Premio SIA Ticino Master in Architettura Diploma 2026 Ticino. Sguardi laterali
Sedici valli, sedici atelier e una nuova lettura del Ticino: il Diploma 2026 dell’Accademia di architettura di Mendrisio guarda ai territori laterali come laboratori di progetto. In questo contesto, il Premio SIA Ticino riconosce tre lavori capaci di coniugare qualità architettonica, visione territoriale e rigore progettuale.
Con Ticino. Sguardi laterali, il diploma 2026 dell’Accademia di architettura di Mendrisio ha scelto di osservare il territorio cantonale da una prospettiva
meno consueta: non più soltanto il fondovalle principale, già al centro di importanti riflessioni negli anni passati, ma le sue valli laterali, considerate come luoghi abitati, produttivi, fragili e tutt’altro che marginali.
Sedici valli, una per ogni atelier, hanno composto una lettura corale del Ticino. Ciascun atelier, secondo la propria impostazione didattica e metodologica, ha indagato una valle nella sua interezza, mettendo in relazione condizioni insediative, paesaggio, infrastrutture, economie locali, forme dell’abitare e possibili trasformazioni future. Ne emerge un’immagine del Cantone più complessa e stratificata: un territorio fatto di connessioni trasversali, di equilibri delicati, di risorse spesso poco visibili e di potenzialità ancora da interpretare.
È all’interno di questo quadro che la SIA Sezione Ticino attribuisce il «Premio SIA Ticino Master in Architettura» ai lavori di diploma ritenuti più significativi tra quelli presentati all’Accademia di architettura per l’anno accademico 2025-2026. Il premio intende valorizzare progetti capaci di unire qualità architettonica, precisione territoriale e capacità critica, offrendo risposte non convenzionali al tema assegnato e contribuendo a una riflessione concreta sul futuro del territorio ticinese.
La selezione è stata effettuata da una giuria composta da membri della Società svizzera degli ingegneri e degli architetti (SIA) Sezione Ticino. D’intesa con l’Accademia, sono stati valutati, per ogni atelier, i tre lavori indicati dai docenti responsabili. Quest’anno la giuria era formata dagli architetti Juan Campopiano, Mitka Fontana, Elena Starke, Otto Krausbeck, Tiziana Montemurro e Oliviero Piffaretti, e dall’ingegnere Samuele Pegorini, vicepresidente SIA Sezione Ticino. La giuria ha esaminato con grande attenzione i 46 progetti segnalati dai
professori dei vari atelier dell’Accademia, individuando i lavori che meglio hanno interpretato il compito assegnato.
I premi sono stati assegnati ai seguenti progetti di diploma:
Pietro Bertolini, atelier Holtrop
Progetto: Cumulus, Alpe Valletta, Valle MorobbiaMotivazione: Il progetto nasce dall’analisi dell’estrazione dello gneiss in Ticino, dove solo una parte limitata del materiale viene impiegata come pietra da costruzione, mentre il resto è scartato e trasformato in aggregato. La ricerca assume la quantità del materiale, più che la qualità, come principio progettuale. L’intervento propone un padiglione culturale dedicato alla storia mineraria della valle Morobbia: la vicinanza alle cave e l’abbondanza degli inerti trasformano l’accumulo in principio generativo. Attraverso reti per valanghe, il materiale granulare viene contenuto e strutturato, dando forma a volumi definiti da gravità, compressione e attrito. Lo scarto estrattivo diventa massa capace di generare spazio e paesaggio. Diretto negli aspetti tecnici e costruttivi, il progetto si distingue per contestualità ed esperienza spaziale inattesa. Il suo valore sta in questa inversione: non nobilitare lo scarto, ma renderlo struttura, misura e materia di paesaggio.
Chiara Botta, atelier Nunes Gomes
Progetto: The cycle of permanence and impermanenceMotivazione: In Val Bavona, territorio ferito da eventi naturali tragici che hanno trasformato morfologia e costruito, l’intervento si concentra tra Faedo e Roseto, ma assume l’intera valle attraverso il ridisegno di un percorso di fondovalle,
limite ecologico tra bosco e pascolo. La ricerca colpisce per la lettura sensibile del contesto e per l’interpretazione delle misure ingegneristiche come strumenti capaci di rivelare nuovi paesaggi nati da una gestione consapevole dell’acqua.
Il tema della sicurezza è affrontato con unitarietà: sistema frenante a spina di pesce, raccolta detritica, aree di espansione golenale e restauro dei muri a secco compongono una strategia territoriale coerente. Il riuso di scarti di cava e detriti locali introduce una logica di economia circolare. Alla grande scala si affianca l’attenzione alla comunità rurale, attraverso orti e dettagli misurati. L’architettura diventa mediazione tra protezione, mutamento e permanenza del luogo.
Valentina Botti, atelier Miller
Progetto: The Quarry as a stege: Reactivation of a Post-Industrial Void Zona Partus QuarryMotivazione: Nella cava Zona Partus, il paesaggio estrattivo dismesso non è letto come abbandono da risanare, ma come risorsa spaziale e culturale da reinterpretare. Elisa ne indaga il potenziale architettonico attraverso un intervento essenziale, capace di trasformare un vuoto post-industriale in un luogo di esperienza collettiva. Le infrastrutture esistenti diventano il punto di partenza: non solo memoria di un’attività produttiva conclusa, ma elementi ancora attivi, capaci di generare spazio e significato. Le due gru recuperate ordinano il sistema architettonico: una sostiene una tensostruttura mobile, ancorata alle pareti rocciose; l’altra accoglie la platea lungo i propri bracci statici, attraverso una struttura tridimensionale in metallo. La nuova destinazione culturale non si sovrappone al luogo, ma emerge dalle sue condizioni materiali. La cava diventa scena, fondale e struttura: un’architettura apparentemente utopica, controllata dal paesaggio al dettaglio.