nuar, Ver­sioni pos­si­bili del sos­te­ni­bile

Fondato a Zurigo nel 2024, Nuar è un collettivo di cinque architetti che indaga la sostenibilità come processo e non come slogan. Tra riuso, memoria materiale e ricerca accademica, i loro progetti trasformano vincoli, risorse e identità in una pratica sperimentale, critica e profondamente contemporanea.

Date de publication
17-12-2025

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Lo studio di architettura Nuar ha sede a Zurigo, fondato nel 2024 da Adrian Kiesel, Guido Brandi, Stefan Hausherr, Marco Guerra e Iso Tambornino. Riunisce cinque architetti provenienti da percorsi formativi diversi, che spaziano tra la ZHAW di Winterthur, l’Accademia di architettura di Mendrisio e altre esperienze accademiche in Svizzera e all’estero. Li caratterizza un approccio sperimentale e interdisciplinare, insieme a un’attenzione particolare ai temi del riuso e della circolarità. Parallelamente i membri di Nuar sono attivi nella didattica e nella ricerca universitaria. Nel 2025 lo studio è stato nominato per la Wilde Karte di Hochparterre, che segnala i giovani studi emergenti più promettenti del panorama svizzero.

Sul significato di «sostenibilità»

Ci sono parole che si espandono fino a perdere forma. «Sostenibilità» è una di queste: una parola sovraccarica di significati e, proprio per questo oggi risulta difficile da definire. Nel suo etimo, sustinēre («tenere su», «reggere»; cfr. Treccani, voce «sostenere»), c’è un gesto concreto, un’idea di equilibrio e di durata. Ma nel linguaggio contemporaneo la parola ha cambiato densità: è diventata spesso un marchio, uno slogan, una promessa più che una pratica reale; eppure continua a custodire, al suo interno, la possibilità di un 
senso più profondo. Parlare di sostenibilità significa allora accettare che non esista un’unica definizione, ma un campo di forze: materiali e manutenzione, riuso e logistica, densità urbana e suolo, costi e cicli di vita, identità dei luoghi e delle comunità. Non è un attributo che si può aggiungere alla fine, ma un modo di progettare che decide cosa può cambiare e cosa deve restare.

Durante l’incontro con i componenti di Nuar, è stato naturale chiedersi che cosa voglia dire davvero «sostenibilità» oggi. Un interrogativo che non ha trovato risposta immediata, ma che si è fatto visibile nel modo in cui lo studio lavora e pensa l’architettura.

Grammatica del progetto

La conversazione con Nuar comincia da un libro appoggiato su una scrivania del loro studio. È Mein Name sei Gantenbein, di Max Frisch, romanzo che torna spesso nelle loro discussioni e che, nel caso della scuola professionale di Bülach, un importante concorso che hanno vinto nel 2025, è stato utilizzato quasi come riferimento progettuale. In quella storia di identità inventate e versioni parallele di sé, c’è qualcosa che risuona profondamente nel modo in cui ­lavora lo studio. Frisch scrive di un uomo che immagina diverse vite, che non sceglie una sola verità ma continua a provarne molte finché una inizia a funzionare.

Quando parlano dell’intervento a Bülach, raccontano che quel libro era servito a dare forma a un’idea di processo. Anche Nuar affronta il progetto come una serie di «varianti di realtà», in cui ogni edificio non solo propone una possibile risposta ma, come spiegano, trasforma le domande del nostro tempo (la densificazione urbana, il costo dell’abitare e dell’energia, la scarsità di risorse) in architettura, affinando via via l’interrogativo iniziale.

Il concorso chiedeva di ampliare la scuola professionale mantenendo l’edificio esistente, progettato negli anni Settanta da Claude Paillard e Peter Leemann, uno dei pochi esempi di architettura high-tech del Cantone Zurigo. Con struttura metallica e impianti a vista, è oggi tutelato come bene di interesse sovracomunale. Il bando, promosso dalla Direzione dei lavori pubblici del Cantone Zurigo per conto dell’Ufficio immobili e della Direzione dell’istruzione, domandava un intervento capace di dialogare con quell’eredità, conservando la qualità urbana e spaziale dell’insieme, ma orientandolo al futuro attraverso materiali durevoli e riciclabili, prefabbricazione, riduzione dei costi e dei tempi di costruzione, minimizzazione delle emissioni di CO₂ e integrazione di sistemi fotovoltaici.

