Cartografie del non visibile
Una conversazione con Forensic Architecture e LIMINAL
Forensic Architecture e LIMINAL utilizzano cartografia, analisi spaziale e strumenti forensi per rendere visibili le strutture della violenza. Un dialogo su emergenza, migrazioni, Gaza e ricostruzione, dove la mappa diventa strumento critico per leggere lo spazio e contestarne il governo.
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La frase «la mappa non è il territorio», formulata dal linguista Alfred Korzybski,1 resta sullo sfondo di questa conversazione. Una mappa non coincide mai del tutto con ciò che rappresenta: seleziona, esclude e mostra quello che chi la crea decide di far vedere. Korzybski suggerisce che sia un’altra versione della realtà; e se è una scelta, si può scegliere diversamente, si può cartografare ciò che altri hanno cancellato. È in questa distanza, tra il territorio e la sua rappresentazione, che lavorano Forensic Architecture e LIMINAL, due gruppi di ricerca che usano gli strumenti dell’architettura, la cartografia, la modellazione e l’analisi spaziale per rendere visibile ciò che spesso rimane invisibile.
Forensic Architecture, agenzia di ricerca con sede alla Goldsmiths, University of London, impiega gli strumenti propri dell’architettura per investigare violazioni dei diritti umani e crimini di guerra: a parlarne è Davide Piscitelli, Advanced Researcher dell’agenzia. LIMINAL, fondato da Lorenzo Pezzani all’Università di Bologna, indaga la violenza di confine e le dinamiche migratorie attraverso l’immaginazione forense, in collaborazione con organizzazioni per i diritti umani e giornalisti investigativi: lo rappresenta il ricercatore Tareq Tamimi. Alla conversazione prende parte anche Hind Al-Shoubaki, architetta, urbanista e ricercatrice alla FHNW, che per espazium quaderni cura questo numero.
Quando l’emergenza diventa struttura
Pensare l’emergenza come temporanea è in parte un riflesso comprensibile, un modo per rifiutare l’idea che la violenza possa prolungarsi fino a diventare struttura. L’idea che attraversa questo numero, e che ha guidato il dialogo, è invece che l’emergenza possa essere una modalità attraverso cui lo spazio viene prodotto, amministrato e governato.
Nel quadro tracciato da Al-Shoubaki, l’emergenza stessa diventa architettonica: distribuisce la vulnerabilità, produce prove, regola le mobilità e decide i termini della ricostruzione.
Per Piscitelli le due temporalità coesistono, e l’evento critico è spesso solo la parte affiorante di una condizione già in atto. Nel linguaggio stesso dell’emergenza c’è il rischio di trattare la crisi come qualcosa da gestire in tempi brevi, senza comprenderne il contesto. Contro questa compressione, il loro lavoro «cerca di imporre una temporalità diversa, non la temporalità compressa dell’urgenza, ma quella lunga della condizione strutturale che ha portato alla crisi». Ricollegandosi a Piscitelli, Tamimi sposta lo sguardo sul fronte delle migrazioni. L’idea che la migrazione sia uno stato di emergenza permanente sembra recente, legata alle cosiddette primavere arabe, ma è una condizione imposta che ha radici coloniali. L’Europa, che un tempo aveva una presenza fisica nei Paesi da cui oggi quelle persone partono, esercita il controllo a distanza, attraverso politiche che spostano la frontiera verso l’esterno, fino a «imporre dei confini anche dove in teoria non ha autorità».
Quando una situazione pensata come temporanea si protrae per generazioni, lo spazio comincia a trasformarsi e ad adattarsi alle esigenze di chi lo abita. Gli spazi sono fatti per le persone, e le città nascono dai bisogni di chi le vive; per questo, ragionando sul prima e sul dopo, la massima attenzione va data al presente.
Gli strumenti dell’indagine
Il metodo dei due collettivi è affine negli strumenti che utilizzano, prevalentemente digitali. Forensic Architecture lavora attraverso quelle che chiama «contro-investigazioni»: immagini, video e riprese satellitari messe in relazione con testimonianze situate, raccolte cioè dentro lo spazio stesso della violenza. Quando questa condizione diventa quotidiana, l’eccesso di immagini non produce indignazione ma assuefazione, ed è così che un attacco a un ospedale non fa quasi più notizia. In questo accumulo di evidenza, gli strumenti spaziali diventano allora dispositivi di orientamento, o come sottolinea Piscitelli, «strumenti contro l’anestesia della violenza».
