della disponibilità di beni essenziali come acqua, cibo e servizi pubblici. Inoltre, la concezione di città su cui si fonda la nostra cultura urbana europea è storicamente orientata a garantire condizioni di partecipazione e inclusione, anche per i soggetti più vulnerabili. L’organizzazione dello spazio pubblico, la qualità dell’abitare, la mobilità e l’accessibilità rappresentano strumenti fondamentali di giustizia spaziale, contribuendo in modo sostanziale al benessere collettivo. Parafrasando Amartya Sen, lo sviluppo è libertà: non si tratta solo di costruire luoghi, ma di abilitare persone.11

In questa prospettiva, l’aspettativa di vita può essere letta anche come una chiave interpretativa dei flussi migratori globali: i movimenti di popolazione dal Sud al Nord del mondo sono in larga parte alimentati dalla ricerca di migliori condizioni di vita, maggiore sicurezza e accesso a servizi pubblici più sviluppati. Come evidenziano numerosi studi,12 le persistenti disuguaglianze territoriali, in termini di reddito e opportunità, rappresentano uno dei principali fattori strutturali alla base di tali dinamiche.

Accanto al processo di invecchiamento della popolazione – che si mantiene attiva e autonoma per periodi sempre più lunghi – si afferma poi un fenomeno spesso sottovalutato: la crescente difficoltà dei giovani nel raggiungere l’indipendenza abitativa. Emerge in tutta Europa questa condizione di fragilità, evidenziata dall’aumento della popolazione NEET 13 (giovani tra i 15 e i 34 anni che non studiano e non lavorano né si formano), accentuata da disuguaglianze di genere e squilibri territoriali: in Svizzera, ad esempio, la percentuale di NEET è all’8%, più bassa della media UE (11%), ma nel Canton Ticino si attesta su un valore più che doppio (17%).14

In Italia il fenomeno ha assunto dimensioni particolarmente critiche: la percentuale di NEET è cresciuta dai 2 milioni di individui (22,1%) nel 2010 a oltre 3 milioni nel 2020, con picchi tra le donne e nel Mezzogiorno.15 A questa tendenza si affianca il fenomeno dei cosiddetti boomerang kids, giovani adulti che, dopo aver sperimentato l’autonomia abitativa, rientrano nella casa dei genitori. La sociologa Katherine Newman ha descritto questo modello come «famiglia fisarmonica»,16 che si espande e si contrae per accogliere figli adulti, soprattutto nei contesti colpiti da crisi economiche. Secondo dati recenti, in Italia circa due terzi dei giovani tra i 18 e i 34 anni continuano a vivere nella famiglia di origine, contro una media europea del 49,6%,17 mentre oltre il 44% degli over 65 abita da solo in case con più di cinque stanze.18 Questo squilibrio abitativo evidenzia l’opportunità, e la necessità, di sviluppare modelli di coabitazione intergenerazionale, anche attraverso soluzioni semplici, che non implichino grandi interventi strutturali. L’abitare intergenerazionale può dunque offrire una risposta concreta a queste due condizioni di fragilità – opposte ma complementari – che caratterizzano in modo crescente le società industrializzate, e in particolare quella europea.

Un cambio di paradigma

Progettare uno spazio domestico per un abitante fragile significa, in primo luogo, rivedere radicalmente l’approccio alla residenza collettiva, superando modelli resistenti e standardizzati a favore di soluzioni più complesse, flessibili e capaci di riflettere la diversità delle vite che vi si svolgono. L’abitazione intergenerazionale rappresenta in questo senso non tanto una tipologia alternativa, quanto un vero e proprio cambio di paradigma: uno spazio che integra fragilità differenti – legate all’età, alla condizione fisica, economica o sociale – in un assetto architettonico capace di valorizzare la convivenza. La complessità, intesa non come ostacolo ma come risorsa progettuale, si traduce prima di tutto in configurazioni che promuovono la continuità tra spazi interni ed esterni, l’apertura all’ambiente urbano e la moltiplicazione degli accessi e delle relazioni.19

La dimensione domestica della cura si manifesta allora da un lato attraverso un cambio di mentalità (pensare l’alloggio come uno spazio anche sociale e relazionale), dall’altro per mezzo di strutture abitative che presentino alcuni specifici caratteri. L’abitazione – specialmente in una situazione di fragilità dell’abitante – non deve mai favorire la segregazione o l’isolamento. Il primo presupposto è dunque che tali strutture siano collocate in un contesto urbanizzato e connesso alla vita quotidiana.

