Fra­gili na­ture tutt’al­tro che morte

Nel nuovo appuntamento della rubrica, curata da Gabriele Neri, riflettiamo sugli oggetti che ci circondano — troppi, forse. Da Hella Jongerius alle sue Long Neck and Groove Bottles, fino alle nature morte di Giorgio Morandi, emerge uno sguardo comune: quello che trasforma l’oggetto in pretesto, tra imperfezione, forma e significato.

Date de publication
09-03-2026
Gabriele Neri
Dott. arch. storico dell'architettura, redattore Archi | Responsabile della rubrica 'Paralleli' per Archi

Oggetti, tanti oggetti, troppi oggetti. Ne siamo circondati e continuiamo a pro­gettarli, produrli, comprarli e poi buttarli via. «There is too much shit design», dichiarò anni fa Hella Jongerius, la progettista olandese a cui il Vitra Design Museum di Weil am Rhein dedica un’esposizione monografica, aperta fino al 6 settembre 2026. Se spesso dietro a tali proclami c’è più retorica che altro, nel suo caso si può rintracciare una ricerca coerente, iniziata nel 1993 – anno della laurea alla Design Academy Eindhoven – e tutt’oggi in corso. All’epoca, Hella («Hell», per gli amici, proprio come l’inferno) si unì al collettivo Droog Design, battendo strade meno fotogeniche del coevo mainstream e interrogandosi sulle responsabilità di una professione divisa in due: da un lato i «mercanti» interessati solo al profitto; dall’altra i «pastori», come si definisce lei («I’m a design pastor»), per i quali l’etica dovrebbe ancora contare qualcosa.

Tra le tante opere in mostra, scegliamo la serie Long Neck and Groove Bottles (2000), composta per l’appunto da bottiglie scanalate e con il collo lungo, che alla purezza formale del minimalismo di fine millennio contrapponevano un patchwork di materiali e colori diversi. La designer scelse di realizzarle con due materiali – vetro e ceramica – con temperature di lavorazione differenti e perciò impossibili da fondere assieme. Per unirli prese un comune nastro adesivo da imballaggio, con sopra le scritte «FRAGILE» e «HANDLE WITH CARE», facendo di necessità virtù.

Il primo parallelo che ci viene in mente è con il kintsugi, l’antica tecnica di restauro giapponese per cui le ceramiche in frantumi vengono riassemblate con lacca lasciando a vista le linee di rottura, che sono valorizzate con polvere d’oro. Le differenze tra i due casi sono però enormi. Da un lato la filosofia zen, l’estetica wabi-sabi e l’idea di esaltare ferite inferte dal tempo in un mondo di oggetti irripetibili perché realizzati uno per uno. Dall’altro, l’esposizione di cicatrici appositamente create e marcate, la convivenza forzata tra difformità e l’inseguimento di una difficile singolarità artigianale al tempo dell’omologazione industriale. Ma in entrambi i casi scorgiamo l’elogio dell’imperfezione, dell’interruzione, dello scarto e del riuso: tutti aspetti che ca­ratterizzeranno la poetica e l’estetica di Jongerius negli anni successivi.

Molto altro ci sarebbe da dire sull’olandese; tuttavia, vogliamo tornare alle bottiglie, pensando stavolta a quelle di Giorgio Morandi. Un legame, qui, ci è suggerito non solo per banale assonanza tipologica, ma perché l’artista bolognese cominciò a dipingere nature morte negli anni Dieci, ovvero quando le avanguardie stavano innescando un’epocale rivoluzione nel modo di vedere, intendere e produrre l’oggetto. In questo caso, il parallelo è allora letterale, nel senso che le bottiglie di Morandi – sospese tra l’apparente banalità del quotidiano e il carattere metafisico della loro irripetibile presenza nel mondo – seguono un binario del tutto indipendente da quello che porta dal Bauhaus a Hella Jongerius. Eppure, pur mai toccandosi, quelle composizioni di oggetti risuonano nel loro risultato finale: una questione di forma – nel senso più ampio e complesso che questa espressione può avere – ma anche e soprattutto una maniera di guardare le cose, per cui le bottiglie sono soltanto un pretesto.