È il principio di A Cartography of Genocide, la mappa interattiva a cui Piscitelli ha lavorato più a lungo, che raccoglie migliaia di immagini, video e testimonianze sulla condotta militare israeliana a Gaza.2 La prima operazione è la geolocalizzazione: stabilire dove, quando e a chi si riferisce ciascun episodio, perché il singolo caso, isolato, dice poco; ma quando migliaia di attacchi contro civili vengono collocati sulla mappa e osservati nello spazio e nel tempo, emergono correlazioni. L’analisi mostra, ad esempio, che cinque giorni dopo l’inizio dell’offensiva, il 13 ottobre 2023, viene ordinata l’evacuazione del nord di Gaza verso sud, e la stessa via designata come sicura viene poi colpita; nei giorni successivi gli attacchi si concentrano più a sud che a nord, cioè proprio nell’area verso cui la popolazione era stata indirizzata. Lo stesso vale per la buffer zone, la zona cuscinetto: ampia circa trecento metri lungo il margine orientale e settentrionale di Gaza, viene estesa fino a un chilometro nei primi mesi e poi ancora, fino a occupare oltre la metà del territorio. Da questo lavoro è nato un rapporto di oltre ottocento pagine, che raccoglie più di duemila episodi documentati e ne legge gli schemi ricorrenti.3 La cartografia, storicamente usata anche come strumento coloniale, viene qui rivolta contro quella stessa logica. È un’analisi che non scopre nulla di nuovo per chi quella condizione la vive, e che i palestinesi raccontano da decenni, ma la rende visibile a chi osserva da fuori.
Il modo di condurre un’indagine dipende molto dal luogo in cui la violenza si produce. Se in un contesto urbano le tracce si moltiplicano e ogni dispositivo può diventare una fonte, nel Mediterraneo, dove lavora soprattutto LIMINAL, le evidenze sono più disperse. Come osserva Tamimi, il mare non è attraversato dalla stessa densità di sguardi e dispositivi che caratterizza una città, e ricostruire un episodio di violenza richiede quindi un metodo differente. La risposta del laboratorio è la triangolazione: si incrociano le testimonianze e le «geolocalizzazioni che noi riceviamo direttamente da chi attraversa il Mediterraneo» e informazioni digitali molto specifiche, come il tracciamento dei velivoli che ne sorvolano le rotte e le immagini satellitari. È su questo incrocio che LIMINAL costruisce le proprie prove, e fa dell’analisi delle tecnologie di sorveglianza ai confini la forma stessa dell’evidenza, dati di movimento che, messi in relazione, restituiscono una violenza altrimenti illeggibile.
In Asymmetric Visions,4 ricostruendo per via forense e open source le capacità sensoriali e le rotte del drone Heron impiegato da Frontex, il laboratorio ha mostrato come la sorveglianza aerea contribuisca alle intercettazioni in mare. All’aumento della presenza aerea non corrisponde un aumento dei soccorsi, come sostiene Frontex, ma dei respingimenti. Quando un drone avvista un’imbarcazione, l’informazione raggiunge la guardia costiera libica, che riporta le persone nei centri di detenzione in Libia. Nel tempo le agenzie europee hanno ridotto la presenza navale a favore di quella aerea, e la differenza è anche giuridica: una nave che avvista un naufragio ha l’obbligo di soccorrere, mentre uno sguardo dall’alto consente di sottrarsi a quella responsabilità.
È anche in questo modo che il Mediterraneo si lega alla Palestina. Molte delle tecnologie impiegate ai confini europei hanno una storia che comincia altrove: lo stesso modello di drone che sorveglia il mare, il drone Heron di Israel Aerospace Industries, già impegiato per la sorveglianza e i bombardamenti su Gaza. Frontex ne appalta la gestione a operatori privati, e l’impiego al confine europeo ne aumenta anche il valore commerciale: presentato sul mercato come battle-tested, collaudato sul campo, il drone porta con sé la storia degli usi militari che lo hanno preceduto.5
La visibilità non è responsabilità
La nostra è un’epoca in cui tutto è visibile, condiviso e accessibile, e da una simile esposizione ci si aspetterebbe una reazione altrettanto ampia di fronte a ciò che accade. Invece, negli ultimi anni, la violenza, spettacolarizzata fino alla saturazione, ha cominciato a scivolare verso la normalità: agli occhi di chi osserva da lontano, il conflitto e la morte finiscono per apparire la condizione naturale di chi li attraversa, qualcosa che non chiama in causa la responsabilità di chi guarda. È una dinamica che entrambi i collettivi hanno osservato da vicino, ciascuno nel proprio terreno di indagine.
