Ode al tri­an­go­lo, di ce­men­to

Un soffitto, due musei americani e un confronto a distanza di oltre settant’anni. Dal Tetrahedron Floor System di Louis Kahn alla nuova David Geffen Galleries di Peter Zumthor: struttura, cemento e imperfezioni raccontano due idee molto diverse di museo.

Publikationsdatum
24-08-2026
Gabriele Neri
Dott. arch. storico dell'architettura, Redattore Responsabile della rubrica 'Paralleli' per espazium quaderni

Tante, tantissime cose dovremmo raccontare sul nuovo edificio del Los Angeles County Museum of Art (LACMA), disegnato da Peter Zumthor e inaugurato nel maggio 2026. Potremmo parlare delle forme sinuose che ricordano Niemeyer, il modernismo californiano e i viadotti delle freeways locali; del tentativo di rileggere la tipologia museale; oppure del rapporto «cinematografico» con lo skyline della Città degli Angeli. Ma 
potremmo anche discutere dell’odissea progettuale durata 20 anni, del costo ­elevatissimo e delle critiche ricevute.

Per tutto questo ci vorrebbe molto spazio. Perciò, scegliamo un solo dettaglio, che durante la nostra visita innesca immediatamente un parallelo: il soffitto in calcestruzzo delle nuove David Geffen Galleries, scandito in campi triangolari, ci ricorda infatti quello di un altro museo americano d’eccezione: la Yale Art Gallery di New Haven (1953), capolavoro di Louis Kahn.

In quell’edificio Kahn mise a punto un nuovo tipo di solaio, con la collaborazione di vari ingegneri e di Anne Griswold Tyng: una struttura spessa circa 90 cm in calcestruzzo armato, gettato in casseforme metalliche piramidali che una volta rimosse lasciavano una maglia regolare di cavità tetraedriche, aperte verso il basso per alloggiare le attrezzature tecniche richieste. Prenderà il nome di «Tetrahedron Floor System». Come ha ben evidenziato Anna Rosellini con i suoi studi sul cemento, in quel pattern triangolare c’era molto delle sperimentazioni di Fuller, di Wachsmann, e della stessa Tyng, ma anche gli esercizi geometrici proposti da Josef Albers agli studenti di Yale. Inoltre, in quelle cavità tetraedriche Kahn vedeva di certo anche le piramidi osservate in Egitto proprio all’inizio degli anni Cinquanta.

A Los Angeles, invece, Zumthor – con lo studio SOM – ha costruito una grande piastra continua in calcestruzzo armato gettato in opera, irrigidita da nervature e attraversata da cavi di post-tensione. Le casseforme hanno generato una texture triangolare, che il nostro occhio accosta subito al solaio di Kahn, tuttavia con notevoli differenze. Se l’architetto americano, pur con compromessi in fase esecutiva, riuscì a integrare struttura e impianti con risultato esteticamente ­sopraffino, al LACMA il visitatore trova una superficie grigia trafitta da segnaletica, corpi illuminanti e altri accidenti, senza traccia di simmetrie, allineamenti, o qualsiasi altra logica apparente. Sulla qualità del cemento, lontana da quello elvetico, Zumthor ha dichiarato di aver accettato di buon grado crepe, buchi e scar tissue di vario tipo, in nome di una «American roughness». Tuttavia, il risultato non convince, specie se confrontato con la qualità di New Haven. Inoltre, non secondari sono i problemi acustici, che nei giorni di maggiore affluenza diventano molesti. Non sono dettagli, soprattutto per un museo costato 724 milioni di dollari.

Ma se vi piace il tema, a Los Angeles potete rifarvi gli occhi con un’altra struttura triangolare, di ottima fattura: quella concepita da John Lautner per la Sheats-
Goldstein Residence (1961-63), composta da cassettoni in calcestruzzo dentro ai quali sono inseriti 750 lucernari, ottenuti da bicchieri di vetro fusi nel getto. E se proprio non riuscite a visitarla di persona, non cercatela soltanto nei libri d’architettura, ma in uno dei tanti film che qui sono girati: primo tra tutti The Big Lebowski (1998), in cui «Drugo» (Jeff Bridges) beve un White Russian – condito con droga a sua insaputa – proprio sotto al cemento di Lautner.