In­seg­nare l’ar­chi­tet­tura

La scomparsa di Elia Zenghelis invita a ripercorrere il suo viaggio nell’architettura contemporanea: da OMA alla ricerca progettuale e didattica, il suo lavoro ha inteso l’architettura come strumento critico per interrogare la città, la storia e la società.

Date de publication
08-09-2026

La scomparsa di Elia Zenghelis, avvenuta ad Atene il 30 agosto 2026, nella città in cui era nato nel 1937, invita a ripercorrere una vicenda che attraversa alcune delle esperienze più significative dell’architettura contemporanea degli ultimi decenni. Più che attraverso un linguaggio riconoscibile, il suo lavoro si è definito attraverso una particolare idea del progetto: uno strumento critico, capace di interrogare la città, la storia e le trasformazioni della società. 

Dopo gli studi all’Architectural Association di Londra, dove si laureò nel 1961, Zenghelis iniziò una lunga attività didattica che lo avrebbe portato in diverse scuole europee e americane. Alla AA fu anche docente di Rem Koolhaas, con il quale nel 1975 avrebbe fondato l’Office for Metropolitan Architecture insieme a Zoe Zenghelis e Madelon Vriesendorp. Prima ancora della costituzione ufficiale dello studio, i progetti e le rappresentazioni di Exodus, or the Voluntary Prisoners of Architecture (1972) e The City of the Captive Globe (1974) avevano già messo a punto alcuni dei temi destinati a caratterizzare quella stagione: la città come campo di forze, l’architettura come dispositivo capace di costruire scenari, il disegno come strumento per formulare ipotesi. Zenghelis si è cimentato anche con realizzazioni importanti come l’edificio di Checkpoint Charlie a Berlino (1980–1989), un progetto a cui teneva tantissimo e in cui la condizione eccezionale del confine diventava occasione per reinterpretare il linguaggio moderno e sperimentare una complessa organizzazione tipologica degli spazi.

Il nostro incontro con Zenghelis risale al 2002, quando iniziammo a lavorare con lui all’ETH di Zurigo insieme a Xavier Calderon. Dal 2004 l’esperienza proseguì all’Accademia di Architettura di Mendrisio, dove si aggiunse anche Luigi Trentin. Zenghelis avrebbe continuato a insegnare a Mendrisio per diversi anni, partecipando a corsi, atelier e sessioni di diploma.

La sua presenza a Mendrisio si collocava all’interno di una struttura didattica particolarmente aperta al confronto tra posizioni diverse. Negli atelier orizzontali collaborò, tra gli altri, con Josep Acebillo e Stanislaus von Moos, costruendo attraverso il confronto tra docenti e studenti una cultura del progetto fondata sulla discussione e sulla ricerca. Per molti studenti quella esperienza rappresentò l’incontro con un modo di intendere l’insegnamento non come trasmissione di una formula, ma come costruzione progressiva di una posizione.

 

Tra riferimenti e progetto

Architettura, arte, letteratura e storia della città entravano nel lavoro di Zenghelis senza gerarchie prestabilite, come materiali attraverso cui mettere alla prova il progetto. Nel frequente andirivieni tra l'Accademia di architettura di Mendrisio, l'aeroporto di Malpensa e la nostra abitazione è capitato di cercare  l'audiolibro de Il segreto del Bosco Vecchio di Dino Buzzati. Conosceva allora solo poche parole di italiano, ma quel racconto di un bosco abitato da presenze misteriose aveva evidentemente suscitato il suo interesse.

La stessa libertà nel mettere in relazione riferimenti diversi si ritrova nella sua attività progettuale dopo OMA. Nel 1987, conclusa quell’esperienza, Zenghelis avviò con Eleni Gigantes (Studio GZA) una nuova fase del proprio lavoro, che lo portò a confrontarsi con contesti e scale differenti. Nei progetti per il paesaggio mediterraneo come ad esempio nelle case di Antiparos, oppure nella Ashikita House of Youth in Giappone, il luogo non appare come semplice sfondo dell’architettura, ma come una condizione attraverso cui il progetto prende forma. Non mancarono, durante l’attività del loro studio in Belgio (nei primi anni del 2000) interventi in città; vinsero alcuni concorsi: con altri studi, venne realizzato il progetto per il Flemish Administrative Center a Lovanio. 

Il progetto rappresentato

Una parte essenziale del suo lavoro risiedeva nel disegno. Le rappresentazioni realizzate insieme a Zoe Zenghelis e in seguito con Eleni Gigantes non erano illustrazioni di architetture definite: erano strumenti attraverso i quali il progetto prendeva forma, costruendo simultaneamente spazio, atmosfera e racconto.

Già nei primi lavori sviluppati nell’ambito di OMA, dal progetto per Exodus alla proposta per The City of the Captive Globe, fino al concorso per il Parco de la Villette a Parigi del 1982, il disegno permetteva di mettere in scena condizioni urbane difficilmente riducibili alla rappresentazione convenzionale dell’edificio. La città poteva diventare una composizione di frammenti, un insieme di tensioni, una sequenza di eventi. La rappresentazione non arrivava dunque dopo il progetto, ma contribuiva a produrlo.

Questa attenzione alla figura, alla narrazione e alla costruzione di mondi possibili, rappresentati tutti con rigore ed estrema precisione, sarebbe rimasta una componente costante della sua attività, anche quando la scala e i temi dei progetti sarebbero cambiati.

Una posizione critica

È forse nell’insegnamento che questa attitudine trovava la sua forma più radicale. Zenghelis non proponeva un metodo da applicare né un repertorio di soluzioni da ripetere. Chiedeva piuttosto agli studenti di costruire una posizione, mettendo in discussione le condizioni date e cercando gli strumenti più adeguati per interpretarla.

La sua formazione greca e londinese, l’esperienza dell’AA, quella di OMA e delle diverse istituzioni in cui aveva insegnato, così come il confronto con culture architettoniche differenti, confluivano in una sensibilità profondamente politica nel senso più ampio del termine: interrogare il modo in cui l’architettura partecipa alla costruzione della città e della società.

Il riconoscimento ricevuto nel 2000 con il RIBA Annie Spink Award for Excellence in Architectural Education testimonia quanto questa dimensione della sua attività fosse considerata centrale. Il suo insegnamento continua a vivere nelle esperienze degli studenti e dei collaboratori che hanno incontrato il suo lavoro in luoghi e momenti diversi.

Più che in un linguaggio da riconoscere, il suo contributo si ritrova in un modo di costruire il progetto: attraverso domande, riferimenti e strumenti diversi, fino a dare forma a una posizione autonoma.

 

Katia Accossato e Luigi Trentin sono architetti e fondatori di ACTarchitettura. Dopo il dottorato in progettazione, hanno collaborato, tra gli altri, con Elia Zenghelis, e affiancano alla pratica professionale un’intensa attività di ricerca e insegnamento in diverse istituzioni, tra cui, inizialmente Accossato (ex redattrice di "Archi") all’ETH Zürich, l’Accademia di Architettura di Mendrisio, dove Luigi Trentin è tuttora docente, e il Politecnico di Milano, dove dal 2013 insegna Katia Accossato.