Nel Mediterraneo studiato da LIMINAL, le morti di chi tenta la traversata rischiano di essere attribuite alla pericolosità del mare, come se l’ambiente fosse l’unico responsabile. Eppure quella pericolosità dipende anche da come quelle traversate vengono rese possibili o impossibili. Chiudendo i passaggi praticabili, le rotte che restano diventano più lunghe e più esposte, e presentare quelle morti come una fatalità naturale è già un modo per sottrarle alla responsabilità di una scelta politica. È il meccanismo che LIMINAL e, prima, Forensic Oceanography – progetto avviato da Lorenzo Pezzani e Charles Heller da cui il laboratorio discende – hanno descritto come una normalità applicata alla natura, un dispositivo che traveste da destino del paesaggio ciò che è il risultato di una decisione.6 Forensic Architecture, le cui ricerche si concentrano in particolare su Gaza, osserva una variante dello stesso fenomeno. Quando le immagini della violenza si moltiplicano senza sosta, l’eccesso di evidenza diventa quasi un vantaggio per chi la commette, perché la rende ordinaria e ne svuota il peso. In questo senso, come osserva Piscitelli, «la visibilità non è direttamente collegata alla responsabilità».
Il lavoro dei due collettivi interviene allora sul regime di visibilità stesso, trasformando il flusso indistinto di informazioni in evidenza strutturata, perché l’evento diventi prova. Il valore di questa operazione eccede i tribunali, dove anche i materiali di Forensic Architecture sono stati portati. Rendere visibile non significa solo sottrarre al potere lo strumento della negazione, ma anche costruire un archivio che resiste alla dispersione e diventa una risorsa nelle mani di ricercatori, cittadini, avvocati e attivisti. Richiama anche la nozione di grievability di Judith Butler,7 che sostiene che non tutte le vite sono ritenute visibili, o degne di lutto, allo stesso modo. Ad alcune si riconosce il diritto di apparire e di essere piante; per altre, lo stesso atto scivola nella normalità. È contro questa disparità che lavorano gli strumenti dell’analisi spaziale.
Distruzione e ricostruzione, lo stesso gesto
Alcune zone del Sahara diventano impraticabili da quando questi Paesi assumono il compito di trattenere e respingere chi è in movimento, un processo che il laboratorio ha ricostruito nell’indagine The Deportation Chain.8 Esternalizzando i confini, osserva Tamimi, uno spazio prima «percorribile» diventa «uno spazio di violenza». Forensic Architecture porta lo stesso ragionamento dentro Gaza. Per Piscitelli, qui distruzione e costruzione vanno di pari passo, «non c’è distruzione senza costruzione, non c’è costruzione senza distruzione».
Eppure, mentre si discute di ciò che verrà dopo, sul terreno la trasformazione è in corso da anni. Nuove strade e nuovi corridoi sorgono mentre il nord-est agricolo viene raso al suolo. Sono strade percorse dai militari, un’infrastruttura che accelera proprio durante i cessate il fuoco, corridoi che dividono il territorio, come quello di Netzarim che taglia Gaza in due, e stazioni militari destinate a restare per anni.
La ricostruzione non è mai un’operazione neutrale e, come ricorda Al-Shoubaki, ricostruire decide chi ha diritto di tornare, chi ha accesso all’abitare e ai servizi, in quale futuro a quelle persone sarà concesso vivere. La distruzione che colpisce lo spazio investe la trama sociale di una comunità, non soltanto i palazzi che crollano. È ciò che Martin Coward ha definito urbicidio.9 La ricostruzione, allora, può diventare la prosecuzione della distruzione con altri mezzi.
Le proposte di ricostruzione circolate finora tendono a stravolgere o normalizzare l’assetto attuale. È il caso del piano elaborato dall’Egitto e adottato dalla Lega Araba al vertice del Cairo del marzo 2025, nato come alternativa al progetto statunitense che prevedeva il trasferimento dei palestinesi fuori da Gaza. Pur rifiutando lo spostamento della popolazione, quel piano conserva i dispositivi spaziali della distruzione israeliana, la zona cuscinetto lungo la recinzione perimetrale e i corridoi militari che frammentano il territorio. Forensic Architecture ha riconosciuto questa continuità analizzando il masterplan.10 Rimuovere le macerie cancella anche l’evidenza materiale della distruzione, ed è su quell’evidenza che l’agenzia lavora.
Dare voce a chi abita l’emergenza
Le tre proposte di ricostruzione discusse nel numero, il modello statunitense, quello arabo e quello in elaborazione all’Università di Venezia, arrivano tutte da fuori. Nulla nasce da chi quegli spazi li ha abitati e li abiterà. Tamimi lega questo punto a un’indagine che LIMINAL sta conducendo sull’uccisione dei giornalisti a Gaza, a partire dallo stesso apparato di sorveglianza aerea osservato nel Mediterraneo. In un territorio in gran parte chiuso allo sguardo internazionale, quel dispositivo permette attacchi mirati e si rivolge contro chi continua a documentare dall’interno la propria condizione. Eliminare quella voce vuol dire colpire un tentativo di autodeterminazione narrativa, parte di un disegno più ampio di silenziamento, e qualcosa di simile accade con chi migra, quando le stesse tecnologie, applicate al regime dei confini, riducono l’esperienza delle persone in movimento a un dato da intercettare.