I fondatori di Nuar raccontano di aver deciso di partecipare non appena letto il bando: avevano riconosciuto un terreno adatto alle proprie competenze e sensibilità. Le scuole, spiegano, offrono un contesto ideale per sperimentare: la chiarezza dei programmi, la dimensione delle aule e la necessità di spazi collettivi permettono di approfondire 
il rapporto tra struttura e costruzione, in modo diverso rispetto all’abitare.

Il progetto vincitore, dal motto Eine runde Sache (si potrebbe tradurre con: «a tutto tondo»), riassume questa attitudine: costruire un organismo compatto ed efficiente, in cui ogni parte contribuisce all’equilibrio dell’insieme. Il nuovo volume si innesta a est dell’edificio esistente, trasformando l’orizzontalità del complesso in una verticalità più densa e misurata. Questo gesto libera suolo e ridefinisce il rapporto con la morfologia del sito. Erano consapevoli che si trattasse di una scelta rischiosa, perché un edificio più alto avrebbe potuto apparire, a prima vista, distante dal carattere orizzontale dell’esistente, ma proprio questa decisione, a lungo discussa, è stata poi accolta con favore dalla giuria. Raccontano che, per comprendere la logica dell’edificio di Paillard e Leemann, hanno trascorso molto tempo a ridisegnarlo in 3D, pezzo per pezzo, non per inseguirne la mimesis, ma per capire dove risiedesse la sua coerenza interna. Da lì è nato l’intento di utilizzare elementi metallici recuperati, tubi per condotte industriali e rotaie dismesse, trasformandoli in struttura e facciata: così oltre alla volontà del riuso, trovano un modo per restituire carattere ai materiali e valorizzarne la memoria storica. È una scelta che si lega tanto alla questione ecologica, quanto a quella identitaria: il metallo, con le sue tracce e la sua patina, diventa infatti un potente linguaggio narrativo.

La decisione è scaturita durante la visita alla scuola, quando il suo attuale direttore, ex studente dello stesso istituto, ricordava l’odore del gas di saldatura e del metallo fuso di quei luoghi: una memoria fisica e olfattiva che Nuar ha voluto conservare. Durante la conversazione, emerge come questo atteggiamento sia una costante del loro metodo. Nuar tende a costruire una coerente narrativa intorno al progetto: una storia che tiene insieme il piano tecnico e quello umano, la materia e il contesto.

Tuttavia non è detto che questo processo funzioni sempre, o che conduca ai risultati sperati. Come raccontano, progettare significa muoversi dentro un sistema complesso, dove ogni decisione è una mediazione tra le richieste del committente, le norme, le giurie, la disponibilità dei materiali, il tempo. Anche quando nei bandi si parla esplicitamente di sostenibilità, non sempre le soluzioni più coerenti vengono comprese o accettate; altre volte, invece, perseguirla davvero comporta rischi progettuali o scelte difficili da accettare. È in questo margine di incertezza tra ciò che si vorrebbe e ciò che è possibile, che lo studio riconosce la parte più viva e al contempo fragile del proprio lavoro.

Origine di un’identità

Il discorso sull’identità, che a Bülach si intreccia con quello della memoria materiale, trova la sua origine nel progetto precedente, quello per la scuola di Zuoz, in Alta Engadina. È da lì che tutto comincia: il primo concorso a cui i cinque partecipano insieme, e il momento in cui il loro metodo progettuale prende forma.

Il bando, pubblicato nel 2024, chiedeva la costruzione di una nuova scuola elementare con asilo, mensa e spazi per le attività extrascolastiche nel centro del villaggio, tra case, corti, e fienili.

L’obiettivo era un edificio capace di inserirsi nel tessuto compatto e stratificato della valle, rispettandone il carattere e la scala. Non si parlava di sostenibilità, ma di un’architettura sobria, contestuale e durevole. Gli architetti scelgono di leggere quella assenza come un’occasione per sperimentare, portando il tema ecologico ancora una volta al livello del processo e non dell’immagine: una questione di metodo, di costruzione e di responsabilità materiale.

Il progetto vincitore, intitolato Après Ski, è un volume compatto, posato sul pendio, che risolve una situazione topografica complessa con un impatto minimo sul terreno. La distribuzione su quattro piani permette di contenere il consumo di suolo, mantenendo una grande flessibilità d’uso.

