Tempo, memoria, materia
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Una parola attraversa questo numero come una vena carsica, affiorando nei luoghi più diversi: passato, inteso non come nostalgia né come archivio, ma come risorsa operativa. Making the Past Productive – titolo del simposio tenutosi a Mendrisio nell’autunno 2024 – è una presa di posizione: il sapere sedimentato nelle pratiche costruttive storiche è materia progettuale al pari del calcestruzzo, del legno o della terra. Ignorarlo rappresenta uno spreco.
Il tema non è nuovo. È nuovo il contesto. L’industria delle costruzioni, con un’espressione ormai abusata, deve dimezzare le emissioni entro il 2030: solo in Svizzera movimenta ogni anno circa settanta milioni di tonnellate di materiali, e ne scarta una quantità analoga. A scala globale, entro metà secolo la domanda di nuovi alloggi supererà le centomila unità al giorno per tenere il passo con l’urbanizzazione. In questo scenario, la questione riguarda il modo in cui guardare al passato, senza ingenuità.
Questo numero apre una finestra sulla ricerca contemporanea attraverso casi concreti, che «si sporcano le mani» con la realtà dei cantieri e dei numeri. Dalla conservazione, trasformazione e riutilizzo di componenti demoliti si passa a sperimentazioni con solai ibridi in terra battuta compattata roboticamente, con prestazioni elevate e un’impronta carbonica drasticamente ridotta. Su questa linea si collocano anche le casseforme in carta piegata, che reinterpretano la lezione di Nervi, Morandi e Musmeci attraverso calcolo computazionale e prefabbricazione. Il passato, qui, non viene citato: viene riattraversato e attualizzato. E ne esce trasformato.
Lungi dall’indulgere nell’efficientismo o nel rimpianto, questa pubblicazione evita entrambe le scorciatoie: pensare che l’ottimizzazione di materiali e processi basti a risolvere una crisi che è anche culturale, normativa ed economica sarebbe un errore concettuale. D’altronde, l’inserimento della robotica e dell’intelligenza artificiale in un sistema inerziale come quello delle costruzioni ha avuto come effetto non tanto una sua trasformazione, quanto piuttosto una sua accelerazione nella fase produttiva. Restano ancora importanti barriere strutturali: carenza di competenze, quadri normativi lenti nel riconoscere il riuso come strategia e contratti che premiano il nuovo. La circolarità su larga scala richiede condizioni precise: servono committenze consapevoli, progettisti motivati e imprese flessibili. Oggi, più eccezioni che regole. Non si tratta quindi di opporre innovazione e conservazione – una dicotomia ormai sterile – ma di ridefinire il rapporto tra tecnologia e memoria. La connessione tra dato digitale e fabbricazione fisica, che coinvolge tanto la robotica quanto l’intelligenza artificiale, mostra tuttavia un potenziale reale: ridurre il divario tra progetto e costruzione, operando su materiali disponibili e processi già in atto. In parallelo, l’uso dell’IA nella conservazione apre a strumenti capaci di tradurre modelli globali in letture locali del degrado. In entrambi i casi emerge una coscienza condivisa: ogni decisione costruttiva incorpora tempo – quello della materia estratta, della struttura
in uso, del ciclo di vita futuro. Progettare consapevolmente significa abitare questa temporalità multipla senza ridurla. La carbon literacy si configura dunque come una condizione necessaria del giudizio architettonico contemporaneo.
Serve quindi un rapporto più laico con il passato. Molti problemi che percepiamo come nuovi – scarsità di risorse, vincoli ambientali, pressioni economiche – sono stati già affrontati in altre forme, con altri strumenti e in altri contesti. La questione non è mitizzare quelle risposte, ma riconoscerne la continuità problematica. Eppure certe immagini resistono. Meravigliarsi davanti alle stratificazioni storiche del muro della cattedrale di Siracusa, dove colonne doriche greche restano incastonate nella fabbrica cristiana, significa leggere l’architettura come sovrapposizione operativa di tempi diversi: non un’origine pura, ma un assemblaggio continuo. Allo stesso modo, la pratica ciclica dei carpentieri del santuario di Ise – che smontano e ricostruiscono periodicamente il tempio secondo regole tramandate – mostra come la prefabbricazione possa essere insieme rito, memoria e tecnica, non semplice ottimizzazione produttiva.
Sono casi che si offrono come exempla e non come modelli da replicare, e mettono in crisi il concetto di novità senza memoria tratteggiato dalla società dei consumi. È un nuovo diverso, fatto di trasformazione, inventiva e sapienza costruttiva, che ricerca nella complessità un linguaggio impuro ma estremamente denso. Molti edifici contemporanei non affrontano la loro composizione come una questione progettuale esplicita, capace di integrare prestazione, durata e significato: tra queste pagine emergono numerosi spunti per ripensare questo «sincretismo tettonico».
La progettazione, sempre più frammentata dalla moltiplicazione delle discipline specialistiche, deve sussistere come atto di resistenza a ogni forma di deriva – intellettuale o tecnologica – che oggi investe la professione. In un campo che dichiara di voler fare i conti con il passato, la domanda è d’obbligo: chi sta davvero cambiando modo di lavorare e chi si limita a cambiare vocabolario?