Abitare l’altrove
L'emergenza non è un'eccezione, ma uno dei modi in cui lo spazio viene prodotto e governato. Attraverso campi profughi, ricostruzioni, mappe e pratiche partecipative, questo numero di espazium quaderni indaga il rapporto tra architettura, potere e giustizia, oltre la retorica della crisi.
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Nel 1975, Michelangelo Pistoletto realizza La conferenza: gli sguardi di un gruppo di persone convergono sull’oratore, fotografandolo simultaneamente; il suo, invece, li raccoglie in una singola immagine, rivelando così la sottesa geometria del potere in cui chi parla occupa il centro e la comunità resta massa osservante; è il paradosso della democrazia, che nello stesso anno, con Raggi di persone, l’artista rovescia alterando totalmente le relazioni tra le persone: i partecipanti si fotografano a vicenda, ognuno vede ed è visto, e solo lo sguardo collettivo ricompone la scena. Letta retrospettivamente, questa coppia di opere anticipa un’idea che Pistoletto avrebbe poi sintetizzato nella parola demopraxia: sostituire al cratòs, al potere, la praxis, il fare. Non il popolo come figura astratta, ma le persone nella concretezza di gesti, saperi e relazioni. Fare, riparare, coinvolgere, mettere in comune. Applicata all’architettura, la demopraxia mette in crisi il progetto come atto assoluto, accogliendo invece le trasformazioni di chi lo abita e lo usa quotidianamente.
Questo numero di espazium quaderni parte da questo presupposto: l’emergenza non è solo una condizione da gestire, ma una delle forme attraverso cui lo spazio viene prodotto, amministrato e governato. Analizzarla non significa neutralizzarla, quanto piuttosto assumere che la comprensione dei dispositivi che la caratterizzano sia un atto di responsabilità. L’emergenza ha una grammatica propria. Usa materiali poveri e parole tecniche: shelter, campi, corridoi, buffer zone, registrazioni, protocolli, piani di evacuazione e ricostruzione. Dichiara il provvisorio, ma genera durata. Predispone luoghi destinati a scomparire e li lascia sedimentare in conglomerati carichi di vite: vite che protegge mentre le classifica, cura mentre regola, accoglie mentre trattiene. I campi profughi nascono sotto il segno dell’urgenza; poi il tempo li trasforma. Diventano città senza acquisirne pienamente i diritti, oppure restano campi anche quando la città li ha assorbiti.
Al Wehdat, ad Amman, racconta la durata dell’emergenza (cfr. pp.48-58). Nato come campo palestinese, oggi è un frammento urbano denso, commerciale, attraversato da mercati e infrastrutture. Il passaggio dal riparo al sūq mostra un’emergenza divenuta materia urbana e archivio umano. La città incorpora il campo, ma non risolve ancora la storia che lo ha prodotto.
Zaatari racconta invece la trasformazione (cfr. pp. 38-47). Realizzato per accogliere i rifugiati siriani, mostra quanto le relazioni umane siano decisive nella costruzione della città. Le unità abitative vengono adattate; tende e superfetazioni ricompongono frammenti di domesticità. L’ordine della griglia viene incrinato da gesti minimi: privacy, cura, prossimità, economia, relazioni familiari. Le strade diventano mercati; gli spazi imposti vengono riscritti dall’abitare.
Gaza porta questi interrogativi in un territorio più duro (cfr. pp. 28-37). Qui la ricostruzione è contesa prima ancora che il conflitto sia concluso. Il piano precede le macerie: per questo Gaza impone di non separare lo spazio dall’umanità che lo abita – e lo abiterà. Ricostruire un territorio martoriato significa interrogare le pratiche di una governance imposta dall’alto. Le immagini patinate della ricostruzione nascondono domande essenziali: chi potrà restare, chi tornare, chi avrà voce, quali tracce, diritti e futuri saranno resi possibili.
Il tema riguarda dunque il rapporto tra spazio e potere: il punto in cui il progetto diventa strumento di giustizia sociale oppure prosecuzione della violenza con altri mezzi. Mappe, cartografie, immagini satellitari, dati e indagini forensi rendono visibile ciò che il potere tende a disperdere, negare o normalizzare. Nell’astratta densità della mappa non si ritrova mai un intero territorio. La mappa sceglie, ordina, isola, espone. Può cancellare, come può far emergere tracce (cfr. pp. 24-27). Un colpo di matita, un click di mouse. L’architettura comincia anche qui: quando stabilisce chi e cosa conta nella rappresentazione e chi resta fuori campo; quando decide come uno spazio viene nominato o interdetto.
La demopraxia, allora, non è un riferimento esterno al numero, ma un possibile criterio. Chiede di spostare la ricostruzione dalla delega alla partecipazione, dall’immagine finale al processo, dall’autorità del piano alla pratica di chi dovrà abitare ciò che viene deciso. Nei territori feriti nessun progetto può dirsi neutrale. Ogni scelta prende posizione sulle memorie da custodire, sulle relazioni da ricomporre, ma anche sulle vite da rendere possibili. Architettura e urbanistica possono ancora qualcosa se rinunciano all’innocenza degli strumenti. Possono riconoscere che dietro ogni edificio distrutto esiste una geografia di legami, usi, economie domestiche, infanzie, lutti, desideri. Possono mettere il sapere tecnico al servizio di una domanda radicale: a quali condizioni un luogo può tornare a essere abitato senza essere cancellato?
Spinoza, nel Tractatus politicus, scrive di essersi impegnato a non ridere, non compiangere, non detestare le azioni umane, ma a comprenderle. Il punto non è attenuare il giudizio, ma renderlo più esigente. Comprendere significa entrare nella trama delle cause: vedere come una condizione si produce, si conserva e può essere trasformata. È una lezione difficile, oggi. Questo numero prova a investigare come l’emergenza prende forma. Riconoscere come uno spazio di violenza viene costruito è già il primo passo per immaginare come disfarlo.