Da questo impianto razionale nasce la decisione di riutilizzare elementi metallici provenienti da vecchi impianti di skilift dismessi, frammenti di un paesaggio industriale ormai obsoleto ma ancora parte della memoria collettiva dell’Engadina. Il risultato sono ventiquattro colonne reticolari a traliccio infisse nel terreno, ruotate di quarantacinque gradi rispetto alla linea di facciata, che sorreggono la struttura in legno lamellare. Gli impianti di risalita diventano il materiale di una nuova narrazione, dove la logica del riuso si intreccia con il tema dell’eredità. La giuria, nel proprio rapporto finale, ha descritto il progetto come dotato di «una forza silenziosa, capace di collegare tradizione e innovazione senza forzature».

Nel racconto dei fondatori di Nuar, Après Ski segna 
l’inizio di un metodo: la consapevolezza che ogni edificio può interpretare in modo nuovo e concreto un insieme di principi ormai definiti.

Tra teoria e pratica

La dimensione accademica non è, per Nuar, un capitolo parallelo all’attività progettuale: è parte integrante del loro modo di lavorare. Tutti i membri dello studio sono attivi nella didattica e nella ricerca universitaria, e questo dialogo costante tra teoria e pratica genera un movimento continuo. Alla ZHAW di Winterthur, dove si approfondiscono temi legati alla costruzione circolare, alla digitalizzazione e al riuso dei materiali, così come all’Accademia di architettura di Mendrisio, in cui si esplorano le relazioni tra struttura, spazio e abitare, la ricerca accademica diventa una piattaforma di sperimentazione condivisa. Le riflessioni nate in aula o nei laboratori di ricerca trovano spesso applicazione nei concorsi e nei progetti dello studio, e viceversa: ciò che nasce nel lavoro quotidiano ritorna nell’università come campo di indagine critica. Questa peculiarità, comune a tutti loro, li configura come una generazione di architetti ibridi, capaci di trasformare la ricerca continua in innovazione operativa.

Una pratica in costruzione

Nuar opera in quanto collettivo, privilegiando collaborazione e rotazione delle responsabilità. I progetti vengono seguiti a coppie, ma discussi sempre da tutti. Se un’idea non convince l’intero gruppo, si sospende o si riformula. È una forma di controllo qualitativo, ma anche un modo per mantenere viva una tensione critica interna. Come dicono loro, ogni progetto deve poter rappresentare ciascuno dei cinque, altrimenti non è ancora all’altezza e va rimesso in discussione.

Guardando al futuro, riflettono su come mantenere lo spirito libero e sperimentale dei primi concorsi, quando sentivano di non avere nulla da perdere. La sfida è rendere questo atteggiamento sostenibile anche sul piano economico e organizzativo: costruire uno studio che possa crescere senza perdere la sua elasticità, capace di preservare la fiducia reciproca e il piacere del lavoro collettivo. Più che espandersi rapidamente, vogliono consolidare un approccio aperto e inclusivo, che permetta di accogliere nuove figure senza trasformare la pratica in un sistema gerarchico. Nelle settimane successive alla conversazione, Nuar ha vinto il concorso selettivo per il nuovo complesso scolastico alla Schillerstrasse di Wil, con il progetto Webstuhl, ottenendo l’incarico per la fase di sviluppo. Il progetto è stato premiato per la chiarezza dell’impianto, la qualità degli spazi collettivi e la flessibilità d’uso, dal foyer centrale come luogo di identità e comunità alla versatilità degli ambienti, mostrando come la sostenibilità, nel loro lavoro, si traduca prima di tutto in una maggiore intensità e qualità dell’esperienza quotidiana.

Alla fine della conversazione, ci soffermiamo proprio sull’utilità stessa dell’intervista, sul suo valore come esercizio di consapevolezza. Hanno notato che ragionare ad alta voce sul proprio lavoro e sulle metodologie che lo sosten­gono li aiuta a mettere in ordine i pensieri e a dare forma, ancora una volta, a una narrazione comune. È un modo per verificare che il loro metodo resti vivo e che la curiosità non si esaurisca. In fondo, forse, è proprio questa la loro forma più concreta di sostenibilità: continuare a porsi domande, a discutere, a cercare insieme la versione che funziona, all’altezza delle domande del nostro tempo.

video intervista al seguente link

Nuar: Guido Brandi, arch. MSc USI AAM, ETH MAS MTEC; Marco Guerra, arch. MSc USI AAM; Stefan

Hausherr, arch. MA. ZFH; Adrian Kiesel, arch. MA. ZFH; Iso Tambornino arch. MA. ZFH