Gli standard: infrastruttura o gabbia?
Introdurre uno standard significa rendere espliciti criteri, priorità e responsabilità del progetto. A partire dallo Standard Costruzione Sostenibile Svizzera (SNBS), l’editoriale riflette sul ruolo degli standard come strumenti per orientare decisioni progettuali, integrare ambiente, società ed economia e rendere leggibili i processi della sostenibilità.
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Introdurre uno standard significa prima di tutto classificare: definire criteri, stabilire soglie, trasformare la qualità in categorie misurabili. È un’operazione necessaria, ma tutt’altro che neutrale. Decidere cosa viene valutato significa decidere cosa conta, e ogni selezione implica una riduzione. Se uno standard è diventato indispensabile, come osserva Luca Gattoni, è perché il settore non è riuscito a rendere strutturali – e quindi quasi invisibili – quelle responsabilità ambientali e sociali che oggi devono essere esplicitate. Lo Standard Costruzione Sostenibile Svizzera (SNBS) – così come altri standard europei – nasce da questa lacuna: ambisce, in potenza, a colmare non un deficit tecnico, ma culturale. La sua stessa necessità solleva però una domanda più radicale: perché la sostenibilità deve essere certificata? Se richiede griglie e indicatori, forse non è ancora interiorizzata come responsabilità intrinseca del progetto. E allora la questione diventa, se possibile, ancora più scomoda: i progettisti non hanno ancora assimilato fino in fondo il peso di quel 40 % di emissioni globali di CO₂ attribuito al settore? O la sostenibilità resta un vincolo esterno, più che un presupposto etico della disciplina? Sarebbe auspicabile che gli standard fossero già impliciti nelle prime fasi di ogni progetto, non traguardi faticosamente raggiunti per ottenere un label da esibire. Il
rischio, dunque, è che la classificazione si trasformi in adempimento: si costruisce per soddisfare parametri, non per generare valore. Lo standard diventa così un dispositivo ambivalente. Può orientare le decisioni e rendere leggibili le scelte, ma può anche ridurre il progetto a prestazione verificabile. La questione non è respingerlo, bensì impedire che la misurazione sostituisca il giudizio e che la conformità prenda il posto della «cultura del costruire».
Ambiente, società ed economia non sono più ambiti separati o sequenziali; vengono ricondotti a un unico quadro decisionale. È un passaggio meno neutro di quanto sembri. Significa chiedere al progetto di dichiarare le proprie priorità e alla committenza di assumerle. Come mostrano i contributi di Mobiglia e Raveglia, lo standard opera soprattutto come struttura del processo: definizione degli obiettivi, confronto tra attori, verifica lungo il ciclo di vita. Non produce automaticamente qualità, ma rende esplicita la qualità delle scelte. Qui emerge una seconda tensione. Ogni sistema che orienta il progetto deve tradurre la complessità
in criteri, e ogni traduzione comporta una semplificazione. Il problema non è la misurazione in sé, ma la sua egemonia. Muck Petzet lo ha chiarito: i dispositivi di certificazione privilegiano ciò che è quantificabile, lasciando in ombra categorie meno docili come la Suffizienz, la durata fisica e culturale di un manufatto e la capacità di perdurare dell’esistente. Non è un atto d’accusa allo SNBS, ma un monito disciplinare. Quando il calcolo sostituisce il giudizio, la sostenibilità si riduce a tecnica e perde la propria dimensione critica. Il confronto con l’esistente rende evidente questa frizione. L’energia grigia non è un’astrazione né una variabile rinviabile: è un dato già incorporato. Le emissioni contenute negli edifici agiscono nel presente, dentro l’orizzonte della neutralità climatica. Ridurre, riusare, mantenere non sono opzioni nostalgiche, ma strategie operative. Eppure queste scelte trovano difficilmente rappresentazione nei sistemi di valutazione, che premiano l’ottimizzazione più della rinuncia. SNBS affronta questo limite in modo non lineare: l’integrazione di strumenti per il patrimonio edilizio indica consapevolezza crescente, ma non scioglie la tensione di fondo tra efficienza e Suffizienz, tra performance e permanenza. Gattoni lo precisa: non irrigidire le soglie, ma elevare la qualità delle decisioni. In altri termini, non moltiplicare parametri, ma affinare il giudizio.
Su questo sfondo si collocano i tre progetti presentati in questo numero. Non come applicazioni esemplari di un protocollo, ma come interpretazioni differenti di una stessa domanda di responsabilità. Tre regioni linguistiche, tre Baukultur, tre modi di intendere il rapporto tra norma e progetto.
La banca Raiffeisen di Savosa, di celoria Architects, lavora per sottrazione: la sostenibilità non è tematizzata, ma integrata in una disciplina costruttiva e spaziale rigorosa. L’edificio si radica nel contesto con misura e autorevolezza, riscrivendo un brano di città con precisione insieme elegante e aperta. La qualità ambientale si esprime attraverso la coerenza tipologica, la chiarezza distributiva e l’equilibrio dei mezzi espressivi adottati, incarnando durata e permanenza urbana.
Il progetto di Herzog & de Meuron per Lombard Odier affronta una scala e una complessità d’uso maggiori. Qui la sostenibilità entra in un sistema articolato di rappresentazione istituzionale e responsabilità d’impresa. SNBS coordina esigenze ambientali, comfort, identità aziendale e presenza urbana, ordinando un organismo coerente che integra interno ed esterno senza ostentare le sofisticazioni sottese alle scelte progettuali, assumendo la sostenibilità come componente della cultura organizzativa e dello spazio collettivo.
Con Oxid Architektur + Scheitlin Syfrig Architekten l’attenzione si concentra sull’esistente. La trasformazione del Buck 40 è selettiva, quasi chirurgica, inserita in una logica di trasformazione e continuità: riduzione, riuso e adattamento progressivo sono strumenti operativi più che principi dichiarati. L’architettura assume il costruito come materia attiva, restituendo un organismo coerente in cui le scelte progettuali rivelano potenzialità spaziali sopite, introducendo, ad esempio, un generoso atrio laddove solai anonimi avevano frammentato lo spazio.
Accostati, questi tre lavori mostrano che gli standard di costruzione sostenibile non producono necessariamente un’estetica né un modello replicabile. Possono però rendere confrontabili processi differenti, imponendo trasparenza nelle decisioni. La questione resta aperta. Uno standard può sostenere le Baukultur oppure appiattirle; può diventare infrastruttura del pensiero o procedura automatica. La differenza non risiede nello strumento, ma nel suo uso. In un tempo in cui la sostenibilità rischia di coincidere con la conformità, l’architettura deve mantenere una distanza critica: non contro gli standard, ma contro la loro neutralizzazione. La sostenibilità non è un esito certificabile una volta per tutte. È una responsabilità che si rinnova in ogni progetto, nella scelta di ciò che si costruisce – e anche di ciò che si decide di non costruire.