Il be­ghin­ag­gio di Fran­ce­s­ca Tor­zo

Contattare Francesca Torzo è di per sé un’esperienza dai tempi lunghi. L'architetto italiano, infatti, lavora in modo quasi monastico nel suo studio di Genova ed è praticamente irraggiungibile telefonicamente o via e-mail, se non raramente, così da poter restare concentrata sui suoi progetti. L’ampliamento del museo Z33 ad Hasselt, in Belgio, consistente nella realizzazione di una galleria d’arte ad opera del suo studio presso un convento che ospitava le beghine, è la testimonianza di come tale concezione dell’architettura possa dare vita ad opere di rara bellezza, capaci di trascendere il tempo e la materia.

Publikationsdatum
16-09-2021

Ci sono luoghi che invitano ad alienarsi dal flusso dell’esistenza, a fare un passo di lato per entrare in risonanza con il mondo che ci circonda. Si tratta spesso di luoghi in cui presente, passato e futuro si intrecciano, come i nostri musei e le nostre chiese. La galleria d’arte Z33 di Francesca Torzo ad Hasselt rappresenta un po’ tutto ciò. Quest’ampliamento è stato accuratamente progettato per ben nove anni nel silenzio del suo studio, a Genova. Uno studio che Torzo ha concepito secondo i canoni con cui Francesco Petrarca definiva lo studiolo: uno studio, uno spazio mentale, un luogo in cui è possibile coltivare una solitudine capace di vincolarci al presente; una solitudine pensata non come una via di fuga dal mondo ma come una possibilità di reinventarlo attraverso una riflessione individuale1.

Rosa sangue

La prima immagine di questo progetto in cui ci si imbatte è probabilmente la foto della facciata principale dell’ampliamento scattata da Gion von Albertini. Un muro di mattoni rossi disposti a mosaico che si protende verso l’orizzonte fungendo da linea spartiacque tra il blu del cielo e il grigio dell’asfalto. Si dice che gli architetti e gli specialisti dell’azienda produttrice di mattoni Petersen Tegl2 abbiano trovato il colore giusto per questa facciata, che riprende quello dell'edificio storico accanto, mescolando vino, acqua e latte.

Il lavoro di Francesca Torzo è particolarmente intrigante in quanto l'architetto sembra sperimentare nella sua pratica il concetto di risonanza sviluppato dal sociologo Hartmut Rosa, critico nei confronti dell’accelerazione che le nostre società subiscono fin dal XVIII secolo. Rosa afferma che “affinché ci sia risonanza, occorre che il soggetto e l'oggetto si tocchino”3. La facciata dell’edificio Z33 presenta una sensualità tale da costituire un vero e proprio invito ad entrare in vibrazione con il mondo: perfino in foto, provare il desiderio viscerale di sfiorare il muro cieco con la punta delle dita; assorbire con gli occhi tutte le sfumature di questa pelle morbida e fresca, leggermente piegata al centro; immaginare i suoi giochi di luce con il sole; provare stupore nel vederla rosa nelle mattine limpide e color sangue nelle giornate nebbiose; provare stupore nel pensare che Hasselt è una città nebbiosa.

Beghine e streghe

L’ex-convento per beghine di Hasselt è un'isola che occupa un blocco triangolare nel centro storico concentrico della città, facendo da cornice ad un giardino segreto e offrendo la sua umile parte posteriore alla città. Del complesso settecentesco rimangono solo le rovine di una chiesa e tredici abitazioni con giardino disposte a V intorno a una piazza: l’ampliamento s'inserisce come un tassello mancante in questo sistema unificato dalla scelta “incongrua ma continua”, per dirla con le parole della stessa Torzo, della costruzione in mattoni.

È interessante osservare questo progetto alla luce del passato delle beghine. Per alcuni storici, il movimento delle beghine, nella forma in cui nacque intorno al XII secolo nel sud dei Paesi Bassi, potrebbe essere percepito come il primo movimento femminista della storia cristiana. A quel tempo, considerata la rigidità della Chiesa, sempre più persone rivendicavano la conduzione di una vita pia fondata sull’apostolato più che sulla gerarchia. Le beghine seguono la tradizione delle corporazioni ispirandosi al mondo laico urbano piuttosto che a quello religioso: formano comunità composte da membri dello stesso sesso e sono guidate non da un esponente maschile del clero, bensì da una Grande Maestra da loro eletta. Grazie al loro lavoro manuale, spesso legato al settore tessile, godono di indipendenza finanziaria che garantisce loro una posizione economica importante nella città medievale. Vivono in uno spazio chiuso, il beghinaggio, ma possono entrare ed uscire quando vogliono. Questa vita da consorelle libere da qualsivoglia tutela maschile, dal momento che non sono né mogli né suore, suscita spesso sospetti e critiche, tanto che alcune beghine vengono addirittura additate come streghe. Attraverso l’ampliamento dello Z33, la storia del movimento delle beghine e il modus operandi di Torzo si intrecciano: l’approccio quasi monastico della progettista ha forse trovato in questo luogo l’incarnazione dei suoi valori?

