Intervista a Francesca Belloni: Impronte verticali / Vertical Footprints
Per la rubrica di Rete Due La Rivista, Francesca Belloni, curatrice dell'ultima uscita di espazium quaderni, si racconta approfondendo le tematiche del numero.
L'intervista è disponibile a questo link
Nel corso della puntata de La Rivista, il programma radiofonico di Rete Due a cura di Natasha Fioretti, Francesca Belloni, co-curatrice del quinto numero di espazium quaderni, dal titolo Impronte verticali | Vertical Footprints, ha presentato i temi al centro della pubblicazione, dedicata all’analisi degli edifici residenziali in altezza nel contesto svizzero.
«Il titolo mette l’accento, seppur in maniera implicita, su quanto l’aspirazione al cielo debba sempre fare i conti con il radicamento a terra». Da questa premessa prende avvio una riflessione sul tema dell’abitare in altezza in Svizzera, dove negli ultimi 15–20 anni le città si sono trovate a confrontarsi con una tipologia che non apparteneva alla loro tradizione architettonica. La crescita demografica e la forte pressione sulle aree urbane hanno infatti riportato al centro il tema della densificazione e, con esso, la costruzione in altezza, spesso considerata una risposta immediata alla necessità di concentrare nuove abitazioni riducendo il consumo di suolo.
Il numero propone tuttavia uno sguardo meno deterministico: «una torre non è di per sé sinonimo di città più densa, più sostenibile o migliore». La questione decisiva diventa quindi capire che cosa produca un edificio alto nel suo immediato intorno, a partire dal rapporto con la strada e con lo spazio pubblico. È proprio il basamento della torre, il suo punto di contatto con il suolo, a definire in larga misura il modo in cui l’edificio entra in relazione con la città e contribuisce, o meno, alla costruzione di urbanità.
La diffusione degli edifici residenziali in altezza implica così non soltanto una trasformazione della forma urbana, ma anche un cambiamento nelle abitudini e nei modi dell’abitare. Negli ultimi decenni, le città svizzere hanno dovuto, in un certo senso, inventare una tradizione che non avevano: quella degli edifici alti, presenti solo in rari casi nel loro passato. Una nuova cultura dell’altezza si è quindi sviluppata in un contesto in cui né i cittadini, spesso contrari a queste trasformazioni, né la cultura architettonica avevano ancora costruito un repertorio condiviso di riferimenti.
Costruire una tradizione significa allora anche costruire una serie di esempi a cui guardare: edifici capaci di suscitare ammirazione per la loro presenza, la vista e il valore simbolico, ma anche di alimentare critiche e interrogativi sul loro ruolo nella città. È in questa tensione tra aspirazione verticale e radicamento a terra che Impronte verticali | Vertical Footprints colloca la propria riflessione sull’altezza.
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