Per Tamimi, «il tema di chi parla e chi decide» è «il filo rosso» che lega le due ricerche, pur nei loro contesti diversi. I piani imposti dall’esterno, osserva, puntano a una frammentazione che elimina proprio quello spazio di rete sociale e di organizzazione da cui una comunità potrebbe immaginare un futuro politico e lo sviluppo della città in cui vive; il loro obiettivo è pacificare un desiderio di autodeterminazione e di libertà che nasce da chi quell’oppressione la subisce. La posta in gioco della ricostruzione, allora, non è solo materiale. Il punto è dare voce, attraverso la ricerca, a chi quella condizione la vive, e una ricostruzione non può riuscire se non parte da chi la abita. Per Piscitelli, «non c’è ricostruzione se non c’è la voce palestinese, dall’inizio alla fine». Quello che è in gioco, in fondo, è un diritto, quello di narrare, mappare, ricostruire e immaginare il futuro di questi luoghi.
Gli spazi non devono essere come noi li immaginiamo, sono le persone che li abitano a crearli, e riconoscere l’emergenza come una forma che produce spazio significa riconoscere che quella forma può essere contestata. «La mappa non è il territorio», è una versione della realtà e chi disegna la mappa decide quale realtà rendere visibile.
Note
1 Korzybski, Science and Sanity.
2 «A Cartography of Genocide» è la piattaforma interattiva sviluppata da Forensic Architecture che documenta la condotta militare israeliana a Gaza tra il 7.10.2023 e il 16.09.2024, organizzando migliaia di dati geolocalizzati in livelli sovrapponibili: ordini di evacuazione, aree di invasione di terra, attacchi alle rotte degli aiuti, edifici, strade, agricoltura e risorse idriche distrutti |
«A Cartography of Genocide» is the interactive platform developed by Forensic Architecture to document Israeli military conduct in Gaza between 7.10.2023 and 16.09.2024, organising thousands of geolocated data points into overlapping layers: evacuation orders, areas of ground invasion, attacks on aid routes, and the destruction of buildings, roads, agriculture and water resources.
3 Il lavoro è accompagnato da un rapporto di 827 pagine, Forensic Architecture, «A Spatial Analysis of the Israeli Military’s Conduct in Gaza since October 2023», che documenta oltre duemila episodi e
ne analizza gli schemi ricorrenti, compresi l’uso degli ordini di evacuazione e l’estensione delle zone cuscinetto | The work is accompanied by an 827-page report, Forensic Architecture, «A Spatial Analysis of the Israeli Military’s Conduct in Gaza since October 2023», which documents more than two thousand incidents and analyses their recurring patterns, including the use of evacuation orders and the expansion of buffer zones.4 Cfr. LIMINAL, «Asymmetric Visions», indagine condotta con metodi forensi e open source sulla logica operativa e le capacità sensoriali del drone Heron impiegato da Frontex nel Mediterraneo centrale. Secondo la ricerca, la sorveglianza aerea fornisce alla guardia costiera libica le informazioni utili a intercettare le imbarcazioni e a riportare i migranti in Libia.
5 Nell’estate del 2021 Frontex ha aggiunto alla propria flotta un drone Heron a pilotaggio remoto operante dall’aeroporto di Malta, costruito da Israel Aerospace Industries e gestito da una controllata di Airbus; lo stesso modello era impiegato nella sorveglianza dei bombardamenti israeliani su Gaza dal 2008.
6 L’idea dell’ambiente «naturale» come dispositivo di confine, è al centro del lavoro di LIMINAL e, in precedenza, di Forensic Oceanography, progetto avviato da Lorenzo Pezzani e Charles Heller nel 2011 per documentare le morti nel Mediterraneo.
7 La nozione di grievability di Judith Butler, è sviluppata in particolare in Frames of War
8 Cfr. LIMINAL, «The Deportation Chain», indagine che ricostruisce il meccanismo di deportazioni ed espulsioni che spinge le persone in movimento dalla costa mediterranea fino al cuore del deserto del Sahara. L’indagine è stata realizzata con Refugees in Libya e The Association for Juridical Studies on Immigration
9 Urbicidio: la distruzione deliberata dell’ambiente costruito come forma autonoma di violenza politica. Martin Coward, Urbicide
10 Nel marzo 2025 Forensic Architecture ha analizzato il masterplan di ricostruzione presentato dall’Egitto e adottato dalla Lega Araba al vertice del Cairo, rilevando che integra tre elementi dell’assetto militare israeliano, ovvero la zona cuscinetto lungo il perimetro di Gaza, i corridoi di sicurezza e le strade di incursione, tredici delle quali individuate dall’agenzia