Anche se non direttamente pensata per le fragilità, la cooperativa Kalkbreite di Zurigo (Müller Sigrist Architekten, 2014) è, ad esempio, un caso emblematico di rigenerazione urbana integrata, in cui l’abitare cooperativo si coniuga con l’attivazione del tessuto urbano circostante. Concepita come una infrastruttura sociale ad alta permeabilità urbana, è caratterizzata da accessi multipli, tetti fruibili e un cortile pensile realizzato sopra un deposito di tram. L’articolazione volumetrica e la commistione funzionale favoriscono l’interazione tra sfera privata e collettiva, delineando una tipologia residenziale ibrida, flessibile, replicabile. Questo intervento costituisce un modello avanzato non solamente per la sua collocazione, ma perché integra residenza, spazi commerciali e servizi pubblici, generando un nuovo polo di centralità per il quartiere. Ad una scala minore, il medesimo approccio è rintracciabile nel nuovo quartiere intergenerazionale Parco San Rocco di Coldrerio (cfr. pp. 66-71), dove la realizzazione di una casa per anziani, un centro polivalente comunale (con spazi per giovani, eventi e attività scolastiche) e una residenza per anziani autosufficienti è l’occasione per ripensare un nuovo polo comunitario, basato su inclusione sociale e solidarietà tra generazioni. L’intervento costituisce oggi un luogo d’incontro per la comunità connettendo l’area con la vicina scuola primaria e il resto del paese.

Un secondo importante requisito per una residenza collettiva integrata e inclusiva consiste nell’evitare al tempo stesso l’effetto albergo e l’effetto ospedale, favorendo piuttosto un carattere domestico,20 che restituisca la sensazione di trovarsi in una casa; questo si ottiene non solo attraverso la possibilità per gli abitanti di modificare gli interni degli alloggi, ma anche grazie alla trasformazione degli spazi distributivi in ambienti condivisi di cui gli abitanti possono appropriarsi tramite l’inserimento di arredi, sedute e oggetti personali. Questi spazi, pur mantenendo una funzione di passaggio, assumono una dimensione più familiare e una scala più domestica, favorendo le occasioni di incontro e socializzazione tra residenti. Anche la presenza di zone intermedie e ambiti più circoscritti che prevedano la possibilità, nelle aree comuni, di non stare sempre tutti insieme è una caratteristica importante, come nei Logements pour personnes âgées a Huningue in Francia (fig. 1-2).

L’edificio per appartamenti Sunny ParkLife a Melbourne in Australia (fig. 3), è stato sviluppato e costruito da una cooperativa di architetti. In risposta a un mercato immobiliare australiano dominato da logiche commerciali e speculative, la cooperativa ha scelto di proporre abitazioni accessibili, con l’obiettivo di rafforzare il senso di comunità a livello di quartiere, realizzare concretamente principi di sostenibilità ambientale e sociale, e riconoscere i diritti delle popolazioni aborigene, storicamente legate al territorio. L’edificio comprende trentasette abitazioni, due unità commerciali e una serie di spazi comuni studiati con attenzione, compreso un singolare spazio-teatro all’aperto sulla copertura, desunto dal vincolo del regolamento edilizio.

Altri elementi fondamentali di questa nuova idea di casa, intesa anche come spazio collettivo, sono: la tutela dell’individualità e la protezione della privacy; la possibilità di scelta e di libertà anche in situazioni di vulnerabilità cognitiva (come la demenza); la costruzione di una vera domesticità condivisa, in cui l’abitare non sia solo funzione, ma anche relazione, con l’idea di proteggere l’abitante (il paziente, in caso di completa non autosufficienza) senza mai isolarlo. In questo senso è fondamentale il lavoro sugli spazi di soglia, intesi come zone di interscambio e di voluta indeterminazione. Si tratta ad esempio, all’interno di un contesto protetto, di prevedere la possibilità per gli abitanti di poter vagare liberamente. Nella casa di cura The Gardens di Örebro, in Svezia (fig. 4-5), il progetto si articola attorno a una serie di corti aperte e vegetali, strettamente integrate con gli spazi interni e collegate tra loro da un ampio atrio/giardino d’inverno. Questa configurazione continua e permeabile consente ai residenti di muoversi liberamente tra gli ambienti interni, gli spazi all’aperto e le aree intermedie, promuovendo autonomia e favorendo momenti di socialità anche in compagnia di familiari e amici. Anche nel recente Dipartimento di psichiatria CHUV di Cery-Prilly vicino Losanna, realizzato su progetto degli architetti C/C/L Casiraghi Colombo Leuzinger (cfr. pp. 30-35), è presente questa strategia di non-costrizione: gli spazi esterni alle stanze degli ospiti sono continui e fluidi, distinti ma senza una demarcazione del limite tra l’uno e l’altro.

