Sul fu­tu­ro del­la for­ma­zio­ne in ar­chi­tet­tu­ra

Publikationsdatum
17-04-2026

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Silke Langenberg: Annette, hai completato i tuoi studi in architettura al Politecnico federale di Zurigo (ETHZ) nel 1984 e tra il 2012 al 2023 sei stata professoressa di Architettura e Costruzione presso la stessa istituzione. In precedenza sei stata guest e visiting professor sia all’ETHZ che al Politecnico federale di Losanna (EPFL). Negli ultimi 40 anni, l’architettura ha attraversato trasformazioni profonde – non solo nel linguaggio progettuale e negli strumenti di progettazione, ma anche nei suoi parametri eco­logici ed economici. Hai riflettuto su questi temi nella tua keynote al simposio Future of Construction del 2024, a partire dalla tua esperienza professionale.1
Gli edifici degli anni Settanta e Ottanta, e il loro sviluppo nel tempo, sono sempre più al centro dell’attenzione – sia nel dibattito nelle riviste di architettura e conservazione, sia nei laboratori di progettazione dell’ETHZ.2 Collaborando con te nel 2022 per le tesi di master e con Mike Guyer nel 2023, abbiamo chiesto agli studenti di sviluppare strategie per preservare, riutilizzare ed es­tendere la vita degli edifici realizzati in quel periodo. La 
tua cattedra aveva proposto «Durability and/or Change?», come tema per entrambi i semestri.3 Considerando la tua esperienza pratica e il tuo percorso di insegnamento in questo periodo, e le sfide legate alla conservazione e alla decarbonizzazione del patrimonio edilizio, quale ruolo pensi possa svolgere la formazione in architettura in un ambito così complesso e caratterizzato dalla presenza di molteplici attori?

Annette Gigon: Il crescente riscaldamento globale e l’aumento delle emissioni di CO2 a livello mondiale introducono nuove – e in parte mutate – implicazioni su ciò che definiamo buona architettura, sulle soluzioni ritenute valide e sulle azioni da intraprendere. Tuttavia, questa prospettiva deve ancora essere pienamente esplorata: i gas serra sono invisibili, inodori e quindi difficili da percepire. Per comprenderne effetti e quantità è necessario fare affidamento sulle conoscenze scientifiche – in altre parole, acquisire una vera e propria carbon literacy. A complicare ulteriormente il quadro, nel caso degli edifici, non contano soltanto le emissioni legate all’uso, né unicamente quelle derivanti dalla produzione e dallo smaltimento dei materiali: è necessario considerare l’intera impronta ecologica lungo tutto il ciclo di vita ipotizzato dell’edificio.
È evidente che le scuole devono porre le basi e trasmettere conoscenze su questo tema nuovo e complesso. Servono competenze più ampie e articolate, per poter discutere in modo informato e, in ultima analisi, agire con efficacia.

La costruzione ha un ruolo sostanziale, sia che si tratti di nuovi edifici sia di interventi sull’esistente: quali materiali e componenti utilizziamo (o continuiamo a utilizzare)? Quanta CO2 è stata generata per produrli e trasportarli? Quale sarà la loro durata, o quale grado di flessibilità offriranno agli utenti futuri? A queste domande si aggiunge, per noi architetti, quella onnipresente: come usare questi materiali in modo creativo, come progettare con essi.

Oggi è già possibile produrre renderings accattivanti con l’ausilio dell’IA. Non sono solo gli studenti a farlo: è probabile che anche i committenti ne facciano sempre più uso. Esiste quindi il rischio concreto che questi ultimi non si rivolgano più agli studi di architettura per sviluppare i loro progetti, ma si affidino direttamente a general contractor, relegando gli architetti al ruolo di subappaltatori nelle fasi di concorso o per le pratiche edilizie.

Una solida comprensione della costruzione non è solo fondamentale per un buon progetto e, in ultima analisi, per un edificio riuscito e sostenibile. A mio avviso, è una competenza chiave dell’architetto, che ne garantisce il ruolo nel guidare l’intero processo realizzativo – dall’idea iniziale all’opera costruita – in collaborazione con committenti, ingegneri e imprese. Idealmente, anche in dialogo attivo e approfondito con gli utenti: le loro osservazioni, esperienze e l’aver cura sono determinanti per la durata nel tempo di un edificio.


SL: Nell’arco di quasi un decennio, circolarità, riuso e cura sono diventati temi centrali nel dibattito architettonico e della costruzione in Svizzera e in Europa, almeno nel dibattito. Tuttavia, la demolizione e ricostruzione degli edifici continua a ritmo sostenuto. Quasi ogni confronto con i diversi attori coinvolti si conclude con il richiamo a vincoli economici e logistici come ostacoli a una trasformazione reale del settore. È evidente che è necessario un cambiamento di paradigma più profondo e sistemico.
In un recente articolo ho sostenuto che una futura generazione di Sustainable Natives potrebbe essere il motore di questo cambiamento, a condizione che si avvii una trasformazione critica della didattica nell’insegnamento dell’architettura e delle discipline affini.4 Una trasformazione che combini l’eredità del passato con il pensiero innovativo e l’azione interdisciplinare. I Sustainable Natives attribuirebbero valore intrinseco alla sostenibilità e all’esistente, mettendo al contempo in discussione le pratiche consolidate attraverso l’integrazione di nuovi metodi e tecnologie. Ritieni che questo atteggiamento sia già visibile nella generazione attuale di giovani architetti?