Per comprendere il progetto, bisogna camminare lungo il recinto del beghinaggio, costituito a volte da un muro e altre dalla parete di un edificio, con piccole aperture verticali a intervalli irregolari. È ritmato da contrafforti leggermente sporgenti e da ferri dalle linee morbide arrotondate. A volte è costituito da un semplice muretto sul quale ci si potrebbe issare con la forza delle braccia e dal quale si affacciano l’edera e gli alberi centenari con la loro chioma lussureggiante che arriva ad invadere lo spazio pubblico. Lì, sotto il verde, il muro è di un rosso quasi nero. Più avanti, riacquista un tono ocra, istituzionale. Il pellegrinaggio intorno a questo grande triangolo rivela che i mattoni sono tutti uno diverso dall’altro, che parlano un linguaggio comune mediante la loro materialità e che si tratta di un grande mosaico costituito nel corso dei secoli, a cui contribuisce il recente ampliamento.

Bianco latte

Il centro per l’arte contemporanea Z33 è costituito da un unico edificio composto da due parti: l’ala 58 preesistente e l'ampliamento ad opera di Francesca Torzo. Sorprendente contrasto tra il rosso della superficie esterna e il bianco dell'interno. L’ampliamento realizzato dagli architetti riprende i codici del white cube, rifiutando al tempo stesso di sottostare a qualsiasi standardizzazione: l’astrazione del colore consente una grande ricchezza di sperimentazioni formali. Ogni superficie è stata pensata con infinita cura, come il soffitto, con la sua pieghettatura tridimensionale che rievoca il motivo a mosaico della facciata. Il pavimento gioca poeticamente col tema della soglia, come testimoniano le scanalature nel massetto in corrispondenza delle aperture.

In pianta, il progetto richiama l’ala esistente, che offre una sequenza classica di sale espositive, riunendo un insieme di stanze di dimensioni, proporzioni e luci diverse. Torzo evoca il desiderio di progettare uno schema spaziale in grado di riprodurre la molteplicità di esperienze vissute in una città, con le sue variazioni tra pubblico e privato, esposto e intimo. Tale successione di sale dalle forme cangianti, la cui volumetria risulta a volte piegata dall'angolo della strada, è contraddistinta da stanze esterne introdotte come piccoli cortili. Questi luoghi introversi permettono viste incrociate che riportano alla mente la struttura reticolare delle città medievali.

L’architettura intesa come abito

La dimensione tattile che emana dal lavoro di Torzo è dovuta al fatto che non si limita alla sola architettura, ma abbraccia una grande varietà di competenze. La progettista concepisce l’attività artigiana come la traduzione di un metodo sperimentale: un modo per risolvere un problema utilizzando lo strumento adeguato. Ad esempio, ci sono voluti tre anni per mettere a punto con gli specialisti dell’azienda produttrice di mattoni Petersen Tegl il prototipo di mattone in terracotta modellato a mano con cui è stato realizzato il motivo della facciata esterna. Come le beghine, anche Torzo è impegnata nel lavoro tessile: la facciata dell'ampliamento dello Z33 è stata presentata per la prima volta mediante dei teli lunghi quasi quattro metri che riproducevano motivi stampati a forma di diamante. La ricerca di un’architettura sensuale da parte di Torzo, ovvero di un’architettura in rapporto con il corpo e il movimento di quest'ultimo nello spazio, appare evidente anche negli oggetti-progetti della vita quotidiana che sviluppa, in particolare negli arredi: nella pizzicata dello schienale in noce della sedia Larga ritroviamo la stessa precisione e la stessa piacevole sensazione al tatto della balaustra delle scale disegnata per lo Z33. Mettendo sullo stesso piano l'ampliamento di un museo e un kimono di seta, Torzo trasforma l'architettura in un abito che ci sta a pennello e che, toccandoci, ci permette di risuonare e di vincolarci al presente.

Note
1 Francesca Torzo, an atelier, Hasselt, 2012.
2 L’azienda Petersen Tegl è nota soprattutto per aver sviluppato, in collaborazione con Peter Zumthor (presso cui ha lavorato Francesca Torzo), i mattoni del museo Kolumba di Colonia.
3 Hartmut Rosa, Resonanz, 2020.

Ampliamento della galleria d’arte Z33 ad Hasselt (Belgio)

Concorso: 2011
Realizzazione: 2012-2019
Costo IVA esclusa CCC2: 8.100.000 €
Superficie utile: 4.660 m²
Committenza: Provincia di Limburgo, Z33
Architettura: Francesca Torzo
Direzione dei lavori: Isabelle Goosens, ABT Belgium NV
Ingegneria civile: Conzett Bronzini Partner
Produttore di mattoni: Petersen Tegl

Tradotto dal francese da Wulf Übersetzungen, Turgi