In questa prospettiva, la casa si configura sempre più come spazio sociale, luogo di co-presenza e interazione che, più che contenere la fragilità, la riconosce e la accoglie in quanto parte della vita quotidiana. Come evidenzia George Vaillant, coordinatore di un celebre studio longitudinale condotto dall’Università di Harvard sull’invecchiamento attivo, «la chiave per un invecchiamento sano sta nelle relazioni — sempre e soltanto nelle relazioni».21 Le evidenze raccolte in oltre 80 anni di ricerca confermano che la qualità delle relazioni interpersonali è uno dei principali predittori di benessere, salute e longevità. In questo senso, progettare per la fragilità significa soprattutto costruire condizioni di prossimità, scambio e supporto reciproco.

La dimensione domestica della cura prende allora forma attraverso un’abitazione collettiva che non si limita a resistere agli urti della vita – come suggerirebbe il concetto di resilienza – ma che reagisce attivamente, trasformandosi, secondo la logica dell’antifragilità,22 in una forma abitativa che cresce e si rinforza proprio nel confronto con la vulnerabilità e attraverso forme di mutuo sostegno tra i soggetti. È in questa direzione che l’abitare intergenerazionale può configurarsi non solo come risposta alle emergenze sociali contemporanee, ma soprattutto come orizzonte progettuale per le città del futuro.

 

Note

1 G. Lasco, Did Margaret Mead Think a Healed Femur was the Earliest Sign of Civilization?, disponibile online 

2 M.E. Kuhn (1905-1995) è stata un’attivista statunitense, fondatrice del movimento delle Gray Panthers.

3 Cfr. E. De Luca e I. de la Fressange, L’età sperimentale, Feltrinelli, Milano 2024. Vedi anche il film L’età sperimentale, disponibile su RaiPlay (M. Zingaretti 2024, Italia 26 min), https://www.raiplay.it/programmi/letasperimentale 

4 M. Vitta, Dell’abitare. Corpi spazi oggetti immagini, Einaudi, Torino 2008, p. 9.

5 Cfr. R. Sennett, La cultura del nuovo capitalismo, Il Mulino, Bologna 2012.

6 G. Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo, Bari 1975, p. 33.

7 Ibidem.

8 Rapporto tra persone in età lavorativa (20-64) e persone over 65 

9 Fonte Eurostat

10 Secondo la classifica stilata dall’OMS, sia la Svizzera che l’Italia sono tra i cinque paesi al mondo in cui l’aspettativa di vita è più alta: l’Italia è quinta con 83 anni circa, la Svizzera è seconda (84 anni circa) dietro solamente al Giappone (85).

11 Cfr. A. Sen, Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, Mondadori, Milano 2001.

12 Si veda ad esempio T. Piketty, Le Capital au XXIe siècle, Éditions du Seuil, Paris 2013.

13 Acronimo di Not in Education, Employment or Training.

14 https://www3.ti.ch/DFE/DR/USTAT/allegati/articolo/2623dss_2019-2_3.pdf

15 Fonte Eurostat, 2020.

16 K. Newman, The Accordion Family: boomerang kids, anxious parents, and the private toll of global competition, Beacon Press, Boston 2012.

17 Rapporto annuale ISTAT 2025.

18 Fonte Housing Europe, 2021.

19 Su questo tema confronta anche Archi 5/2024 Forme di qualità urbana.

20 Così come avviene nelle Maggie’s Houses (https://www.maggies.org/).

21 L’Harvard Grant Study (Study of Adult Development) è uno degli studi longitudinali più noti, in corso dal 1938 e che ha seguito centinaia di partecipanti per oltre ottant’anni, con Vaillant a capo dal 1972 al 2004 

22 Cfr. N.N. Taleb, Antifragile. Prosperare nel disordine, Feltrinelli, Milano 2012.