AG: Negli ultimi anni, le scuole hanno sperimentato in modo ampio con il tema della conservazione e del prolungamento della vita degli edifici, adottando approcci molteplici, spesso ludici e creativi.
Gli studenti dei semestri in cui ci siamo concentrati in modo approfondito sulla sostenibilità nella costruzione – in particolare su trasformazioni ed ampliamenti – erano estremamente motivati. E questo nonostante non si trattasse di progettare interventi iconici, ma «semplicemente» di ampliare edifici per uffici esistenti a Zurigo, riqualificarli energeticamente e convertirli in abitazioni. In effetti, abbiamo sempre riscontrato una grande empatia nei confronti degli edifici esistenti. Naturalmente, non possiamo lasciare questo compito enorme e complesso esclusivamente alle giovani genera­zioni: la decarbonizzazione della costruzione e dell’uso degli edifici riguarda tutti noi, e tutti dobbiamo confrontarci con questo «nuovo» ambito.
Nella pratica, inoltre, è evidente quanto sia complesso intervenire sul patrimonio edilizio esistente. Gli edifici sono sottoposti a forti pressioni di trasformazione per diverse ragioni: una quota significativa del parco edilizio svizzero è ancora riscaldata con combustibili fossili e presenta scarsa o nulla coibentazione – è quindi necessario intervenire. A ciò si aggiunge il fatto che molti edifici non soddisfano gli standard attuali, né le crescenti aspettative degli utenti. Requisiti come isolamento acustico, sicurezza antincendio, accessibilità o resistenza sismica, ecc. possono diventare fattori decisivi nella scelta tra conservazione e demolizione.
Se a questo si aggiungono normative urbanistiche che consentono un maggiore sfruttamento dei lotti – comprensibile alla luce della carenza di alloggi – si arriva spesso alla demolizione e ricostruzione, anche in presenza di committenti motivati a preservare e riqualificare l’esistente.
Indipendentemente dal fatto che si tratti di una ristrutturazione profonda o di una nuova costruzione, si pone inoltre una questione cruciale: come rendere socialmente accettabili processi così costosi e ad alta intensità di lavoro?

SL: A tuo avviso, cos’altro dovrebbe cambiare nella formazione architettonica – e forse anche nel modo in cui operano gli studi di architettura e l’industria delle costruzioni?

AG: La formazione in architettura si trova oggi ad affrontare un numero crescente di richieste che implicano nuove competenze e conoscenze. È anche per questo che l’offerta formativa delle scuole è così ampia: un vero e proprio «programma di formazione» pluriennale che va dal ­disegno a mano e digitale, al rendering, alla costruzione di modelli, fino alla capacità critica e argomentativa, arrivando oggi anche al calcolo delle emissioni di gas serra legate alla costruzione e all’uso degli edifici. Tutto questo integrando aspetti legati all’urbanistica, alla storia, alla conservazione, all’ingegneria strutturale, all’impiantistica, alla sociologia, al paesaggio e all’ecologia. In ultima analisi, tutto si concretizza nella costruzione – motivo per cui essa deve continuare a occupare un ruolo centrale nei semestri di progettazione.

Tornando alla tua domanda: la formazione in architettura è senza dubbio una componente fondamentale per promuovere la decarbonizzazione del settore edilizio svizzero. Ma anche quando conosciamo le soluzioni – isolamento, pompe di calore, fotovoltaico – la loro applicazione è tutt’altro che semplice, soprattutto negli edifici esistenti. E ridurre le emissioni nelle nuove costruzioni è altrettanto impegnativo. Entrambi gli ambiti richiedono professionisti altamente qualificati e motivati.

A partire dal lavoro svolto negli ultimi semestri, abbiamo scritto assieme ad Arend Kölsch (cfr. p. 11) un libro edito da gta Verlag con l’obiettivo di rendere accessibile questo tema complesso anche a un pubblico non specialistico. È infatti evidente che questa sfida «erculea» riguarda tutti: non solo architetti, ma anche committenti, proprietari, industria delle costruzioni, autorità pubbliche, associazioni professionali, politici, media fino agli utenti finali.

Note

  1. Una registrazione video della keynote di Annette Gigon al Future of Construction symposium 2024 è disponibile al seguente link
  2. Le conferenze Denkmal Postmoderne: Bestände einer (Un)geliebten Epoche, tenutesi presso la Bauhaus-Universität Weimar nel 2022, e High-Tech Heritage: (Im)permanence of Innovation, tenutesi presso la ETH Zürich nel 2023, hanno avviato una discussione critica sulle sfide legate alla conservazione di esempi di patrimonio costruito più recente. 
    Angermann, Kirsten, Hans-Rudolf Meier, Matthias Brenner, & Silke Langenberg. Denkmal Post­moderne: Bestände einer (un)geliebten Epoche, Birkhäuser, 2024
    Brenner, Matthias, Silke Langenberg, Kirsten Angermann, & Hans-Rudolf Meier. High-Tech Heritage: (Im)Permanence of Innovative Architecture, Birkhäuser, 2024.
  3. Professur für Architektur und Konstruktion, Annette Gigon, Mike Guyer, HS 22/FS23 Durability and/or Change? Themenplattform zur  Master’s Thesis, ETH Zurich, 2022, https://gigon-guyer.arch.ethz.ch/wp-content/uploads/2023/01/mt-hs22_durability-and-or-change_reader_neu-1.pdf; Professur für Archi­-tektur und Konstruktion, Annette Gigon, Mike Guyer with Professur für Konstruktionserbe und Denkmalpflege, Silke Langenberg, Kernprogramm Masterthesis HS 2022. Durability and/or Change? Commitment to the Long Term (ETH Zurich, 2022), https://gigon-guyer.arch.ethz.ch/wp-content/uploads/2023/02/diplomhs22_reader.pdf.
  4. Langenberg, Silke, Orkun Kasap, & Matthias Brenner. «An Intergenerational Shift in Mindset» Ardeth 15 (2024), 2026, http://journals.openedition.org/ardeth/6156